sabato 30 settembre 2017

Manfredonia sorpassa Castel del Monte. Ma adesso bisogna fare sistema.

Manfredonia sorpassa Castel del Monte. L’offerta culturale della città sipontina è stata la più apprezzata dai visitatori pugliesi in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, che si sono celebrate nello scorso week end, il 23 e il 24 settembre. A dirlo sono i dati diffusi dall’Ufficio Statistica del Polo Museale della Puglia: con i 2.206 visitatori che si sono registrati al Castello ed i 1.717 del Parco Archeologico di Siponto, Manfredonia svetta in cima alla classifica regionale delle presenze, precedendo - e scusate se è poco - Castel del Monte (2.600 presenze), Canne della Battaglia di Barletta (532), Museo Nazionale Archeologico di Altamura (520), Castello di Bari (479), Galleria Nazionale di Bitonto (349), Museo Archeologico Egnazia (345), Museo Archeologico Ruvo (335), Castello di Trani (229), Museo Archeologico Gioia (177), Palazzo Sinesi di Canosa (169), Chiostro San Domenico di Taranto (62), Castello di Copertino (59).
Non è la prima volta che Manfredonia sopravanza in termini di attrattività turistica Castel del Monte: accadde già nel week end pasquale del 2016, e in quella occasione ad essere protagonista dell’exploit fu la ricostruzione della basilica paleocristiana di Edoardo Tresoldi che, commentando la notizia del "sorpasso", l’opinionista della Gazzetta del Mezzogiorno Bianca Tragni, definì “un monumento e nello stesso tempo un’opera d’arte moderna” parlando di “resurrezione di Siponto miracolo turistico”.
Gli eccellenti dati delle Giornate Europee del Patrimonio confermano il trend e danno ragione alle scelte delle istituzioni culturali e dell’amministrazione comunale di Manfredonia, che stanno operando con convinzione sul rilancio della vocazione e dell’identità turistica.
Va ricordato che Manfredonia ha ospitato nello scorso mese di agosto, con un grandioso riscontro di pubblico e di critica, la prima mostra italiana di Wolfgang Lettl, artista impressionista tedesco che amò molto la città sipontina, trascorrendovi per decenni le sue vacanze estive, e lasciando decine di opere espressioniste che esaltano i colori e la luce della città fondata da Re Manfredi, che rappresentano un altro, straordinario patrimonio che si sta cercando di valorizzare.
La resurrezione turistica di Manfredonia si colloca in un contesto straordinario di potenzialità, sia culturali (sono stati da poco restituite alla pubblica fruizione le catacombe degli Ipogei Capparelli, mentre la stessa amministrazione ha dedicato a re Manfredi una statua che può essere ammirata tra il Castello e il Mare, e poi il Carnevale, il Premio Argos Hippium) che paesaggistiche e naturalistiche (il Parco nazionale del Gargano, il Lago Salso, il lungomare) e infrastrutturali (il porto turistico).
Adesso bisogna trasformare queste potenzialità in concrete ricadute, in termini economici ed occupazionali, cominciando col “fare sistema” rispetto all’offerta culturale e turistica.
Commentando la performance delle Giornate del Patrimonio, l’arch. Alfredo De Biase, direttore del Museo Nazionale di Manfredonia e del Parco Archeologico di Siponto, ha sottolineato come “nella giornata di domenica, a differenza di altri musei, il Castello è rimasto aperto solo 4 ore per carenza di personale”.
L’architetto evita le polemiche, ed anzi sottolinea che “il dato - aggiunge De Biase - è lusinghiero, e ci stimola a profondere maggiore impegno per migliorarci e far crescere il nostro territorio in ambito turistico, valorizzando e diffondendo la conoscenza del nostro immenso patrimonio culturale ed ambientale.” Fare sistema significa, appunto, evitare situazioni di carenza di organico che abbassano fatalmente la qualità e la qualità dell’offerta.
E poi fare rete, come ha sottolineato Saverio Mazzone, amministratore unico dell'Agenzia del Turismo, organismo voluto dall’amministrazione comunale proprio allo scopo di coniugare assieme la valorizzazione turistica con quella culturale. L'intuizione si sta rivelando azzeccata e l'Agenzia è diventata un punto di riferimento nelle strategie di sviluppo della città.
Secondo Mazzone, la crescente attrattività di Manfredonia è il frutto della sintonia ed della convergenza di Enti come il Polo Museale, il Comune, l'Agenzia del Turismo: “Un ulteriore segnale di una irripetibile stagione di rinascita del patrimonio storico-culturale che pone la nostra città al centro di innovativi processi di sviluppo, riconosciuta come punto di riferimento regionale e nazionale. Non un caso fortuito, ma i frutti di un lavoro programmato e della vision politica del sindaco Angelo Riccardi orientata al turismo. Lo sforzo che va ulteriormente fatto è quello di garantire la continuità della fruizione di questi contenitori e la qualità dei contenuti da proporvi all'interno i quali, sicuramente, possono essere occasione di ritorno economico ed occupazionale per i giovani talenti locali, che certamente non mancano.”
Parole sante, quelle di Mazzone, così come quelle di Di Biase: adesso occorre fare, da parte di tutti, un ulteriore sforzo perché il salto di qualità possa diventare definitivo.

venerdì 29 settembre 2017

Altro che Legge 194. Oggi l'aborto si fa in rete

I servizi per l’interruzione volontaria chirurgica della gravidanza latitano: in tutta la Capitanata, sono solo 4 i ginecologi non obiettori. Le cose non vanno meglio per l’aborto farmacologico: dopo aver destato inizialmente un certo interesse, il ricorso alla pillola RU486 è calato drasticamente, perché nelle strutture sanitarie non viene garantita la privacy necessaria. In compenso è esponenzialmente cresciuto il fai da te. L’aborto clandestino è una piaga del passato, ma è stato sostituito dall’acquisto on line di pillole: sono rischiose per la salute, ma garantiscono la riservatezza e l’anonimato, che sono negati dai servizi pubblici.
Questo il quadro, assai poco confortante, disegnato nel corso del convegno promosso dai coordinamenti femminili della Cgil e dello SPI Cgil (il sindacato di categoria dei pensionati), dall'associazione Link e dall'Unione degli Studenti in occasione della giornata di azione globale per l'accesso all'aborto sicuro e globale.
Il diritto all'autodeterminazione delle donne riconosciuto dalla Legge 194 è sempre più problematico. Il problema non riguarda solo l'aborto ma anche gli interventi di prevenzione che dovevano accompagnare l'attuazione della legge. "La 194 non ha raggiunto i suoi obiettivi. I consultori non funzionano. La prevenzione è assente. E le prospettive sono tutt'altro che incoraggianti, se teniamo conto che tre dei quattro medici non obiettori sono prossimi alla pensione", ha detto Loredana Olivieri, segretaria provinciale della Cgil, introducendo i lavori.
Il problema non riguarda, però, soltanto la qualità e l'organizzazione dei servizi pubblici. C'è anche una questione di consapevolezza, di informazione, di cultura.
"Nessuna donna vuole l'aborto. Non c'è un diritto all'aborto, ma un diritto all'autodeterminazione della donna, ha detto Antonietta Clemente, avvocata e criminologa, che nel corso del suo intervento ha fatto luce su un fenomeno che sta diventando sempre più diffuso e inquietante, che ha definito l'Aborto 2.0.
Sempre più donne, soprattutto giovani, che si trovano nella necessità di interrompere la gravidanza, fanno ricorso alla rete per l'acquisto di prodotti o per ottenere informazioni su come si abortisce, esponendosi a rischi gravissimi.
"Le ragazze non sanno niente di aborto, e così quando si trovano a dover prendere una decisione che inciderà comunque sulle loro vite e sul loro futuro, si rivolgono ad internet, con tutti i rischi del caso", ha detto l'avvocata preannunciando contromisure social: la sua pagina Facebook ospiterà, a breve, informazioni e momenti formativi sul tema.
Difficile quantificare il fenomeno, sul quale stanno indagando le Procure di mezza Italia. Una spia attendibile, e raccapricciante, è data dal notevole aumento di "aborti spontanei" registrati nei servizi di pronto soccorso degli ospedali.
Molto spesso, dietro un aborto "spontaneo" si nasconde un caso di Aborto 2.0 non andato a buon fine.
Sulla necessità di una informazione più ampia e più corretta ha convenuto Maristella Mazza, psicologa e psicoterapeuta. "L'educazione alla sessualità e all'affettività avrebbe dovuto rappresentare uno degli obiettivi più qualificanti dell'applicazione della Legge 194, e comunque di uno Stato che tenga alla formazione dei suoi cittadini. Invece siamo indietro di anni luce. Mi capita spesso di incontrare ragazze, anche molto giovani, che hanno già avuto rapporti sessuali, ma che mi chiedono se si resta incinte baciando il partner."
La dottoressa Mazza ha raccontato storie particolarmente significative: "l'aborto è sempre una esperienza dolorosa. Non è solo una pratica medica. È una esperienza devastante. Bisogna dare dignità alle donne che subiscono un aborto."
Il punto di vista dei giovani e quello di quanti operano nelle scuole sono stati rispettivamente illustrati da Michele Cera (Link) e da Franca Voto. Per Cera, bisogna ripartire dai diritti: "Quando si parla di aborto quasi sempre il discorso scivola sugli aspetti etici. Ma non c'è nulla di etico nell'impedire alle donne l'esercizio di un loro diritto riconosciuto dalla legge."

Per Franca Voto, se la scuola non ha fatto granché nel promuovere l'educazione sessuale, lo stesso discorso vale per le altre agenzie formative, dalla famiglia alle associazioni .
Insomma siamo all'anno zero o quasi. Occorrerebbe fare rete, di più e meglio, com'è stato più volte ribadito durante il dibattito, vivacizzato dagli interventi delle componenti di Donne in rete.
La Cgil ci proverà, rilanciando il confronto con le Asl, che però fanno orecchie da mercante, nonostante il protocollo d'intesa sottoscritto ormai da molti mesi tra Regione e sindacati per una verifica a tutto campo sull'organizzazione territoriale dei servizi socio sanitari . Maurizio Carmeno, segretario generale della Cgil di Capitanata, concludendo la serata, promette battaglia: "Il sindacato deve fare cose concrete. La Asl deve ascoltarci perché i servizi vanno garantiti e i diritti vanno rispettati."

Dio non è mai indifferente (di don Tonino Intiso)

Nel suo eremo di via del Risorgimento, don Tonino Intiso prega, pensa, si preoccupa per gli amici che non gli telefonano e non gli danno notizie, legge giornali e libri, raccogliendo pazientemente le tracce di Dio nella storia quotidiana, compilando rassegne stampa, schegge di pensieri.
Qualche tempo fa, mi fece leggere una riflessione che nelle sue intenzioni dovrebbe costituire l’incipit del catalogo della sua ormai sterminata produzione. È una sorta di preghiera contemporanea, uno squarcio su un'oasi di pensiero, in un mondo che procede ad una velocità sempre più accelerata, ma che probabilmente ha smarrito il senso dell’andare, e della meta.
Mentre leggevo il suo scritto, don Tonino mi invitò a riflettere sulla immagine che vedete in alto. Certo di fargli cosa gradita, li offro a mia volta agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane invitando quanti volessero mettersi in contatto con don Tonino, a scrivermi in posta elettronica.
Al termine trovate il link per scaricare il pdf con le pagine del quaderno in cui don Tonino ha scritto, a mano, le riflessioni. (g.i.)
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18 maggio 2016 - ore 18.00
Signore,
il tuo primo e “fondante” comandamento è stato, ed è, “Ascolta, Israele”, determinando il “dovere di SEDERMI” per “poterti” ASCOLTARE…!
… se le cose stanno così, il mio posto nella vita non è mai una cosa indifferente per Te!
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Grazie a Te, il “dovere di sedermi” per “ascoltarti” ho cercato di assolverlo il più possibile (- “libri” (la vita dell’umanità) - “giornali” - “preghiera")… per meglio raccontare le tue meraviglie…
“…SEDENDO con i FRATELLI…!”
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… nel mondo di OGGI (2016) l’uomo pur “inconsciamente” sente fame e sete di Te, rivendica solo “diritti” (spesso) confondendoli con i “desideri”, non conoscendo e, ri-conoscendo, i “doveri”, quello più ignorato, e non cercato, è quel…
“…dovere di sedersi….” per capire e ascoltare, … azzerando il DIALOGO!
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…. la storia apocalittica della mia vita, non ha mai impedito di “ascoltarti” per renderla “escatologica” specialmente quando mi hai detto:
“Esci della tua terra e va,… dove Io ti condurrò!”
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…tra un “esodo” e l’altro, oggi sono qui in ascolto e disponibilità ad essere e vivere nel “posto” che Tu hai assegnato alla mia vita nel mondo, di cui, sono certo, Tu non sei mai stato indifferente!
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… i miei fratelli sono distratti, disorientati, senza punti di riferimento, non hanno tempo di “sedersi” per riconoscersi- progettare- crescere per camminare con Te verso di Te…!
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…. stando così le cose (…come sempre è stato e sarà!) tradirei i miei fratelli se non credessi nel tuo AMORE e perdessi la “speranza” e la “certezza” dell’offerta misericordiosa di salvezza per “tutti” i TUOI FIGLI, …. miei FRATELLI!
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…ecco perché, oggi, torno a “bagnarmi” nei tuoi doni che mi hanno riscaldato - accompagnato - e - motivato nell’accogliere con gioia e serietà la
“TUA CHIAMATA”!
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Grazie, Signore,
del “dono” di tanti fratelli che hanno studiato - pregato - raccontato - scritto… e di cui faccio “memoria…. bibliografica”, riconoscendo l’importanza del LIBRO - della STAMPA - del CINEMA - della FOTOGRAFIA per conoscere e sondare nella NOTTE LUMINOSA del TUO MISTERO, a cui ci inviti ad ACCEDERE…!
…sei grande, Signore!
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Per scaricare l'originale del testo, in pdf, cliccare qui.

giovedì 28 settembre 2017

Tutta la bellezza che abbiamo perduto

Il libro "Foggia Imperiale" di Benedetto Biagi è tra quelli che hanno maggiormente contributo alla cattiva fama del tema della Foggia fridericiana presso gli storici e gli studiosi.
Scrittore, intellettuale e promotore dell'Università popolare che vide la luce a Foggia nel primo dopoguerra, Biagi lo scrisse durante il fascismo, mentre volgeva al culmine il progetto della "grande Foggia" voluto dall'amministrazione comunale guidata da Gaetano Postiglione e sostenuto dal regime.
È un libro esagerato, a tratti forzato, e fortemente ideologico, come lascia chiaramente intendere la conclusione, in cui Biagi scrive: "Colle sante memorie illustrate, rievocatrici di un passato di gloria, vive il grande Imperatore nell’anima del popolo di Foggia. Le mura, la reggia, il castello, la pescheria, il pozzo rotondo sono scomparsi, ma non è scomparso il ricordo di tanta grandezza. […] Nella piazza intitolata al nome della Cesarea Maestà sente aleggiare lo spirito irrequieto, e sosta, e guarda. Guarda lontano, guarda l’eterna Roma, ove il Duce riprende il cammino sulle via dell’Impero, segnate dai Cesari, percorse da Federico II." Sic. 
Pur con questi evidenti limiti, Foggia Imperiale è un libro interessante (su internet culturale è disponibile una versione digitale, che potete trovare qui), anche per il suo ricco corredo documentario e iconografico.
Le fotografie mostrano una Foggia che non esiste più, e ci fanno riflettere sulla bellezza che abbiamo perduto, vuoi per l'inclemenza dei secoli, vuoi per i frequenti saccheggi e le distruzioni belliche patite dalla città.
Vi si ammira l'arco del portale del palazzo di Federico II, nella collocazione che aveva prima che fosse colpito dalle bombe alleate, nonché la cosiddetta Caserma di Cavalleria e il Palazzo Pianara, la cui matrice fridericiana è a dir poco dubbia, ma che tuttavia possedevano una dignità ed una bellezza che sono andate purtroppo perdute.
Lettere Meridiane ha digitalizzato, restaurandole dov'era possibile, e colorizzato le fotografie del libro di Biagi, raggruppandole nella video storia che potete guardare qui sotto. 
La colonna sonora questa volta è qualcosa di più di un semplice commento musicale. Si avvale di due brani della grande musicista americana SackJo22. Nel primo, Kristallnacht, la celeberrima Sonata al chiaro di luna di Beethoven viene contaminata da effetti sonori che riecheggiano passi di eserciti in guerra e cristalli rotti. L'altro brano, Non mi ricordo, è una struggente cantata alla memoria e al suo valore.
Buona visione. Se il video vi piace, fatelo guardare anche agli amici, condividendolo.


mercoledì 27 settembre 2017

Faragola siamo noi: parte la campagna di crowdfunding, il video di Antonio Fortarezza

“Più di mille anni di storia sembrano andati in fumo in una notte”. Giuliano Volpe, archeologo e presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, commenta amaramente il rogo di Villa Faragola ad Ascoli Satriano, che qualche settimana fa ha provocato ingenti danni ad una delle aree archeologiche più belle e suggestive della Puglia. Ma non tutto è perduto. Faragola può e deve risorgere dalle sue ceneri, come l’araba fenice.
E mentre il Mibact annuncia un intervento di somma urgenza per 500.000 euro, la Fondazione Apulia Felix, guidata dallo stesso Volpe, mobilita l’opinione pubblica e lancia una raccolta fondi per consentire la rinascita di questo autentico gioiello archeologico.
Probabilmente di proprietà di un ricco senatore romano che possedeva grandi quantità di terreni agrari nel Mezzogiorno, la villa conobbe il periodo di massimo fulgore tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, quando venne adornata con terme e marmi policromi,  una grande sala da pranzo con un divano per banchetto che risulta tra i meglio conservati al mondo.
Volpe è anche l’archeologo che ha scoperto e valorizzato il sito ed è proprio lui, nel bel video di Antonio Forterezza che sostiene la campagna di crowdfunding, a suonare la riscossa: “Dobbiamo reagire, non è possibile accettare supinamente quanto è successo a Faragola. Dobbiamo restaurare, ricostruire, restituire il parco archeologico ai cittadini alla comunità locale, alla comunità scientifica internazionale, ai tanti visitatori che sono già venuti e che verranno per conoscere questo straordinario sito archeologico.”
Dopo aver sottolineato ad impegnarsi devono essere prima di tutto le istituzioni, a tutti i livelli, Volpe aggiunge che però “questo deve essere anche un impegno del mondo delle associazioni, delle imprese, dei professionisti, di tutti i cittadini perché Villa Faragola è un patrimonio di tutti, e tutti devono sentirsi partecipi. È necessario per ripartire. È un atto di amore, un atto di partecipazione, un impegno di cittadinanza attiva.”
Si può partecipare alla raccolta fondi con un bonifico alla Fondazione Apulia Felix (IBAN: IT84I0335901600100000066451) oppure utilizzando la piattaforma Meridonare.
Qui sotto il video di Antonio Fortarezza. Guardatelo, amatelo, condividetelo. Perché Faragola siamo noi.

Dio si fa trovare, perfino da chi lo sfida

Nell’era della cultura laica e secolarizzata e dell’ateismo militante, ci vuole coraggio a fare film che parlano di Dio, anzi, a voler dirla tutta, in cui Dio, pur silenzioso, è il protagonista. Per questo, difficilmente lo vedrete in televisione, Tiro Libero di Alessandro Valori: oggi ne avete l’ultima opportunità, a Foggia, alla Città del Cinema (sala 9, proiezioni ore 16.25 e 20.25).
Il film è in se stesso un piccolo miracolo. Simone Riccioni è il classico bello del cinema, ma anche la testimonianza vivente che se, oltre al physique du rôle, hai la testa e soprattutto il cuore, puoi lavorare con Federico Moccia (Universitari), Fausto Brizzi (Com’è bello far l’amore) e Jerry Calà (Pipì Room), ma anche interpretare, scrivere e produrre film indipendenti di rara bellezza, come aveva già fatto assieme a Valori, con Come saltano i pesci, e come fa in Tiro Libero, tratto da una storia vera di cui Simone è stato testimone, e cui l'attore ha anche dedicato un libro.
Dario è un acclamato campione di basket, capitano della squadra cittadina neopromossa in serie A. È arrogante, antipatico e il suo caratteraccio peggiora quando scopre di essere affetto da una grave malattia che gli tronca la carriera. Per il giovane cominciano prove sempre più dure. Condannato per omissione di soccorso nell’ennesimo incidente d’auto, dovrà scontare la sua pena in un istituto salesiano, allenando ragazzi disabili in carrozzina.
Qui Dario incontrerà Simone, orfano costretto in carrozzina dall’incidente che ha ucciso i suoi genitori, Gabriella, volontaria e sorella della ragazza il cui incidente ha provocato la condanna, ma soprattutto incontrerà Dio, e la sua vita cambierà.
Il film è attraversato dal costante dialogo tra Dario e Dio, prima sfidato, poi cercato, infine trovato.

martedì 26 settembre 2017

Alla Città del Cinema Tiro Libero, il nuovo film di Alessandro Valori. Da vedere!

Alessandro Valori è uno dei pochi autori di cinema i cui film vado a vedere a scatola chiusa, sulla parola (la sua, visto che siamo amici). E non ne resto mai deluso. Li ho visti tutti, così come, fino a quando è esistito, il Festival del Cinema Indipendente di Foggia, li ha ospitati tutti. Fin dal suo lungometraggio d’esordio, RadioWest, tra i cui sceneggiatori figurava un altro caro e talentuoso amico cineasta, Francesco Colangelo.
Per alcuni anni, Colangelo (originario di Bovino) e Valori sono stati promotori e direttori del Bovino Independent Short Film Festival, una delle migliori rassegne cinematografiche che si svolgevano in Puglia.
Alessandro è un amico del cinema di Capitanata. Il pregio maggiore dei suoi film sta nel sempre riuscito equilibrio tra una scrittura di livello e una regia garbata, particolarmente attenta alla valorizzazione degli attori. Il suo cinema di è un bell’esempio di come si possano fare film di qualità contenendo i costi di produzione.
Oggi andrò a vedere il suo ultimo film, Tiro Libero, in programmazione oggi e domani a Foggia, alla Città del Cinema (sala 9, proiezioni alle 16.25 e alle 20.25). Fatelo anche voi, perché sicuramente ne varrà la pena.
Interpretato da Simone Riccioni, Antonio Catania e Maria Chiara Centorami con la partecipazione di Nancy Brilli, Biagio Izzo, Paolo Conticini e Jacopo Barzaghi, il film racconta la storia di Dario, 25 anni, bello, ammirato da tutti e leader di una squadra di basket: un ragazzo arrogante e spocchioso che non avrebbe mai immaginato che tipo di prova la vita gli chiederà di superare.
Durante una importante partita di campionato, improvvisamente cade a terra: gli viene diagnosticata la distrofia muscolare. In lui esplode un senso di sconforto misto a rancore non riuscendo ad accettare nemmeno l’aiuto e l’affetto della sua famiglia. A questo si aggiunge la condanna, per aver insultato e umiliato una ragazza che gli aveva sfiorato il suv, a svolgere un’attività sociale presso un centro di riabilitazione per disabili: allenerà la squadra di basket di un gruppo di ragazzi in carrozzina. Al centro incontra Isabella, una volontaria, con cui si scontrerà subito... ma come tante volte accade, da uno scontro nasce anche una scintilla. Per Dario è arrivato il momento, e l’occasione, di cambiare.
Con Tiro Libero si rinnova il fortunato sodalizio tra Alessandro Valori e Simone Riccioni, attore bravo ed anche cosceneggiatore e produttore del film. Ebbi modo di apprezzarli e di presentarli al pubblico alla Sala Farina in occasione della proiezione di Come saltano i pesci, una storia bella e fantastica, piena di solidarietà e di sorriso, di qui ho parlato in questo articolo.
Allora? Stasera o domani, amici e lettori di Lettere Meridiane, tutti al cinema.
Qui sotto il trailer di Tiro Libero.


domenica 24 settembre 2017

Foggia da salvare: evento domani sera a Parcocittà

Valorizzare memoria intesa non come album dei ricordi, ma come risorsa (fondamentale) del futuro è uno dei leit motiv di Lettere Meridiane. Se ne parlerà domani a Parco San Felice, a partire dai casi che in questi mesi stanno maggiormente appassionando l'opinione pubblica foggiana: San Lorenzo in Carmignano, Masseria Pantano, Masseria Giardino, ferite aperte e sanguinanti nel cuore di una città che nel corso dei secoli ha pagato un prezzo molto caro alla memoria, e alla propria identità.
Questi ed altri beni culturali della città di Foggia saranno protagonisti dell’evento Foggia da salvare, in cui verranno proiettati alcuni video realizzati dal giovane videoblogger foggiano, Fabrizio De Lillo, che stanno riscuotendo un notevole successo sul social network.
Saranno presentati anche alcuni video inediti di De Lillo, come sempre caratterizzati dall’uso del drone che però non è più, soltanto, uno “sguardo dall’alto” ma anche un punto di vista sulla città “ad altezza d’occhi”, come diceva Wim Wenders, in grado di rivelare aspetti insoliti ma profondi della vita cittadina.
Promossa da Parcocittà e dal blog Lettere Meridiane, la serata si svolgerà lunedì 25 settembre, con inizio alle ore 20.00, a Parco San Felice.
Il tema di Foggia da salvare non si riferisce soltanto alla critica situazione in cui versano i beni culturali che scandiscono l’identità foggiana, ma anche ai giovani, che sono le maggiori vittime della crisi d’identità che colpisce la città. Si parlerà di giovani, verranno mostrati giovani e ragazzi, la loro rabbia, la loro speranza.
È prevista anche la presentazione, dell’ultimo, intenso video clip del rapper foggiano Nenot realizzato con One Dep, e le cui riprese sono state curato da De Lillo.
La serata sarà condotta da Geppe Inserra, giornalista, fondatore e coordinatore di Lettere Meridiane. Non mancate!

sabato 23 settembre 2017

Leotta e Di Marzio esaltano i tifosi rossoneri

I tifosi foggiani al Rigamonti
Il Foggia sta facendo parlare di sé non soltanto per la forza della squadra, che dopo il poco esaltante avvio di campionato sembra essersi ripresa alla grande, ma anche per il calore e la passione dei suoi tifosi che conquistano la copertina della trasmissione dedicata al torneo cadetto, curata, su Sky, da Diletta Leotta e Gianluca Di Marzio. È stata la conduttrice ad esaltare lo spettacolo che i tifosi rossoneri hanno offerto sugli spalti dello stadio Rigamonti, dove i satanelli sono stati seguiti da più di mille tifosi, che hanno incessantemente sostenuto i loro beniamini, nella difficile trasferta.
“Una festa di popolo” ha sottolineato Gianluca Di Marzio, commentando assieme a mister Stroppa l’entusiasmo che si è scatenato dopo il gol del provvisorio vantaggio rossonero firmato da Chiricò.
Stroppa si è detto soddisfatto della prova della sua squadra, sottolineando, tuttavia, che il Foggia non ha ripetuto la prova straordinaria offerta a Carpi, e che il Brescia troppo spesso è arrivato prima sul pallone, non permettendo ai rossoneri di fare il loro solito gioco.
Il gol di Chiricò
Ma proprio per questo il punto ottenuto a Brescia è preziosissimo: il Foggia lo ha strappato ad una delle formazioni più forti tra quelle incontrate fino ad oggi, che sembra destinata alle zone alte della classifica.
Che il Foggia abbia dovuto lottare con i denti per conquistare il punto (comunque meritato) è confermato anche dall’analisi statistica del match. Il possesso palla è stato a vantaggio dei padroni di casa (30’1” contro i 23’14” dei rossoneri), così come il bilancio dei tiri (9 di cui 5 in porta per i bresciani, 5 di cui 3 in porta per i foggiani), gli assist (4-1), le palle perse (21 contro 23) e quelle recuperate (14 contro 11).
Numeri che confermano che il Foggia ha dovuto lottare a denti stretti per allungare la striscia positiva, che dopo il pari interno con il Palermo e il successo di Carpi, è adesso di 3 turni.
Il pareggio di Brescia è anche il primo ottenuto fuori casa dagli uomini di Stroppa, che finora lontano dallo Zaccheria, avevano ottenuto una vittoria e due sconfitte.
Domenica prossima si torna a Foggia, con il Novara, e i tifosi sperano nella prima vittoria casalinga in un campionato che dopo le paure iniziali, comincia, finalmente, a sorridere ai satanelli.

venerdì 22 settembre 2017

Bari e Foggia, tifoserie top della Serie B

Nonostante l’avvio di campionato non proprio esaltante, il pubblico dello Zaccheria si dimostra veramente da serie superiore. Se nella prima rilevazione pubblicata da Lettere Meridiane i tifosi rossoneri si classificavano nella terza piazza per numero medio di spettatori (alle spalle del Bari e del Pescara), i dati del sito specializzato Transfermarkt.it, dopo le prime giornate di campionato, collocano i tifosi del Foggia.
In cima ci sono sempre i supporter del Bari, con 32.252 spettatori nei primi due turni di campionato e una media di 16.126, ma i fans dei satanelli inseguono, con 23,151 spettatori totali (media partita 11,576).
Al terzo posto c’è il pubblico del Cesena (22.974 paganti nei primi due turni del torneo, media 11.487), tallonato dai tifosi del Parma. Al Tardini ci sono andati in 22.928, facendo segnare una media di 11.464.
Naturalmente, i dati tengono conto anche dei tifosi delle squadra avversarie che partecipano alle trasferte per sostenere i loro beniamini. E non è un caso che il Pescara, che nella prima rilevazione era come abbiamo detto addirittura al secondo posto, scivoli adesso al quinto con 22.167 spettatori totali, e una media di 11.084. Lo stadio abruzzese aveva ospitato nella prima giornata il Foggia, totalizzando 12.672, che si sono ridotti a quasi 10.000 nella seconda.
Allo stadio Delfino sono mancati, nel secondo turno, i tifosi del Foggia che avevano affollato gli spalti dello stadio Adriatico.
Positiva è anche la performance che lo Zaccheria fa registrare per quanto riguarda la percentuale di riempimento delle tribune. Il 46,2% secondo  Transfermarkt.it, che però calcola il dato su una capacità puramente teorica, di 25.085 spettatori. Come ha fatto notare l’amico Mario Guadagno commentando il post precedente “c’è un errore, perché l’attuale capacità dello Zaccheria è di 14.350 spettatori.” Quindi il tasso di riempimento è dell'81% circa, che collocherebbe il Foggia anche in questo caso al secondo posto della graduatoria, alle spalle della Cremonese, che ha una percentuale di utilizzazione dello stadio dell’86,4%.
Peccato che il numero di spettatori faccia sorridere i cassieri dei diversi sodalizi cadetti, ma è ininfluente sulla classifica. Anzi in qualche caso inversamente proporzionale. Sapete quel è la squadra che ha meno pubblico? La capolista Frosinone, con appena 2.644 paganti nelle due partita finora disputate nello stadio “Matusa”, e una media di soli 1.322 spettatori a partita.

giovedì 21 settembre 2017

Aeroporto Lisa, la Commissione Europea chiarisce e gela gli entusiasmi

Non è proprio un’altra tegola che si abbatte sul Gino Lisa, ma una correzione di rotta, una puntualizzazione necessaria per evitare equivoci, e per scongiurare che nuovi intoppi sorgano nella corsa ad ostacoli che sta caratterizzando l’iter dell’allungamento della pista. Il contributo pubblico per la realizzazione dell’opera non è del 95% come si sperava (e che la Regione Puglia si era impegnata a coprire), ma del 75%. I privati che vorranno sostenere il progetto dovranno sobbarcarsi il 25% dei costi (14 milioni di euro la spesa complessiva prevista), e non il 5%, come si pensava e come si sperava.
Lo chiarisce in modo purtroppo inequivocabile, la risposta all’interrogazione (che potete leggere qui) presentata sull’argomento dalla deputata europea Elena Gentile, fornita verso la fine di agosto, a nome della Commissione, da Margrethe Vestager, danese, e commissaria europea alla concorrenza.
“Ho presentato l’interrogazione - chiarisce l’eurodeputata pugliese - per chiarire la situazione e per scongiurare che interpretazioni non corrette possano nuovamente rallentare l’iter dell’opera, che ritengo necessaria ed urgente per la Capitanata e per il Gargano, la cui economia turistica ha assoluta necessità della infrastruttura aeroportuale pienamente agibile e funzionale”.
Il nuovo regolamento approvato dalla Commissione Europea ha modificato il regime generale di esenzione per categoria per favorire alcune tipologie di investimenti pubblici, in particolare quelli in favore di porti e aeroporti, esonerandoli dall'obbligo di notifica ex articolo 108 TFUE.
Ciò significa che sono ammessi i contributi pubblici a favore degli aeroporti: fino al 75 % dei costi per gli aeroporti con una determinata media annuale di traffico passeggeri, e fino al 95% per gli “aeroporti situati in regioni remote”.
Il busillis sta, appunto, nella definizione di “regione remota”.
“Tale riforma - scrive l’on.Gentile nella sua interrogazione - permetterebbe di finanziare senza obbligo di notifica e con un contributo pubblico pari al 95 % dei costi, progetti come quello relativo all'allungamento dell'aeroporto italiano Gino Lisa di Foggia, facendo perno sulle caratteristiche di aree interne della provincia di Foggia come i Monti Dauni, il Gargano e le Isole Tremiti.”
L’europarlamentare chiedeva dunque alla Commissione “quali siano i criteri giuridici atti a definire un determinato territorio come area remota, in riferimento agli aspetti demografici, sociali, territoriali e della rete di trasporti esistente” e “se l’area della provincia di Foggia in Puglia può considerarsi come area remota ai fini della normativa sugli aiuti di Stato e quindi godere della maggiorazione del finanziamento previsto per le aree svantaggiate.”
La risposta della commissaria alla concorrenza, non è stata purtroppo quella sperata.  “Per regioni remote - scrive Margrethe Vestager a nome della Commissione - si intendono le regioni ultraperiferiche, Malta, Cipro, Ceuta e Melilla, le isole facenti parti del territorio di uno Stato membro e le zone scarsamente popolate.
Le «regioni ultraperiferiche» - aggiunge - sono definite all'articolo 2, paragrafo 12, del medesimo regolamento. Gli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014 definiscono le zone scarsamente popolate al punto 25, paragrafo 28, come «le regioni NUTS 2 con meno di 8 abitanti per km2, o le regioni NUTS 3 con meno di 12,5 abitanti per km2 (dati Eurostat sulla densità di popolazione)». La regione di Foggia è considerata come una regione NUTS 3. Tuttavia, in base ai statistiche sulla densità demografica di Eurostat, nel 2015 Foggia aveva una densità di 90,2 abitanti per km2 e, pertanto, non può essere considerata una «zona scarsamente popolata» ai sensi del punto 25, paragrafo 28, degli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014. Da ciò consegue che la provincia di Foggia non può essere considerata una regione remota ai sensi dell'articolo 56 bis, paragrafo 14, del regolamento 2017/1084.”
“Non è certamente la risposta che speravamo - commenta Elena Gentile - ma credo sia meglio averlo saputo adesso, e non trovarsi di fronte all’ennesimo intoppo, a procedura avviata”. La deputata europea non nasconde la sua irritazione verso chi ha parlato di ridefinizione di paletti provocata dall’interrogazione o di boomerang: “Era stata disinvolta l’interpretazione di chi, non so quanto in buona fede, aveva pensato che la provincia di Foggia ricadesse nel novero delle aree remote facendo credere che si potesse spuntare il tetto massimo del contributo pubblico. Adesso bisogna lavorare, con coerenza e serietà, per trovare sul territorio le risorse necessarie a garantire la realizzazione del progetto di allungamento della pista.”

mercoledì 20 settembre 2017

Il luogo che accolse per primo l'Iconavetere è un ricettacolo di rifiuti

Secondo la tradizione, gli umili pastori che rinvennero il quadro dell'Iconavetere, guidati da tre fiammelle che luccicavano sull'acqua, lo trasportarono nella poco distante Taverna del Gufo, che rapidamente diventò meta di pellegrinaggi e venne trasformato in una Chiesa. Si tratta dell'attuale chiesa di San Tommaso, che sorge all'incrocio tra via Ricciardi e via Arpi, ed è di conseguenza la più antica chiesa parrocchiale foggiana.
È da tempo chiusa al culto, per problemi di sicurezza che l'hanno resa impraticabile. Il progetto di lavori di restauro aveva ottenuto un finanziamento pubblico, che però non è stato utilizzato.
Da un po' di tempo l'edificio è stato circondato da transenne, proprio per garantire la sicurezza dei passanti. Il problema è che le transenne sono diventate, come documenta la sequenza di foto che potete vedere più sotto, un autentico ricettacolo di rifiuti, brutto a vedersi ma anche potenzialmente rischioso per l'igiene pubblica.
Uno spettacolo che è poco definire inverecondo, in considerazione dell'importanza storica della chiesa, ma anche del fatto che sorge in una strada centralissima, attraversata quotidianamente da centinaia di persone, data anche la vicinanza all'Università.
Anni fa qualcuno sognava via Arpi come la strada dell'arte e della cultura. Sta invece diventando il peggior biglietto da visita di una città che prende a calci la memoria e la bellezza.

La Dea Eupalla esiste, ed è più forte della Dea Bendata

L'esultanza di Martinelli dopo la rete che ha
avviato la grande rimonta rossonera
Chissà cosa avrà pensato la dea Eupalla iera sera quando, al nono minuto del primo tempo della partita tra Carpi e Foggia, ha visto il difensore pugliese Camporese avvitarsi malamente e goffamente nel tentativo di fermare Mbagoku, che si è invece involato verso l’area rossonera, infilando il portiere e portando in vantaggio i padroni di casa.
Secondo quell’indimenticabile maestro di giornalismo e di buon senso che è stato Gianni Brera, Eupalla è “la divinità benevola che, assistendo pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi, presiede alle vicende del calcio, ma soprattutto del bel gioco.”
Alzi la mano chi, tra i tifosi rossoneri, di fronte all’ennesimo strafalcione della retroguardia dei satanelli non ha pensato: stasera le prendiamo di nuovo, e di brutto. D’altra parte, si sfidavano nello stadio emiliano le due difese “estreme” del torneo cadetto: da una parte la più impenetrabile (solo un gol al passivo prima di ieri), dall’altra la più perforata.
Il gol di Mbagoku era stato il tredicesimo subito dal Foggia, e tutto lasciava presagire un’altra grandinata di palloni nella rete dell’incolpevole Guarna.
Personalmente, lo strafalcione di Camporese, neoacquisto prelevato dal Benevento (con cui lo scorso anno ha conquistato la promozione in A) mi ha ricordato quello di Martinelli, l’altro centrale rossonero, nella gara casalinga con l’Entella: su una palla facile facile nel cuore dell’area, liscio impressionante e quindi rovinoso fallo sull’attaccante. Rigore e pareggio.
Ma la dea Eupalla ha lo sguardo lungo e il cuore grande, e ha compiuto il miracolo, verosimilmente invocata da mister Stroppa, che ieri sera ha gridato tanto e così forte da costringere i tecnici di Sky ad abbassare il volume dei microfoni piazzati nei pressi delle panchine.
Il gol di Martinelli
Sta di fatto che il Foggia dopo quella rete non ha perso morale, né mordente, ma ha cominciato anzi a macinare gioco al cospetto della capolista, mentre in difesa hanno cominciato a ribattere colpo su colpo, e tutta la squadra ha ripreso a giocare con quelle geometrie che l’anno scorso hanno incantato tutti i tifosi degli stadi di Lega Pro.
E così, al quarto della ripresa, forse anche per fare un dispetto alla Dea Bendata, la buona Eupalla ha deciso che no, il Foggia non poteva essere punito ancora una volta e che a dare il là alla rimonta rossonera dovevano essere proprio gli autori delle scarponerie prima ricordate.
Rubin conquista un calcio d’angolo. Lo batte sulla sinistra Floriano con un cross forte e teso che finisce nel cuore dell’area. Si avventa sul pallone Camporese, che tira quasi a botta sicura, ma la sfera finisce sulla traversa. Eupalla, si sa, ama la suspence: così il difensore riprende e tira di nuovo, ma anche questa volta la rete sembra stregata, perché un difensore emiliano salva sulla linea. In agguato c’è però Martinelli che con un tiro malizioso che passa tra una selva di gambe, finalmente insacca.
Martinelli e Camporese, proprio loro. I difensori che erano stati al centro delle polemiche avviano il riscatto rossonero. Quella rete ha sbloccato il Foggia che è letteralmente salito in cattedra, travolgendo il Carpi. La difesa che fino a ieri aveva preso soltanto un gol, alla fine dovrà annotarne tre al passivo, perché alla rete del difensore, si aggiungeranno quelle di Chiricò e di Beretta.
Si, aveva ragione Brera, la dea Eupalla esiste. Ed è più forte della Dea Bendata.

martedì 19 settembre 2017

Foggia e la Capitanata si specchiano nel film di Luciano Emmer

Che bella serata ieri a Parcocittà. All'insegna della bellezza e della nostalgia. In una sala attenta e gremita, abbiamo rivisto ventun'anni dopo la sua prima proiezione, Foggia non dirle mai addio, il travelogue che Luciano Emmer girò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, allora guidata da Antonio Pellegrino.
Ho presentato decine di volte il docufilm di Emmer, maestro del cinema italiano e protagonista non secondario della grande stagione neorealista, ma ogni volta ne rimango conquistato, e scopro nuove suggestioni, trovo nuove emozioni.
Prima della proiezione di ieri sera, che ho avuto il piacere di presentare, ho chiesto agli spettatori presenti quanti non avessero mai visto il film. Con mia sorpresa, erano la stragrande maggioranza.
Ventun'anni sono tanti. E sono tantissimi i giovani che non hanno (ancora) potuto vederlo.
Questo piccolo capolavoro andrebbe riscoperto, fatto girare nelle scuole, riproposto alle giovani generazioni come provocazione, come lancinante invito a scoprire una Capitanata diversa dagli stereotipi. Una terra che potrebbe trovare proprio nella bellezza - svelata da Emmer nel suo viaggio che non è spaziale o geografico, ma piuttosto un viaggio sentimentale, dell'anima - la chiave di volta del suo futuro.
Partendo dalle note e dalle liriche della canzone Foggia di Eugenio Bennato (Foggia è chella che è passata, e che ancora ha da venire), Emmer indica nel rapporto tra Foggia e la Capitanata, e tra la Capitanata a Foggia, la vera, profonda identità della nostra terra, di cui indica i simboli solo in apparenza lontani tra di loro: Federico II e i terrazzani di Borgo Croci.
La bellezza che diventa scommessa di futuro viene raccontata attraverso le diverse fasi della produzione dei fiori secchi di Sannicandro Garganico, autentici capolavori di artigiano che traggono la loro origine da un prodotto povero della terra garganica, i fiori spontanei, per trasformarli in un tripudio di colori e di forme, di rara bellezza.
La fine della Provincia istituzione rende molto più difficile mantenere l'equilibrio, già tradizionalmente e storicamente precario, tra Foggia e il resto del territorio dauno, e tra questo e il capoluogo.
Ventun'anni dopo, con la stessa intensità, Luciano Emmer ci invita a ripartire da qui.
Geppe Inserra
P.S.: Lettere Meridiane è disponibile a ripetere la proiezione in altri contesti, a Foggia e in provincia. Per proposte, idee, richieste, suggerimenti scrivete in mail.


lunedì 18 settembre 2017

Quando a Foggia la sosta sul corso era vietata. Ma ai pedoni.

È proprio vero che le antiche foto raccontano un’epoca. Quelle di oggi, colorizzate con l’algoritmo di intelligenza artificiale che gli amici e i lettori di Lettere Meridiane hanno imparato ad apprezzare, riguardano entrambe il cuore pulsante di Foggia: corso Vittorio Emanuele, ripreso da due punti di vista diversi: l’inizio, che coincide con l’attuale isola pedonale, all’incrocio con piazza Giordano e Corso Cairoli, e il tratto centrale, all’incrocio con Corso Garibaldi e piazza Oberdan, dove campeggiano i primi grandi magazzini aperti a Foggia, e cioè la Standa.
Le due foto sono state scattate a pochi anni di distanza l’una dall’altra. La più antica è quella che mostra l’inizio del corso, e risale agli anni Quaranta. La seconda fa vedere, invece, com’era Foggia negli anni Cinquanta.
Nell’una e nell’altra immagine, il corso sembra particolarmente affollato e vissuto. Si intravedono bar con tavolini, l’atmosfera complessiva è quella di una città non diciamo opulenta, ma non povera, capace di gustarsi la vita e di ritrovarsi in strada e in piazza.
Le automobili circolanti erano ancora poche, come pure le biciclette, a conferma del fatto che la popolazione foggiana non ama le due ruote, nonostante la città offra un habitat ideale per i ciclisti, essendo completamente pianeggiante.
Invece i pedoni erano tantissimi. E lo struscio per il corso doveva venire praticato con una certa lentezza, al punto tale da indurre le amministrazioni comunali dell’epoca ad adottare un provvedimento a dir poco curioso, che a distanza di decenni fa sorridere.
Se guardate bene la foto della Standa notate a sinistra un cartello che vieta la sosta ai pedoni. (È evidenziato con un cerchio rosso, per vederlo bene scaricate la foto in hd, come spiegato alla fine del post)
In realtà la misura aveva una sua ratio. Piazza Oberdan era in quegli anni una sorta di ufficio di collocamento plein air. I braccianti in cerca di lavoro per il giorno dopo, vi si recavano e sostavano in attesa di qualcuno che li ingaggiasse, il che doveva creare una certa confusione e più di un ingorgo... pedonale.
Era, in ogni caso, una città del tutto a misura d’uomo. Molto diversa da quella caotica di oggi. Non lo pensate anche voi?
La procedura di colorizzazione è stata attuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Il primo "Viaggio nel Sud" della Rai partì da Manfredonia

“Finché non potremo mangiare, vestirci, divertirci, consumando la stessa quantità di beni al Nord e al Sud, il ciclo del Risorgimento non si potrà considerarsi compiuto, né l’Italia potrà considerarsi unificata ed equilibrata di fronte alle esigenze dell’economia e del progresso internazionale”. Parole sante, e purtroppo dimenticate. A pronunciarle era la televisione pubblica, quando faceva ancora il suo mestiere, e non era ancora diventata una fabbrica di intrattenimento di bassa lega.
Siamo nel 1958, anno in cui la Rai varò una trasmissione intitolata “Viaggio nel Sud”, che raccontava la vita nelle regioni e nei paesi del meridione.
Come viene spiegato nella puntata introduttiva, “una parte dell’Italia meridionale, a causa di infelici vicende storiche è rimasta isolata, ferma in una continuazione del medioevo che si è protratta fino a un secolo fa, e questo triste destino, non ha sminuito né la forza né l’ingegno delle popolazioni ma ne ha invece ritardato di molto la rinascita.”
La tesi dell'endemico ritardo economico e tecnologico del Sud ereditato dall'Italia unificata è opinabile (i Borbone costruirono Napoli la prima ferrovia) ma rende perfettamente l’atmosfera culturale che si respirava nel Paese alla vigilia del boom economico, e la visione che il Paese aveva allora della cosiddetta questione meridionale.
La prima tappa del “Viaggio nel Sud” ebbe luogo in Capitanata, a Manfredonia, e non si trattò di una scelta casuale, perché i governi del secolo scorso avevano concentrato nell’area sipontina, scommettendo sul suo sviluppo: dalla bonifica delle paludi, alla riforma agraria, e successivamente alla industrializzazione sostenuta dalle partecipazioni statali.
La maggior parte del documentario è ambientata nella fattoria modello di Macchiarotonda, dove gli sforzi congiunti della Cassa per il Mezzogiorno e dell’Ente Riforma Fondiaria avevano innescato un rilevante processo di ammodernamento sia delle tecniche di coltivazione dei campi e di allevamento del bestiame, sia del lavoro.
È impressionante ascoltare il responsabile dell’azienda che parla di superamento del lavoro precario e stagionale, mentre il conduttore tesse gli elogi della profonda trasformazione che Manfredonia e il Gargano andavano conoscendo, proprio grazie alla crescita occupazionale.
Pino Locchi e Arnoldo Foa, curatori e conduttori della trasmissione, intervistano diverse donne  durante la vendemmia chiedendo dei loro progetti matrimoniali e non. E poi l’ allevamento delle vacche, le interviste ai pastori che non fanno più la transumanza, e alle donne e agli uomini che lavorano in azienda: la vita quotidiana, i pasti, la sera davanti alla televisione. La giornata di vacanza di un salariato che torna a riposare a Manfredonia, che viene letteralmente definita una “cittadina in rinascita”. L’uomo racconta la sua vita e presenta la sua famiglia.

domenica 17 settembre 2017

Fuggire da Foggia? No. Non dirle mai addio.

Fuggire da Foggia, come recita l’antico, antipatico adagio? No. Perché a Foggia non si deve mai dire addio. Me lo ha insegnato, ventuno anni fa, un caro amico, un grande uomo di cinema che foggiano non era, ma amava Foggia, che aveva eletto a sua città d’adozione: Luciano Emmer, maestro del cinema italiano, capofila di alcun generi che hanno fatto scuola (come il cinema che parla di scuola o quello ambientato sulle spiagge estive), padre dei Caroselli televisivi.
Il rapporto intenso tra Emmer e Foggia venne suggellato da un film che domani sera verrà riproposto, in occasione del ventunesimo anniversario della realizzazione, nell’ambito delle manifestazioni di Settembre al Parco, da Parcocittà in collaborazione con il nostro blog, Lettere Meridiane.
Il docufilm di Luciano Emmer è intitolato appunto, Foggia non dirle mai addio: il grande regista neorealista lo realizzò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, guidata da quel grande presidente che è stato Antonio Pellegrino.
La proiezione si svolgerà domani, lunedì 18 settembre, con inizio alle ore 20.00, a Parco San Felice.

Bombardamenti, perché si deve dare un nome alle vittime (di Maurizio De Tullio)

Maurizio De Tullio mi ha fatto pervenire un prezioso contributo, nel quale riflette su diversi temi trattati nelle ultime settimane da Lettere Meridiane. Tra le altre cose, l'articolo risponde alle considerazioni che avevo svolto su quello che ho definito riduzionismo, atteggiamento che caratterizza alcuni strati della opinione pubblica foggiana a sminuire la portata di eventi epocali, come i bombardamenti.
Le riflessioni di Maurizio sono ampie, articolate, e per larghissima parte condivisibili. Meritano una risposta articolata ed approfondita, che mi riservo di fornire nei prossimi giorni, con una lettera meridiana ad hoc. Solo una battuta sulle considerazioni finali, in cui De Tullio scrive:
Credo occorra combattere gli stupidi che a Foggia, e sui Social locali, crescono e si moltiplicano in quantità industriale! Solo per aver espresso opinione contraria (e motivata) al progetto di ricostruzione del Palazzo di Federico II e per aver contestato la bontà artistica di un monumento a ricordo delle vittime del ’43 (ma che desidero fortemente che si realizzi) ho ricevuto insulti che confermano l’eccellente qualità della stupidità umana. Non sembra, ma è questa la partita più difficile da combattere in una città come Foggia.

Beh Maurizio, a me è toccata la stessa sorte, anche se dal campo avverso: per aver promosso l'idea della ricostruzione del Palazzo sono stato vilipeso, offeso, e non certo dagli stupidi e dagli ultras del web. Ma anche di questo avrò modo di parlare... (g.i.)

* * *

Proposte contro il ‘Riduzionismo’ (a cominciare dal mio impegno per il monumento alle vittime del ’43)

Le vie del ‘Riduzionismo’ devono essere proprio infinite. Naturalmente uso il termine un po’ per parafrasare e un po’ per stare nel ragionamento di Inserra.
Sì, è vero: dovremmo cominciare dal risarcimento della memoria, per cui da un lato è sacrosanta la realizzazione del ‘Monumento alle Vittime del 1943’, per il quale Alberto Mangano e pochi altri si sono alacremente spesi, ma dall’altro è ancor più sacrosanto il debito che da 74 anni ci portiamo dietro nel non aver ancora dato un nome a quelle vittime.

sabato 16 settembre 2017

Vivere da cani? Può essere bello, se succede al Trabucco di Mimì

Uno storytelling garbato, divertente, intelligente quello che Gianpier Clima manda on line con il suo cortometraggio Trabucco vita Tracani (grazie a Teresa Maria Rauzino per la segnalazione). Per la serie: vivere da cani non è il massimo che puoi aspettarti dalla vita, ma se devi farlo al Trabucco da Mimì, leggendaria location peschiciana, non è poi così male, tra belle turiste in minigonna e bocconcini prelibati che ti passano i forestieri perché, come si ricorda nel film, dagli Ottaviano, proprietari del ristorante, “i cani sono e saranno sempre trattati da Signori Cani"...
Il cortometraggio racconta, attraversando l'intero arco delle 24 ore, dalla notte alla notte successiva, gli accadimenti di una classica giornata estiva al trabucco; il tutto visto da e con gli occhi di una triade di tipici cani "pumetti" peschiciani, Lola, Scheggia e Scotty : bassi, tarchiati, bruttini, indolenti, pigri e in definitiva simpatici (le voci sono di Katia Sciotti e Fausta Mastromatteo).
Cani, che come narra la voce fuori campo di Rambo (progenitore degli attuali quadrupedi, interpretato da Sergio De Nicola) hanno un dono particolare: parlano e lo fanno in peschiciano.
La giornata canina si consuma nella estenuante e indefessa ricerca di cibo, lavoro duro quanto quello degli umani, la cui fatica e la cui stanchezza ha nel cortometraggio il volto suggestivo e la voce di Peppino Delli Guanti.
Le musiche sono di Casadidadi (David Treggiari).
Potete vedere Trabucco vita Tracani qui sotto. Amatelo, condividetelo.

venerdì 15 settembre 2017

Parte da Monte Sant'Angelo il rilancio dell'ecologia sociale

Camminare sul crinale d’una montagna è sicuramente pericoloso, se non sei un alpinista, però ti fa godere d’uno sguardo privilegiato: guardi dall’alto, che più in alto non si può, e a destra e a sinistra, sopra e sotto. Allo stesso modo, vivere border line, a stretto contatto con il disagio, è certamente scomodo e duro, però può allargarti la mente, svelandoti che il disagio certe volte può offrire - tanto a chi ne è vittima, quanto a chi si sforza di curarlo - preziose opportunità di cambiamento.
Può accadere così che ritrovarsi in gruppo per fare in modo che persone colpite dall’alcolismo non bevano più, o per aiutare individui che soffrono di problemi psichici, si trasformi in qualcosa d’altro e più ampio: un sentirsi e fare comunità che aiuta tutti a vivere meglio, a migliorare la qualità della vita individuale e del gruppo. Ad essere stimolo di cambiamento e di crescita per l'intera collettività.
Questo approccio accomuna due delle strategie terapeutiche più innovative e rivoluzionarie: l’ecologia sociale ideata dal neurologo slavo Vladimir Hudolin e le Parole Ritrovate, movimento nato in Italia, non casualmente a Trento, patria della psichiatria democratica e alternativa di Franco Basaglia.
Se al centro dell’approccio ecologico sociale di Hudolin c’è la comunità, la metodologia delle Parole Ritrovate punta sul “darsi convegno” assieme, utenti, familiari, operatori, amministratori, cittadini non solo per dare la parola a chi non l’ha sinora avuta, ma piuttosto per ritrovare assieme le parole.
Caratteristica comune di entrambi i metodi è l’approccio di comunità, che mette al centro la persona e i suoi contesti di vita, e nello stesso tempo coinvolge assieme i curanti e i curati, miscelando con perizia il sapere professionale e scientifico ed il sapere esperienziale, in modo da tenere in considerazione i bisogni e le necessità individuali e nel contempo promuovere ed utilizzare le risorse personali e collettive.
Da oggi fino  a domenica, a Monte San’Angelo si ragiona di tutto questo per confrontarsi, chiarirsi le idee, tratteggiare percorsi comuni nell’obiettivo di consolidare il movimento nato attorno alla metodologia di Hudolin.
L’intensa tre giorni monotematica è promossa dall’Arcat regionale pugliese e dall’Apcat della provincia di Foggia (le associazioni dei Club Alcolisti in Trattamento che si richiamano ad Hudolin) in collaborazione con il Centro di Salute Mentale di Manfredonia, il Comune di Monte Sant'Angelo, l’Associazione Genoveffa De Troia di Monte Sant’Angelo, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia, l’Associazione Psychè di Manfredonia, il Centro Salute Mentale di Trento, la sezione Apulo-Lucana della Società Italiana di Alcologia, il Corso di Laurea in Scienze del  Servizio Sociale dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano il Centro di Pedagogia delle Scienze della Salute dell’Università di Foggia. Tema del convegno: L’Approccio Sistemico al “Fareassieme”, Tre passi verso l’Ecologia Sociale (metodo Hudolin).
È bello e significativo che l’intensa tre giorni monotematica si celebri sotto lo sguardo vigile dell’Arcangelo Michele. A Monte Sant’Angelo, capitale culturale e storica del Gargano, luogo in cui - come si legge nella brochure che presenta l’iniziativa -  "gli Angeli non esitavano, ma avevano dimora, vi abitavano, si ritempravano tra una impresa e l’altra tra la fine di un accompagnamento e l’inizio di un rinnovato prendersi cura.”

Al Sud basta un banalissimo (ma equo) intervento ordinario (di Michele Eugenio Di Carlo)

Michele Eugenio Di Carlo torna sulla questione meridionale, la cui attualità è stata in questi giorni rilanciata dal presidente del Consiglio, Gentiloni, in occasione del suo discorso inaugurale alla Fiera del Levante. Un intervento, quello di Di Carlo, come sempre appassionato, ma lucido, che tra gli altri pregi, ha anche quello di ripercorrere storicamente le alterne vicende del dibattito sulla questione meridionale, fino al suo occultamento.
Lo ringrazio per aver voluto condividere le sue riflessioni con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane.
* * *
È del tutto normale che i nostri giovani continuino ad emigrare? No!
L’emigrazione è sempre la prova di un’economia sottosviluppata che non utilizza le proprie risorse o, meglio, le cui risorse vengono sfruttate  da multinazionali e gruppi affaristici di aree sviluppate con il beneplacito di politiche interne ed esterne compiacenti.
Quando questo avviene all’interno di un’area geografica politicamente unita, come l’Italia, le considerazioni e le analisi non possono essere occultate: prima o dopo emergono.

giovedì 14 settembre 2017

Ecco gli "appunti" del viaggio garganico e pugliese di Lomax e Carpitella

Il social network offre importanti possibilità (per alcuni versi ancora inesplorate) di raccogliere memoria che altrimenti andrebbe dispersa, di intrecciarla, e di scrivere dunque storie e storia, quella che gli addetti ai lavori chiamano public history, e che altrove è una vera e proprio disciplina scientifica.
Si tratta, soprattutto, della storia che si nutre di fonti non convenzionali, come le fotografie o i ricordi.
Miky Lauriola‎ e gli amici del gruppo Facebook  "Sei di Monte se ..." me ne hanno dato una bella efficace dimostrazione. Sincero cultore della memoria e delle radici del suo paese e del Gargano, Miky ha prontamente raccolto la “dritta” contenuta nella lettera meridiana sul viaggio garganico del grande etnografo statunitense Alan Lomax e l’etnomusicologo calabrese Diego Carpitella, ed è andato a spulciare nell’archivio fotografico di Lomax, dove ha scovato due fotografie di un musicista dal volto sorridente e solare, che imbraccia una finissima fisarmonica artigianale e ha l’aria di saperla davvero lunga, in fatto di musica.
Lauriola non ci ha pensato su due volte, e ha postato le immagini nella bacheca del gruppo, sollecitando i suoi concittadini a dire chi, secondo loro, fosse il misterioso musicista.
Le risposte non si sono fatte attendere, e sono anzi giunte copiose: non soltanto hanno prontamente individuato il personaggio, ma ne hanno anche raccontato la storia.
Si tratta di Michele Principe, detto Sfrscint, papà di quella leggente vivente della fisarmonica che è Giuseppe “Peppino” Principe, nato a Monte Sant’Angelo nel 1924, ed emigrato a Milano assieme al fratello maggiore Leonardo, clarinettista. Dal sito del “principe della fisarmonica” si apprende che i primi rudimenti di musica e fisarmonica li aveva appresi proprio dal padre, Michele, “insegnante molto apprezzato nella zona del Gargano.”
Gli amici di  "Sei di Monte se ..." aggiungono alla storia altri particolari. Il soprannome Sfriscnt sta per bollente, scottante, e deve probabilmente riferirsi al modo di suonare lo strumento, con particolare calore.
Michele Principe è stato per tanti anni capobanda del Complesso bandistico G.Lombardi, nonché gestore di una balera per soli maschi, unica al mondo, “in cui noi maschietti - come ricorda Matteo Ricucci - imparavamo a ballare con la speranza che un giorno avremmo danzato con le nostre fidanzatine.”
La famiglia Principe era popolarissima a Monte Sant’Angelo. Il padre di Michele affittava le biciclette ai bambini.
Ringrazio tutti quanti con i loro interventi  hanno permesso di ricostruire questa deliziosa pagina della storia montanara (oltre a Miky Lauriola e Matteo Ricucci, hanno offerto il loro contributo di memoria, Michele Accarrino, Lucia Raffaela Lauriola, Tonino Tomaiuolo, Libero Altavilla, Carmela Vitello, Lina Totaro, Matteo Rinaldi, Domenico Impagnatiello, Lina Biscari, Dino Guerra, Michelina Simone, Pasuale Vaira, Pasquale Santoro, Michele Sena, Matteo Mazzamurro, Raffaele Ferri e Giovanni Ciliberti).
Per sdebitarmi, offro agli amici montanari e ai lettori di Lettere Meridiane un’altra chicca che spero vi piacerà: gli appunti in cui Alan Lomax annota i titoli dei brani, con i relativi esecutori, registrati durante i tre giorni trascorsi sul Gargano. Li ho trovati nientemeno che nell’archivio della Library of Congress, la Biblioteca del Congresso che, come puntualizza Wikipedia, è de facto la biblioteca nazionale degli Stati Uniti d'America.
Avevo letto che il diario scritto da Lomax durante il suo viaggio in Puglia e sul Gargano era stato rubato. Evidentemente qualcosa è fortunatamente sfuggita al furto: cliccando qui potete scaricare i fogli dattiloscritti con gli appunti che riguardano le diverse tappe pugliesi (Calimera, Galatone, Martano, Gallipoli, Locorotondo, Terlizzi, Bisceglie) e garganiche (Cagnano Varano, Monte Sant’Angelo, Sannicandro Garganico e Carpino).
Chissà che da questi nomi, al momento sconosciuti, non nascano altri ricordi, altre storie.
G.I.

mercoledì 13 settembre 2017

Bellezze foggiane da riscoprire: Maria Grazia Barone

Ci sono bellezze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma che ci sfuggono, vuoi perché ormai assediate dal traffico rumoroso, vuoi perché alberi ed altri manufatti ne impediscono la visione completa che meriterebbero.
È il caso di Maria Grazia Barone, oggetto della foto "colorizzata" di oggi.
Al di là della sua bellezza estetica e monumentale, è il caso di ricordare che prima di tutto Maria Grazia Barone è un monumento alla solidarietà ed alla filantropia. La sua costruzione fu voluta infatti dalla nobildonna cui l'istituzione è intitolata che, nel suo testamento, lasciò le sue proprietà terriere alla città che le aveva dato i natali (il padre, Alessio Barone, era stato sindaco di Foggia, perseguitato dal governo borbonico) allo scopo di costruire un ospizio per gli anziani poveri.
Retta attualmente da una fondazione, Maria Grazia Barone è una delle più antiche istituzioni della città. La foto dev'essere stata scattata subito dopo l'inaugurazione, che ebbe luogo il 15 agosto del 1934. Lo si intuisce dal fatto che i giardini antistanti erano ancora allo stato brado, e che non vi erano alberi.
La procedura di colorizzazione è stata effettuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Monaco riscopre un articolo di Soccio: "Non si uccide una Città"

Lucera è una città simbolo della Capitanata, più precisamente di quel declino che ha colpito la terra dauna, senza che si sia riusciti a invertire la rotta. L’immagine che illustra il post è tratta da una cartolina e raffigura quello che era una volta uno dei simboli riconosciuti e condivisi della città: il suo tribunale di questa città. Domani, ricorreranno quattro anni dalla soppressione, che fa il paio con un’altra, dolorosa, défaillance: quella del suo ospedale.
L’uno e l’altro erano una volta sede di illustri giuristi e medici. Erano l’onore e il vanto della cittadina.
Non succede spesso che un palazzo di giustizia finisca su un cartolina. Se a Lucera è successo, è proprio per i valore simbolico dell’istituzione e dell’edificio che la ospitava. Abbiamo voluto “colorizzare” la foto, che risale al secolo scorso, e che era originariamente in bianco e nero, a significare e a sostenere la speranza di riscatto e di futuro che la gente lucerina continua a nutrire. Potete scaricarla in alta risoluzione cliccando qui.
Come Massimiliano Monaco, docente, cultore di storia locale, e presidente del comitato di Foggia dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, che celebra l’amara ricorrenza riscoprendo un vecchio articolo di Pasquale Soccio che, già nel 1945, rifletteva con la lucidità e la responsabilità sul diritto di Lucera ad avere la sede del Tribunale.

La lettura ungarettiana del foggiano Paglia premiata al concorso internazionale Lago Gerundo

Con il suo libro, Il grido e l’ultragrido. Lettura di Ungaretti (dal Sentimento del Tempo al Taccuino del Vecchio), pubblicato da Ed. Lemonnier Università - Mondadori, lo scrittore e poeta foggiano, Luigi Paglia si è aggiudicato il Premio speciale della giuria per la critica letteraria nel Concorso internazionale “Lago Gerundo” di Paullo-Milano, conferito da una prestigiosa giuria composta dallo scrittore Carlo Alfieri, dal professore ordinario dell’Università La sapienza di Roma, Giovanni Antonucci, dal poeta Ivan Fedeli, da Rosy Lorenzini, docente e segretaria del Premio, da Cesare Milanese, autore e critico letterario e da Marco Ostoni, storico e giornalista.
Nel binomio grido-ultragrido, che dà il titolo al libro, è proposto il diagramma emotivo e stilistico delle opere poetiche ungarettiane oscillanti dialetticamente tra il dolore della vita («d’abissale pena soffoco») e il suo superamento nell’ultragrido metafisico paragonato ad un ultrasuono che nel campo fisico va al di là della percezione umana.
Le varie raccolte ungarettiane, dal Sentimento al Taccuino del Vecchio, pur nell’inevitabile progressione e differenziazione dovute al fluire delle esperienze esistenziali e letterarie dell’autore, presentano una linea di continuità o di coincidenza delle “strutture profonde” che Paglia mette a fuoco dettagliatamente nelle introduzioni globali ad ogni raccolta, nelle quali sono delineati anche il processo genetico e le modalità stilistiche, oltre all’organismo logico-semantico, al sistema archetipico-simbolico e al meccanismo spazio-temporale, così che il mosaico di tutte le composizioni ungarettiane analizzate viene ricondotto alla globalità interpretativa macrotestuale.

martedì 12 settembre 2017

Se Faragola diventa la culla dell'araba fenice...

Dal suo profilo facebook, Giuliano Volpe manifesta preoccupazione per il calo di tensione che si sta registrando localmente, dopo lo scempio di Faragola, e invita “passato il momento della tragedia” a non sottovalutarne la gravità.
Sarebbe in effetti un errore circoscrivere nell’ambito della cronaca nera il barbaro rogo che ha gravemente danneggiato la Villa romana di Faragola e i suoi straordinari reperti archeologici, delegando il caso alle indagini della magistratura e delle forze dell’ordine.
Se si vuole ripartire, non si può fare a meno di riflettere sull'interrogativo che aleggia fin da quando le fiamme hanno oltraggiato un inestimabile patrimonio. Come ha potuto verificarsi un episodio del genere? Tanta ricchezza e tanta bellezza erano adeguatamente custodite e tutelate? E in futuro, cosa si può fare per evitare che episodi del genere abbiano a ripetersi?
Volpe non è uno che si nasconde dietro il dito, ed affida al suo blog lo sfogo amaro di chi quella villa l’ha scoperta, scavata e indicata come possibile modello di una politica più ampia di uso pubblico e valorizzazione dei beni archeologici della Capitanata. È per questo che la posta in palio è alta, altissima. Non si tratta soltanto di salvare Faragola e di farla risorgere, come l’araba fenice, secondo il fortunato hash tag lanciato per l’occasione. (Ri)partendo da Faragola si tratta di mettere finalmente a punto una politica culturale condivisa della e per la Capitanata, che possa far veramente diventare i beni culturali volano per la crescita culturale, civile, economica e occupazionale del territorio.
Diversamente da tanti suoi colleghi, che una volta effettuati gli scavi preferiscono ricoprire quanto hanno scoperto, proprio per evitare azioni predatorie, Giuliano Volpe ha sempre perseguito una politica di fruizione e di valorizzazione. Faragola era in un certo senso il suo fiore all’occhiello.
La prima parte dello sfogo di Volpe (che potete leggere interamente qui) è dedicata ad un bilancio della sua attività di ricerca e di scavo. Ed è un bilancio assolutamente positivo, costellato da numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali. Ma ecco cosa scrive il Rettore emerito dell'Università di Foggia del resto:

Foggia ha bisogno di una informazione di qualità (di Luigi Paglia)

Con colpevole ritardo, pubblico l'approfondito e interessante commento del prof. Luigi Paglia all'articolo di Maurizio De Tullio, Il vero problema è il Sud nel Sud.
Tra le diverse considerazioni che svolge, Paglia torna anche sulla idea (lanciata da Maurizio e sostenuta da Franco Antonucci ed altri amici, già da diverso tempo) di affiancare alla pubblicazione digitale di Lettere Meridiane quella di un supplemento cartaceo.
Al termine dell'intervento potete leggere la mia risposta. (g.i.)
* * *
Il quadro dell’informazione stampata e televisiva foggiana delineato da Maurizio de Tullio è realistico ed impietoso. Anche i panorami delle attività degli altri ambiti cittadini (non tutti, per fortuna) sono egualmente deprimenti e mortificanti, anche se il settore dell’informazione è di vitale importanza per lo sviluppo del territorio, in quanto dovrebbe presentare e analizzare lo stato delle cose ed avanzare proposte e prospettare soluzioni ai problemi della città.
Si avverte l’esigenza di uno strumento di comunicazione e di studio che svolga questo compito essenziale, anche perché l’istituzione comunale non pensa a realizzare indagini socio-antropologiche sulla situazione cittadina, per poter progettare interventi per lo sviluppo e la prospettiva della città futura, con una visione lungimirante ed un’azione non legata solo al quotidiano. Anche sul piano degli eventi culturali, essa si limita a recepire e promuovere (lodevolmente) le proposte individuali o di associazioni culturali, e non svolge un’attività di coordinamento delle varie iniziative (magari con l’ausilio di un comitato costituito dai rappresentanti delle organizzazioni culturali), non realizza una progettazione coerente e di lunga visione, non basata su interventi episodici, con semplice affastellamento di eventi, difettando, insomma, di una prospettiva di politica culturale di ampio respiro che dovrebbe sfociare, se attuata, in una programmazione periodica (comunicata con la pubblicazione di bollettini mensili, come avviene in altre città) delle varie attività cittadine, con l’eliminazione, tra l’altro, della sovrapposizione nello stesso giorno di eventi culturali ed artistici in sedi diverse e con l’assenza degli stessi in altri periodi.

lunedì 11 settembre 2017

Quella Foggia migliore che può far crescere la città (di Giuseppe Messina)

Giuseppe Messina, autore del bel libro “Papaveri rossi - Il soffio caldo del favonio”, di cui abbiamo parlato in questa lettera meridiana, interviene nel confronto sulla questione meridionale, che da qualche settimana sta appassionando i lettori del blog.
Messina risponde, in particolare, all'articolo Il vero problema è il Sud in cui Maurizio De Tullio aveva affrontato, tra l'altro, il delicatissimo problema dell'editoria e della informazione locale, che a suo giudizio sono fonte di ulteriori diseguaglianze nel tessuto economico e civile del Mezzogiorno, determinando, appunto, tanti Sud nel Sud. Ecco l'interessante contributo di Giuseppe Messina.
* * *
Non si può non essere d'accordo con Maurizio De Tullio. Andando un poco più lontano troviamo Gaetano Salvemini, che sosteneva che il Sud avrebbe dovuto risolvere da solo una certa "Questione" (quella "Meridionale", per intenderci): credeva che il Sud ne avesse la capacità, ma, al tempo stesso, temeva che la conduzione della cosa pubblica finisse in mano a quel ceto che " è, nella vita morale, quel che è, nella vita fisica del paese, la malaria" . Il molfettese lo scrisse alla fine dell'Ottocento: aveva uno sguardo lungo sulle cose e sugli uomini, e aveva valutato che al Sud sarebbero toccati quelli sbagliati per realizzare la sua crescita, uomini di vedute corte, di media se non bassa cultura, partoriti da quella piccola borghesia, che diventerà grande all'ombra della politica.
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