giovedì 30 novembre 2017

Gli ottant'anni di don Tonino Intiso

Compie ottant’anni don Tonino Intiso, il sacerdote che ha fatto dell’osare più solidarietà la mission della sua vita.
L’evento sarà celebrato con una Messa di condivisione e di ringraziamento alla quale don Tonino invita a partecipare tutti quanti vogliano “condividere la gioia del dono della vita”. “Consapevole di non essere in grado di lodare e ringraziare degnamente il Signore per il dono dell’esistenza, chiedo, invitandovi, la “Solidarietà condivisa” di cuore e di presenza, nell’invocazione a Cristo di far sua la nostra lode ed offrirla al Padre nella celebrazione del suo mistero d’amore (morte e resurrezione)”, ha scritto don Tonino nell’invito a partecipare alla Messa, che rivolge a tutti quanti “hanno condiviso e resa feconda e gioiosa l’esistenza dei miei 80 anni, e ai quali rivolgo un sentito e affettuoso ringraziamento.”
La funzione religiosa si svolgerà nella Chiesa di San Pasquale, alle ore 19.00 del 5 dicembre 2017, giorno dell’ottantesimo compleanno del sacerdote, nato a Troia il 5 dicembre 1937, terzo di sei figli, dal papà Michele e dalla mamma, Bianca Lombardi, e battezzato sempre a Troia l’8 dicembre 1937 (“giorno della mia nascita a figlio di Dio”) per mano di padre Giuseppe Dardi, comboniano.
Formatosi presso gli istituti missionari comboniani di Troia, Sulmona e Firenze e il Liceo Bonghi di Lucera, don Tonino ha frequentato l’Istituto Teologico “S.Zeno” presso il Seminario maggiore di Verona. 
Ordinato sacerdote il 3 aprile 1969 nella Cattedrale di Foggia da mons. Giuseppe Lenotti, è stato per molti anni segretario di questo indimenticabile Vescovo, distinguendosi per l’impegno e la passione con cui ha interpretato lo spirito del Concilio Vaticano II.
Dopo gli incarichi diocesani di assistente dei Maestri cattolici e dei Giovani di A.C., di segretario del Vescovo, di incaricato OVE, di segretario dell’Ufficio Pastorale, di delegato per la Pastorale Scolastica, nell’ottobre del 1975 venne nominato Parroco dell’allora nascente Parrocchia del SS. Salvatore. Una circostanza, quella di lavorare in contesti di periferia o a contatto con gli ultimi, che si è frequentemente verificata nella sua vita sacerdotale.
Dal 1989 al marzo '95 è stato direttore della Caritas Diocesana.

mercoledì 29 novembre 2017

Gargano e Daunia in vetrina al Motorshow di Bologna

Gargano e Daunia protagonisti al MotorShow di Bologna, grazie ad una bella iniziativa del portale Gargano e Daunia, che ha raggiunto un accordo di co-marketing con Ford Racing, il team agonistico della Ford in Italia, in virtù del quale sarà possibile pubblicizzare le offerte turistiche della provincia di Foggia mostrandole ai visitatori (se ne stimano almeno 800.000) della popolarissima manifestazione fieristica bolognese.
Gargano e Daunia favorisce l’incontro tra l’offerta e la domanda turistica attraverso l’innovativa piattaforma Flywheel, che consente alle aziende aderenti di mettere in vetrina i loro pacchetti e i loro prodotti, e al turista di vivere una vacanza a trecentosessanta grandi, vivendo al meglio tutte le potenzialità offerte dal territorio. Un territorio che, quando si parla di Gargano e Daunia, ha veramente tante cose da mettere in campo.
La vision di Gargano e Daunia è tra le più innovative, ed è fondata sull'idea di marketing territoriale integrato, con una rete di aziende, associazioni, guide che disegnano un'offerta turistica non convenzionale.
L’accordo raggiunto con Ford Racing ha una valenza strategica dato il grande richiamo del MotorShow, che aprirà i battenti il 2 dicembre, per chiudere il 10.
Adesso il resto deve farlo il territorio: Gargano e Daunia mette a disposizione delle aziende del settore turistico interessate i suoi strumenti di promozione. A tal fine, è possibile chiedere gratuitamente le credenziali per poter inserire i pacchetti turistici proposti (assieme ai contatti diretti della struttura) e gli  eventi che potranno così essere visti dai visitatori della manifestazione motoristica bolognese.
La speranza è che il tessuto turistico della Daunia risponda  compatto a questa opportunità. In ogni caso, chiunque può contribuire alla rete di "buone iniziative" inserendo nel portale i relativi dati. Le credenziali, unitamente al vademecum che spiega come utilizzare al meglio la piattaforma, possono essere richieste a info@garganoedaunia.com.

martedì 28 novembre 2017

31 maggio 1943, il sacrificio di Diego Foschi

Mettiamola così: le vittime dei bombardamenti della tragica estate del 1943 sono state di gran lunga inferiori alle 22.000 vittime stimate dal Comune di Foggia. E questo lo si sapeva già. Ma sono senz'altro di più, molte di più della cifra ufficiale che venne certificata dopo la guerra, dall'Istat.
La laboriosa, certosina ricerca che Maurizio De Tullio, bibliotecario, giornalista e scrittore sta conducendo con la Biblioteca Provinciale di Foggia sta dando risultati importanti.
Le vittime finora accertate, con nome e cognome, sono 1780 (cifra che andrà epurata da soldati tedeschi, morti per altre ragioni, ecc.): che sono quasi il triplo delle 607 stimate dall'Istat. Istituto Nazionale di Statistica che - possiamo dunque dirlo con certezza - prese una solenne cantonata.
L'aspetto più interessante della ricerca di De Tullio è che non è solo numerica o quantitativa: associa al numero il nome e il cognome della vittima, recuperando pezzi reali di memoria storica.
Sarebbe bello associare al nome dei caduti anche la storia della loro vita, improvvisamente spezzata dalle bombe alleate. Credo verrebbe fuori qualcosa di epico, una sorta di moderna Iliade.
Qual dramma che appartiene ormai alla memoria racconta ancora oggi storie bellissime, pur nella loro tragicità. Come quella che Alfonso Foschi ha voluto condividere con amici e lettori di Lettere Meridiane (che hanno avuto già modo di apprezzare le sue lucide riflessioni meridionalistiche, pubblicate qualche giorno fa). È la storia dell'ultimo giorno di vita di suo padre Diego, sottufficiale in pensione della Guardia di Finanza, di San Severo, che si trovava a Foggia quel fatidico 31 maggio 1943. Allora Alfonso aveva solo otto anni.
È una storia atroce di guerra, ma anche di pace e di speranza, come scoprirete se avrete la pazienza di leggerla fino in fondo.
Maurizio non aveva tra i suoi nomi e le sue storie quella di Diego Foschi, persona e galantuomo d'altri tempi, caduto mentre faceva il suo dovere, per sbrigare le pratiche dell'Associazione che presiedeva, per dare una risposta alle persone che avevano risposto fiducia in lui.
Un altro granello di memoria e di verità, del quale ringrazio suo figlio Alfonso, che mi ha inviato il ritaglio dell'articolo originale, che scrisse, con il titolo Foggia 31 maggio 1943, per la Gazzetta di San Severo, nel lontano 2002.
* * *
Nella primavera del 1943 l'importante nodo ferroviario di Foggia e il vicino aeroporto militare ricevevano spesso la poco gradita visita dei bombardieri anglo-americani.
In quel periodo, mio padre, Diego Foschi, Maresciallo Maggiore in pensione della Regia Guardia di Finanza, si recava spesso a Foggia per ragioni di servizio: istruire e seguire pratiche per i soci dell'ANFI di Sansevero che oggi porta il suo nome.
Già da qualche giorno i miei familiari, in considerazioni del pericolo bombardamenti, tenevano a freno mio padre che tuttavia era sempre più preoccupato per l’ammucchiarsi delle pratiche tanto che un bel mattino decise di partire per Foggia.
Ricordo ancora quell’ultimo fuggevole bacio, nonostante avessi solo otto anni e oggi quasi settanta; fuori era ancora buio quando nel dormiveglia avvertii la presenza di mio padre che bisbigliava qualcosa all'orecchio della mia sorella maggiore Romana che divideva con me la stessa stanza.
In segreto mia sorella raccontò che mio padre le diede disposizioni per il pranzo e la cena del giorno (in quei tempi di guerra problema quotidiano di non facile soluzione): in cucina c'erano delle fave secche messe a mollo la sera precedente e sulla scrivania qualche lira per le altre necessità della giornata.
Dopo le raccomandazioni di rito, mio padre baciò prima mia sorella, poi me, quindi, mentre mi risistemavo tra le coperte, lo sentii scendere per le scale, aprire il portoncino e rinchiuderlo alle spalle.
Non varcò più quella soglia, né rifece più quelle scale; aspettammo invano quella sera e le sere seguenti il suo ritorno. Foggia quel 31 maggio del 1943 subì il più devastante bombardamento della guerra e tra le numerose vittime ci fu anche mio padre. Nessuno dei miei familiari potè in quei giorni recarsi a Foggia a cercarlo, vivo o morto.
I fratelli maggiori erano sui vari fronti di guerra e le sorelle furono trattenute a casa da mia madre.
Fu, invece, un amico di famiglia, il generoso e compianto avvocato Peppino Stampanone che, sfidando le bombe, si recò a Foggia con mezzi propri, riportandoci poi la notizia dell’avvenuta morte di mio padre, il numero della fossa del cimitero di Foggia, il portafoglio con i documenti.
Si diceva in paese che mio padre uscisse abitualmente con il cappello e col bastone, sostasse spesso in Piazza davanti al “Perugina” e che, quando passava un funerale (anche dì uno sconosciuto), si alzasse, si togliesse il cappello e si accodasse al corteo funebre seguendolo per un tratto.
Ebbene quel 31 maggio del ‘43 egli uscì senza cappello e senza bastone, pronto per la fossa, e al suo funerale non ci fu nessuno, né familiari, né parenti, né amici, ma solo affaccendati becchini.
Un’ultima considerazione da sottoporre in particolare alla riflessione dei giovani d’oggi; probabilmente fu un pilota inglese in quel lontano giorno a sganciare la bomba che uccise mio padre, oggi, 2002 mia figlia Giorgia è sposa felice di un ufficiale pilota inglese della Royal Navy e Carlotta, la mia nipotina, è suddita di sua Maestà Britanica...
Alfonso Foschi

De Zerbi punge Gattuso: "Spero che domenica non abbia la borsa di ghiaccio in testa"

L'alterco tra De Zerbi e Gattuso durante Foggia-Pisa
Le vie del calcio, così come quelle del destino, seguono a volte percorsi imperscrutabili, che neppure lo sciamano più navigato se la sentirebbe di preconizzare.
Cinquecentotrentanove giorni dopo quella fatidica partita di ritorno dei play off che si disputò allo Zaccheria, Roberto De Zerbi e Rino Gattuso si ritroveranno domenica prossima l’uno di fronte all’altro, in serie A, in un match dai risvolti drammatici, che potrebbe pesare come un macigno sulla carriera dell’uno o dell’altro. Se qualcuno lo avesse predetto soltanto un paio di mesi fa, gli avrebbero dato del matto.
Il 12 giugno di due anni fa, l'incontro ravvicinato tra i due tecnici allo Zaccheria finì come i tifosi rossoneri non dimenticheranno mai. Il Foggia di De Zerbi affrontava il Pisa di Gattuso nella finale di ritorno dei play off, dopo che i nerazzurri si erano sorprendentemente imposti per 4 a 2 nel match di andata.
I satanelli sognavano la rimonta, ma nel doppio confronto con i toscani niente andò per il verso giusto: errori difensivi, fragilità psicologica, la dea bendata tutt’altro che benigna, e il mister che aveva incantato l’Italia di Lega Pro vincendo a mani basse la Coppa Italia qualche mese prima, fu costretto ad incassare la più cocente delle delusioni.
Per Gattuso sembrarono aprirsi le porte del paradiso, per De Zerbi quelle del purgatorio.

lunedì 27 novembre 2017

Zappo la terra e me ne vanto

Esporre uno striscione in cui si rimarca il fatto di essere abitanti del capoluogo regionale, così come hanno fatto ieri al San Nicola i tifosi biancorossi appare francamente riduttivo, di dubbio gusto e forse anche un tantino provinciale.
Hanno forse dimenticatoi i nostri cugini corregionali, che “se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”?  Avrebbe senso uno striscione in cui i tifosi romani fanno presente a quelli del Frosinone che sono loro quelli del capoluogo?
L'essere capoluogo, così come l'essere capitale, è questione di carisma e non solo di geografia.
Lo striscione esibito nella curva biancorossa denota una caduta di stile, che tuttavia è particolarmente rivelatrice del modo di pensare dei baresi verso i loro corregionali pugliesi.
Il problema è che questo modo di intendersi cittadini del capoluogo regionale piuttosto che pugliesi, non riguarda soltanto l'universo pallonaro ma un po' tutta la sfera pubblica.
Col risultato che la Puglia soffre più di altre regioni italiani di fermenti scissionistici. Il derby tra i diversi territori non è un evento soltanto sportivo: è un fenomeno quotidiano.
Non sarà anche per siffatti atteggiamenti, che le Puglie ancora non riescono a diventare la Puglia, e i pugliesi non riescono a sentirsi cittadini del medesimo territorio?
Per carità di patria, tralascio di commentare la bomba carta di matrice foggiana che ha provocato il ferimento di uno steward così come la scritta che invitava i foggiani a zappare la terra, vergata da mano ignota e fatta cancellare dall’assessore comunale Petruzzelli, poco prima del derby.

Qualità della vita: Foggia risale, Bari sprofonda

È la BAT la provincia pugliese in cui si vive meglio, secondo i dati della classifica annuale sulla qualità della vita, curata dal dipartimento di statistiche economiche dell’Università La Sapienza di Roma per conto del quotidiano economico-finanziario ItaliaOggi, con il supporto di Cattolica Assicurazioni.
La provincia che ha come capoluoghi Barletta, Andria e Trani si è piazzata al 74° posto della graduatoria, davanti a Benevento, Genova e Torino. La BAT ha sorpassato Brindisi, che nella indagine dello scorso anno capeggiava la classifica pugliese. In quella di quest'anno si è classificata al 78° posto, perdendo quattro posizioni, mentre la BAT è stata protagonista di un autentico balzo in avanti, guadagnando ben otto posizioni.
Taranto è al terzo posto della classifica regionale  e all’84° di quella nazionale, con una performance positiva rispetto all’anno scorso: ha guadagnato sei posizioni che le consentono di collocarsi, assieme alla  BAT e a Brindisi nella terza fascia in cui la qualità della vita viene giudicata “scarsa” dai curatori dell’indagine.
Le altre tre province pugliesi sono invece finite nell’area blu, la peggiore, che l’indagine definisce “insufficiente”. All’86° posto Lecce, che tuttavia guadagna tre posizioni, all’89° Foggia che migliora sensibilmente rispetto allo scorso anno (era al 95° posto e dunque risale di sei posizioni). Ultima Bari che precipita al 96° posto: un autentico crollo quello del capoluogo regionale, che in un anno ha perduto ben 15 posizioni. Bari è, tra l'altro, la sola provincia pugliese a far registrare un peggioramento rispetto allo scorso anno.
Per dare un’idea più precisa del “gap” che divide le province pugliesi rispetto al resto dell’Italia è utile dare uno sguardo al punteggio sintetico totalizzato dai diversi territori.

Liberismo o piuttosto feudalesimo? (di Michele Eugenio Di Carlo)

L'intervento di Vincenzo Concilio sul blog di Geppe Inserra, Lettere Meridiane, pubblicato il 19 novembre, introduce temi poco frequentati e desueti negli ultimi tempi (almeno nel mondo occidentale), quali colonialismo, geopolitica, imperialismo; quasi considerati tabù in una società in cui il consumismo sfrenato e il capitalismo senza regole dettano legge, orientando la politica e dirigendo i media col silenzio attivo di un’intellettualità quasi sempre subordinata, se non complice.
In un contesto nel quale non è difficile filtrare vaghi umori dal sapore feudale, sotto le mentite spoglie di un liberismo mondano, si stenta persino a porre l’accento – non è di moda, nemmeno conveniente ai più - sulle ragioni storiche che hanno determinato l'attuale sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia e quello dei tanti sud del mondo. Sottosviluppo che è maturato, almeno in Italia, nutrendosi del protagonismo essenziale del blocco politico sociale conservatore-liberale, costituito dall'alleanza del capitale del nord con gli agrari del sud. Un’alleanza che ha determinato, sin dall’unità, una gravissimo pregiudizio sociale ed economico alle popolazioni del Sud, in gran parte rurali e destinate al patibolo dell’emigrazione; il tutto con la benedizione e il pentimento tardivo di grandi intellettuali meridionali come Giustino Fortunato e Benedetto Croce.
Parlarne significherebbe, perlomeno, cercare di capire come sia possibile che 3 consiglieri comunali di Foggia passino nella lega di un imprevedibile e irriverente Matteo Salvini, alla conquista di un Sud sempre troppo tollerante con i funambolici giochetti del teatrino della politica.

domenica 26 novembre 2017

Un paesaggio lunare alla periferia foggiana

Il bello (o il brutto, è questione di punti di vista) della Masseria Pantano è quello di rivelarsi diversa ad ogni stagione. In autunno inoltrato come siamo adesso, quando cadono le erbacce e la vegetazione spontanea che la circondano nelle altre stagioni, è possibile “ammirarla” in tutta la sua mole possente, che oggi fa triste mostra di se stessa, ridotta a rovine, assediata dal cemento dell’onnivora periferia urbana foggiana. Un urlo silenzioso, che annuncia un destino ormai segnato.
Fabrizio Jamie De Lillo, il videoblogger foggiano appassionato di droni, che tante emozioni ha regalato ad amici e lettori di Lettere Meridiane, sembra legato a questo luogo, magico e amaro, da un profondo, indissolubile cordone ombelicale.
Non riesce a staccarsene. Ritorna ogni volta. Ogni nuovo drone, ogni nuova videocamera, lo spingono a cercare altri e nuovi sguardi su questo pezzo di Foggia sta sta malinconicamente scomparendo, altre e nuove narrazioni. Ed ogni volta è una scoperta.
Nell'ultimo video dedicato alla Masseria, che potete vedere più sotto (un remake in alta risoluzione dei video già girati nella medesima location), lo sguardo di Fabrizio vola più alto del solito e si posa perpendicolarmente su Masseria Pantano regalandoci immagini che ricordano  un paesaggio lunare, se non fosse per quella periferia che di tanto in tanto spunta dai fotogrammi, come un pugno nello stomaco.
I colori autunnali si mescolano e si contaminano con quelli degli intonaci superstiti. Compongono malinconiche policromie del tempo andato. I tetti crollati evocano occhi ormai spenti, incapaci perfino di ricordare quelli che dovettero essere i fasti del passato di questo luogo che qualcuno vuole in qualche modo legato a Federico II.
D’origine incerta, secondo alcuni, parte dei materiali utilizzati per la costruzione potrebbe venire dalla regia massera imperiale che lo Svevo fece edificare nella vicina San Lorenzo in Carmignano, altro luogo simbolico della damnatio memoriae di Foggia.
Fabrizio giura che ogni volta che vi si reca, per lanciare alto il suo drone e riprendere la Masseria sui ruderi volteggia un falcone, volatile molto caro all'imperatore, che a Foggia scrisse il suo trattato sull'arte di cacciare con i falchi. Che sia il suo spirito, che si aggira malinconico, tra quei ruderi?
Ecco qui sotto il bel video di Fabrizio, sempre più bravo. Come sempre guardatelo, amatelo, condividetelo.

Tra Bari e Foggia vince l'arbitro

Alla fine, a determinare l’esito di un derby intenso e quanto mai equilibrato ci ha pensato l’arbitro. 34enne di Roma, Federico La Penna festeggiava al San Nicola di Bari la sua centesima partita, e non è stata certamente la sua migliore prestazione.
Il Bari ha sconfitto i satanelli di misura e soltanto al 92° grazie a un bel gol di Galano e alla sola disattenzione della difesa, che si è fatta trovare impreparata proprio in occasione dell’ultimo assalto biancorosso alla difesa rossonera.
La partita era stata però viziata almeno da due pesanti sviste dell’arbitro romano. Di quelle che, alle fine di un match possono influenzarne il risultato, e così purtroppo è stato.
Macroscopico quella commessa al 20’ del primo tempo quando Fedato riesce a puntare l'area barese dopo un abile palleggio e tira in porta. La palla viene intercettata in piena area di rigore dal difensore Gyomber che voltandosi colpisce il pallone con il braccio. È rigore netto, ma La Penna lascia proseguire, nonostante le proteste di Fedato e di Beretta.
L’azione è in effetti veloce, ed è difficile rilevare il fallo di Gyomber, che poi trae in inganno l’arbitro indicando di aver colpito il pallone con il petto. Circostanza, come dimostrano le foto qui a fianco, comunque impossibile, visto che quando è stato colpito dal tiro di Fedato, il difensore barese era girato di spalle. Nella foto che illustra il post si intravede appena il pallone (la macchia grigia che spunta tra braccio ed ascella di Gyomber): il tocco è inequivocabile e non è certo col petto, che risulta completamente libero.

sabato 25 novembre 2017

Il Parco si fa bello: opera d'arte a Parcocittà

Ogni opera d’arte che viene esposta pubblicamente e concorre a migliorare l’arredo urbano della città fa notizia.
Ma è ancora più meritevole di attenzione se succede in un angolo della periferia foggiana, come Parco San Felice, che fino a poco più di un anno fa era diventato il simbolo del degrado urbano e civile.
Prigionieri del mondo è il titolo dell’artistica scultura donata da Pasquale Pepe a Parcocittà, in occasione della festa che ha celebrato il primo anniversario della rinascita di Parco San Felice, grazie alla rete di associazioni che hanno promosso e che gestiscono Parcocittà.
Si tratta di una scultura particolarmente significativa, che rappresenta bene la cifra stilistica di Pepe, protagonista nelle scorse settimana di un’apprezzata mostra, proprio nella galleria di Parcocittà (ne ho parlato in questa lettera meridiana). Realizzata interamente in metallo, raffigura un globo terrestre stilizzato che racchiude i “Prigionieri del Mondo”: efflorescenze e piccole sfere che prorompono da sinuosi bracci di metallo, in un susseguirsi armonioso e plastico di movimenti, che fanno pensare ad un cuore che pulsa, che lancia al mondo un messaggio  di speranza e di pace.
L’opera è stata installata nel viale d’ingresso di Parcocittà: una gemma nel cuore della periferia foggiana, che una volta tanto si apre alla bellezza.
Bravo Pepe, bravi gli amici di Parcocittà.

La Moldaunia finisce nella Treccani

L’idea - o il sogno, fate voi - della Moldaunia, ovvero dell’annessione della Capitanata alla Regione Molise, suscita vivaci polemiche in provincia di Foggia, e c’è anche chi boccia questa ipotesi, con un certo disprezzo, derubricandola ad  una boutade.
Sull’argomento, ho sempre pensato che ci sarebbe invece la necessità di un confronto sereno e pacato. E su questa stessa lunghezza d’onda sembrano essere ambienti scientifici di primissimo piano, come E su questa stessa lunghezza d’onda sembrano essere ambienti scientifici di primissimo piano, come - nientepopodimeno che - la Treccani.
La versione on line dell’enciclopedia italiana per eccellenza pubblica, alla voce Daunia, un espresso riferimento alla Moldaunia. La voce si trova nella parte del sito della Treccani dedicata al Lessico del XXI secolo. Potete leggerla qui nella versione integrale.
Dopo aver ricordato che “il riconoscimento di una regione Daunia (parte settentrionale della Puglia con capoluogo Foggia) era stato già esaminato dall’Assemblea costituente italiana (1946-1948)” il redattore della voce rileva come le modifiche costituzionali introdotte nel 2001, con la Riforma del Titolo V della Costituzione, abbiano “determinato la riapertura di un dibattito tra i sostenitori della Daunia” (qui il termine viene evidentemente usato nella sua accezione di regione autonoma, distaccata dalla Puglia).
“Questi ultimi - si legge ancora nella enciclopedia - hanno elaborato due soluzioni: eludere il vincolo associandosi a una regione già in essere (Molise), oppure aggregare oltre alle province molisane anche quella di Benevento; potrebbere essere adottato il neologismo Moldaunia (anche per assonanza con coronimi noti, come Moldavia).”
Nelle prossime settimane, Lettere Meridiane dedicherà alcuni articoli al dibattito in seno all’Assemblea costituente, che vide sconfitta l’ipotesi della regione autonoma Daunia.

venerdì 24 novembre 2017

L'ultima Zemanlandia? Oggi varrebbe quanto il Bologna

Zeman nella stagione 2010-2011
Il calcio può anche essere una scienza esatta, quando si fa riferimento al valore finanziario di una rosa, e dei diversi giocatori che la compongono. Ma non sempre i dati di mercato coincidono col sentire dei tifosi. Così, se chiedessi agli amici e ai lettori qual è stata, a loro giudizio, la rosa più importante del Foggia del XI secolo, temo che ben pochi darebbero la risposta esatta.
Credo che la maggior parte delle risposte propenderebbe per il Foggia edizione 2015-2106, quello di De Zerbi e Iemmello, per intenderci. Oppure per la squadra di questa stagione, considerato che, dopo tutto, rappresenta il primo Foggia cadetto di questo secolo.
Invece no. Devo avvisarvi che parliamo di valore virtuale di una rosa, cioè di quello dato dal valore attuale dei singoli giocatori che la componevano quando giocavano nel Foggia in una certa stagione. Allora, siete pronti a dare la risposta? Siete ancora convinti che il Foggia più importante sia stato quello di De Zerbi, oppure di Stroppa?

giovedì 23 novembre 2017

Felice Caperdoni, quell'eroe oscuro e dimenticato, che salvò decine di vite foggiane

L'ex Banca d'Italia, teatro dell'eroico gesto del
generale Felice Caperdoni
Grazie alle preziose dritte di Tommaso Palermo, sono riuscito a ricostruire più dettagliatamente la storia umana e militare del generale Felice Caperdoni, protagonista a Foggia dell’eroico gesto di cui ho parlato in una precedente lettera meridiana.
Eccola, nella speranza di far cosa gradita agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane.
* * *
Una vita da soldato, quella vissuta dal generale. E da bravo soldato. Una vita intensa, drammatica, ma esemplare. Una vita da farci un film.
Nato nel 1889 a Bergamo, Felice Caperdoni si arruolò molto giovane nell’esercito come ufficiale. Non aveva neanche trent’anni quando prese parte alla Grande Guerra, con il grado di capitano. Per lui, tre medaglie al valore ed una ferita, rimediata in un’azione della Brigata “Macerata” sul fronte del Piave, a Castelnuovo.
Promosso tenente colonnello, partecipò alla Guerra di Libia, agli ordini del generale Rodolfo Graziani. Nella primavera del 1935, Felice Caperdoni venne ammesso agli “esperimenti” (una sorta di procedura concorsuale per il passaggio di grado) per la valutazione delle doti di comando.
La valutazione dev’essere stata positiva, se lo ritroviamo poi, nella Seconda Guerra Mondiale, con il grado di generale di brigata. All’inizio del conflitto, comanda i reparti preposti alla difesa costiera della Riviera di Ponente, in Liguria. Successivamente, viene trasferito al Comando del Presidio Militare di Foggia: un presidio importante, da cui dipendono ben 23 reparti, tra esercito, aviazione, carabinieri, finanza e vigili del fuoco.
Quando a Cassibile , l’8 settembre 1943, il capo del governo italiano Pietro Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati, Caperdoni è nel suo ufficio, che ha sede nel palazzo della ex Banca d’Italia, dirimpetto al Municipio.
Diversi storici, a proposito dell’8 settembre, hanno parlato di “morte della Patria” ravvisando in quell’atto di resa la rottura di quel sentimento di unità nazionale che si era faticosamente sedimentato con il Risorgimento.
In realtà non è così. Se da un lato è vero che il “proclama” di Badoglio fece piombare l’esercito nel caos più totale, determinando l’insorgere di diffusi episodi di sbandamento e di diserzione, dall’altro si deve dire che i soldati italiani si resero protagonisti di grandi gesti di sacrificio ed abnegazione, proprio nel Mezzogiorno, teatro in quei giorni dell’operazione Avalanche, con le forze alleate che bombardavano le città dall'alto, mentre via terra avanzavano verso Napoli e Foggia, dopo lo sbarco di Salerno.

mercoledì 22 novembre 2017

Quando la Capitanata voleva staccarsi dalla Puglia, ed essere una regione a sè

In seno alle commissioni dell'Assemblea Costituente, si sviluppò un vivace dibattito sulle Regioni, la cui nascita sarebbe stata formalmente sancita dalla Costituzione, assieme alla delimitazione delle relative circoscrizioni. Questo dibattito interessò particolarmente la Puglia, in quanto non mancarono le voci critiche di quanti, soprattutto da parte salentina e foggiana non gradivano la supremazia barese e avrebbero preferito staccarsi dal territorio regionale che andava profilandosi, facendo regione a sè.
Fu un confronto serrato, che si concluse come tutti sappiamo, con la Regione "lunga" che comprende Capitanata, Terra di Bari e Salento ma che è ancora oggi attualissimo: la Puglia decretata dai Costituenti resta ancora, per molti versi, le Puglie ed una concreta unità regionale è ancora tutta di là da venire.
Tra i sostenitori dell'autonomia dauna figurava Carlo Ruggiero, avvocato socialista, direttore dell'organo della Federazione socialista di Capitanata, Avanti Daunia, su cui venne pubblicato l'articolo che oggi offriamo ai lettori e gli amici di Lettere Meridiane, con la raccomandazione di una lettura approfondita e attenta, ma serena.
Quello dei complessi rapporti ed equilibri tra i diversi territori pugliesi è un tema serissimo, che viene troppo spesso derubricato a questione di mero campanile. Lo dimostrano proprio le diverse questioni affrontate nel lungo ed intrigante articolo, che si sofferma in modo particolare sui critici rapporti tra Foggia e Bari. Venne pubblicato, con il titolo Autonomie Regionali / Foggia e la Regione, ai primi di gennaio del 1946. Potete scaricare qui il ritagli d'epoca, originale.
Ruggiero - un personaggio che andrebbe riscoperto - venne eletto all'Assemblea Costituente, e non fu un deputato qualunque: assieme a Giuseppe Di Vittorio fu tra i più attivi di quelli eletti nella circoscrizione Bari-Foggia, distinguendosi in modo particolare per gli interventi in difesa dei diritti civili e per le sue riflessioni sulla famiglia, sui partiti, che andavano allora rinascendo, dopo la forzata clandestinità imposta dal regime fascista.
Il deputato socialista prende in considerazione anche l'idea non del distacco tout court dalla Puglia, ma dell'accorpamento della Capitanata con il Molise, prefigurando ed anticipando l'idea della Moldaunia, per cui si battono da anni il pugnace Gennaro Amodeo e il comitato che propone l'annessione della provincia di Foggia alla Regione molisana.
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Autonomie Regionali

Foggia e la Regione

 La provincia di Foggia dovrebbe staccarsi dalla regione pugliese.
L’appartenenza della nostra provincia alla regione pugliese, infatti, risulta assolutamente ingiustificata.
Non esiste tra noi ed il resto della regione nessuna contiguità spirituale, nessuna comunanza storica, nessuna identità di interessi economici.
I rapporti tra la provincia di Foggia e quella di Bari (che è la più prossima) sono rari, occasionali, determinati sempre da ragioni estrinseche, destituite di ogni contenuto di vera e propria necessità.
L'attuale configurazione geografica della neutra provincia fu dovuta evidentemente ad un principio meramente topografico e quindi meccanico o alla determinazione di oligarchie o dalla prepotenza di interessi economici particolaristici.

Monumento alle vittime del '43, il sindaco precisa: nessun attrito con l'artista e il Comitato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall'Ufficio Stampa del Comune di Foggia, la seguente nota di precisazione sulle dichiarazioni del Sindaco, Franco Landella, comparse nell'articolo di Maurizio De Tullio, Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato, pubblicato ieri.
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Gentilissimo Geppe,
abbiamo letto l’intervista realizzata da Maurizio De Tullio al Sindaco Franco Landella in relazione allo stato dell’iter per la realizzazione del monumento alle vittime dei bombardamenti, pubblicata sul tuo blog.
La tempistica di pubblicazione, rispetto al giorno in cui sono state raccolte le dichiarazioni del primo cittadino (il 30 ottobre, in coincidenza con la cerimonia di concessione della cittadinanza onoraria al dott. Pasquale Di Cicco), rende l’articolo anacronistico e causa possibili motivi di attrito con l’artista che ha progettato il monumento e con il Presidente dell’Associazione per un Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.
Nel frattempo, infatti, da un lato il prof. Cristian Biasci aveva già chiarito di aver mandato le tavole al Settore Cultura del Comune, il quale le ha girate al Settore Lavori Pubblici dove i tecnici potranno fare i calcoli economici del caso, dall’altro il Sindaco Landella si era incontrato con Alberto Mangano, con il quale i rapporti sono assolutamente distesi, perché sono stati chiariti piccoli equivoci che si erano creati.

martedì 21 novembre 2017

Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato (di Maurizio De Tullio)

Come avevo annunciato ai lettori di LM, mi ero promesso di approfondire i motivi per cui il progetto del monumento per le vittime civili dei bombardamenti su Foggia del 1943, comprensivo di posa in opera, si sia arenato ormai da quasi un anno. Un anno a distanza del quale sembrava tutto pronto: plastico dell’opera, progetto approvato dal Comune, location individuata, possibili finanziamenti individuati.
E allora – si chiederanno da lassù le anime delle migliaia di vittime innocenti cui quel monumento è stato dedicato –, quali ostacoli si sarebbero frapposti? Onestamente faccio fatica a individuarli, soprattutto dopo l’intervista che mi ha concesso qualche giorno fa il Sindaco di Foggia, Franco Landella, perché il livello del confronto dialettico è davvero poco esaltante.
La domanda che ho posto è stata semplice: “Signor Sindaco, a che punto siamo con la realizzazione dell’opera?”. E il primo cittadino ha evitato di dare numeri o date perché, a suo dire, è il “Comitato” – presieduto dal 2012 da Alberto Mangano – che in questa fase doveva agire e invece perderebbe tempo, non marciando con la stessa tempistica landelliana. 
Aspettavo da tempo dal ‘Comitato’ i dati che permettessero alla nostra struttura tecnica di operare di conseguenza, visto che l’area gliela abbiamo individuata e concessa da parecchio tempo. Il bozzetto è stato approvato ma solo in linea di massima perché aspettiamo dal Prof. Biasci (docente pisano presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia e progettista dell’opera – ndr) una relazione dettagliata per consentire una quantificazione esatta del computo metrico, con il calcolo del cemento e degli altri manufatti. Fatto questo passo, potremmo poi passare ad una richiesta di sponsorizzazione a più soggetti. Ad oggi il Prof. Biasci – e sono passate diverse settimane – non mi ha fatto pervenire nulla!”.

Giuseppe Vaccariello e don Tonino Intiso, storie e incroci di sport e solidarietà

Trent’anni di attività. Generazioni di giovani calciatori forgiati in quella che è scuola di calcio più longeva e più radicata a Foggia. Cresciuti nei campi di periferia e poi finiti a tirare calci al pallone su quelli che contano, come Cristian Agnelli, l’attuale capitano rossonero. Ma tutti, campioni e non, educati ad essere sportivi veri, persone oneste, rispettose del prossimo, e ad amare la città.
Giuseppe Vaccariello festeggia i suoi primi trent’anni di insegnante e tecnico del pallone. Allenatore di calcio laureato in quel di Coverciano, il mister opera sul campo della parrocchia di Sant’Antonio, in via Sbano, dove il suo sodalizio, il Foggia Football Club, gestisce una scuola calcio tra le più apprezzate e frequentate della città.
L’esordio di Vaccariello tra i prof. del calcio, datato appunto trent’anni fa, è legato ad una delle pagine più belle ed intense della storia di Foggia solidale. Ebbe luogo sul campetto della parrocchia del SS.Salvatore, in via Napoli, che allora non c’era ancora.
La direzione della Parrocchia era stata da poco assunta da don Tonino Intiso, coadiuvato da don Bruno Bassetto, quale viceparroco. A San Salvatore don Tonino aveva avviato, assieme ad Ersilia Crisci, una delle più avanzate esperienze pedagogiche che siano mai state realizzate nel capoluogo dauno: La Casetta, una scuola materna ed elementare, fondata sulla valorizzazione della creatività individuale dei bambini che la frequentavano e, in armonia con lo spirito conciliare dei tempi, sul costante coinvolgimento dei genitori e delle famiglie, che in buona sostanza cogestivano la struttura. La retta non era prefissata, ma era determinata sulla base delle disponibilità economiche dei nuclei familiari che iscrivevano i propri bambini.
La realizzazione del campo di calcio e l’apertura della scuola calcio furono la logica conseguenza di questo progetto. Non solo una scuola dove s’insegnasse a tirare calci al pallone, ma qualcosa di più: un momento di crescita della persona e della comunità, all’interno della comunità parrocchiale. “Don Tonino mi ha insegnato tanto, e devo a lui se questi valori me li porto ancora dentro”, ricorda commosso Giuseppe Vaccariello.
Ma per fare la scuola, occorreva prima di tutto fare il campetto, opera per la quale si spese moltissimo don Bruno Bassetto. E così, dopo qualche mese, ecco il campo, ecco la scuola calcio, ecco i primi tornei, il tutto promosso, organizzato, e mandato avanti da Vaccariello, “con la fondamentale collaborazione - annota il mister - di Tonino Russo”, altro pezzo da novanta del mondo del calcio di periferia a Foggia.

lunedì 20 novembre 2017

Parco San Felice, da simbolo di degrado a speranza di futuro

Nello scorso week end, Parcocittà ha spento la sua prima candelina. Dodici mesi soltanto, ma sembrano esserne passati molti di più, tanto la struttura si è radicata nel tessuto sociale, civile e culturale del quartiere, della città.
Solo qualche anno fa, Parco San Felice era assurto a simbolo dell'endemico degrado della periferia foggiana: il centro sociale sorto nell'ambito del piano Urban completamente vandalizzato, gli spazi verdi e il parco giochi sporchi. L'impressione prevalente era quella dell'abbandono, di un destino segnato.
Grazie a Parcocittà, Parco San Felice è tornato ad essere nuovamente un attrattore, e non solo per una salutare passeggiata o per godere un po' d'aria fresca quando incombe la calura. Il centro sociale, recuperato e riqualificato, con l'annesso anfiteatro, è divenuto il principale aggregatore di iniziative culturali della città: convegni, concerti, proiezioni, mostre, infittiscono e impreziosiscono un cartellone di qualità.
Da simbolo di degrado, a biglietto da visita, fiore all'occhiello di una città che non s'arrende, che vuole ritrovarsi e partecipare.

Quell'eroe sconosciuto della guerra a Foggia

Quanti atti di eroismo si sono consumati in silenzio, lontano dal clamore della cronaca e dalla ribalta della storia nella tragica estate del 1943? Mi fa specie pensare che Foggia sia riuscita nella impresa di dividersi per decenni sul numero esatto delle vittime dei bombardamenti, ma non sia stata in grado di inscrivere nella sua memoria collettiva le tante e tante belle storie che hanno punteggiato quei giorni drammatici, e che corrono il rischio dell'oblio.
Come quella che potete leggere in questa lettera meridiana, in cui mi sono imbattuto spulciando le annate di Avanti Daunia, l'organo della Federazione socialista di Capitanata.
La raccontò sul numero zero del giornale, in edicola il 3 marzo del 1945, firmandosi con lo pseudonimo Cierre, Carlo Ruggiero, che era anche il direttore.
L'articolo è prezioso perché dà conto di pagina oscura e mai sufficientemente portata alla luce del 1943 a Foggia: la feroce rappresaglia nazista che si abbatté sulla città all'indomani dell'armistizio. Come se non fossero bastati i raid aerei degli Alleati, prima di ritirarsi da Foggia, i tedeschi operarono un autentico saccheggio, terrorizzando e mettendo ancora di più in ginocchio la popolazione, decimata e prostrata dalle bombe alleate.
In questo contesto, si consumò un grande atto di coraggio e di onore, ad opera di un ufficiale dell'esercito italiano. Ruggiero, che riferisce la vicenda così come tramandata dalla memoria dei foggiani, parla di un anonimo generale. Si tratta di Felice Caperdoni, che durante quella tragica estate era a capo del Presidio Militare di Foggia, che comprendeva 23 reparti, tra esercito, aviazione, carabinieri, polizia, guardia di finanza e vigili del fuoco.
Non voglio anticiparvelo. Vi dico solo che quando ho letto l'articolo, molto ben scritto e coinvolgente, mi si è accapponata la pelle e mi sono venute le lacrime agli occhi. Così ho pensato - come mi piace fare con tutte le cose belle con cui vengo a contatto - di condividerlo con i miei amici e lettori di Lettere Meridiane. Leggetelo, condividetelo, riflettete. E non dimenticate.
* * *
GENERALI
Quando scoppiò l’armistizio, una banda di tedeschi si avventò sulle strade di Foggia.
Le strade erano deserte, ingombre di macerie e di relitti, ancora sparse di cadaveri.
I tedeschi irruppero nella città ed istintivamente fedeli alle tradizioni dei loro remoti progenitori e compiutamente esperti nella scienza della distruzione, incominciarono la demolizione oculata e razionale, fatta scientificamente, secondo i canoni diligentemente appresi nelle loro scuole di istruzione militare.
Dettero il guasto alle case ed agli edifici pubblici. Spezzarono frantumarono fracassarono. Inaridirono profondamente ogni sorgente di vita, le rovine, nere, fumarono nei cieli senza voce. Le case erano disfatte; dagli squarci enormi mostrarono le cose più care agli uomini: una culla, i vestiti di lavoro, il corredo della ragazza. La città era conclusa in un cerchio di silenzio invalicabile.

domenica 19 novembre 2017

Baricentrismo e colonialismo regionale hanno impoverito Foggia e la Capitanata (di Vincenzo Concilio)

In un commento all'articolo sull'ennesimo episodio di disimpegno di Trenitalia da Foggia (la chiusura del cosiddetto Impianti Equipaggi), scrivevo che questa volta non si possono addossare responsabilità alla geopolitica e al "baricentrismo" che tante volte hanno penalizzato il capoluogo dauno, ma che il movente va piuttosto ricercato nelle filosofie aziendali di Trenitalia. Resto della mia opinione, ma è innegabile che il contributo di Vincenzo Concilio che segue, pur sostenendo un'altra tesi, contenga seri e condivisibili elementi di riflessione.
Non credo che il processo di accentramento nel capoluogo regionale di uffici, funzioni, infrastrutture nevralgiche per lo sviluppo possa essere interpretato con gli schemi di quel fenomeno della Storia comunemente identificato come Colonialismo. Ma non c'è dubbio che, dalla istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme della Regione, favorendo il centro. Non è un caso che il malpancismo pugliese tocchi tanto il Salento (meno colpito rispetto alla Puglia settentrionale, avendo avuto la fortuna e la capacità di esprimere presidenti dei governi regionali) quanto la Capitanata (che non riesce ad essere unitarie neanche sul piano dell'analisi).
Leggetelo, condividetelo, ma soprattutto commentatelo, ed esprimete la vostra opinione. (g.i.)
* * *
La geopolitica ed il baricentrismo non c'entrano nulla?
Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto?
Trenitalia considera i suoi utenti numeri che devono generale profitti?
Tutto ha una sua forza peso e tutto ha una sua storia...
Globalizzazione è un termine adoperato a partire dagli anni '90 del Novecento, per indicare "un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo".
Nella sua accezione pragmatica,  " la globalizzazione  può esercitare effetti positivi sull’economia mondiale ; in particolare, la liberalizzazione e la crescita degli scambi commerciali e finanziari potrebbero stimolare un afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali e favorire una tendenziale riduzione del divario economico fra aree sviluppate ed in via di sviluppo" e questo varrebbe anche all'interno di uno stesso paese.
Ora, la storia della colonizzazione viene temporalmente prima di quella della globalizzazione che in se stessa potrebbe ancora significare o liberalizzazione o neocolonialismo.

sabato 18 novembre 2017

Ricostruzione del palazzo regale di Federico II, la disponibilità di Tresoldi

Prende corpo e mette le ali il sogno di ridare vita al palazzo regale che Federico II fece costruire a Foggia, affidando il progetto artistico ad Edoardo Tresoldi, autore della spettacolare ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto.
Interpellato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’artista ha manifestato la sua disponibilità a studiare l’idea, dichiarandosi onorato “dell’interesse spontaneo nato tra i foggiani…”
“Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci” puntualizza Tresoldi, dicendosi “molto legato a Manfredonia ed a tutta la Puglia.”
L’artista è molto rispettoso dell’identità dei luoghi e dei beni su cui opera: “La forza del lavoro della Basilica di Siponto - dice ancora nella mail inviata alla redazione foggiana del quotidiano regionale - era data dalla sua specificità, dal racconto che abbiamo potuto creare e sviluppare sulla storia del sito. Ultimamente sto ricevendo diverse proposte per ricostruire e re-interpretare edifici storici e siti archeologici da tutto il Mondo. Ne sono orgoglioso, ma allo stesso tempo consapevole dell'importanza che questi luoghi rivestono per l’identità e la storia delle comunità. Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci ed il paesaggio, arricchendolo ma rispettandone la sua identità.”
Una necessità, questa, condivisa dall’ampia ed attenta platea che qualche giorno fa ha partecipato al convegno promosso sull’argomento dall’associazione degli Amici del Museo. Il palazzo di Federico II, di cui sono purtroppo giunte fino a noi solo poche e sparute vestigia (l’arco d’ingresso e l’iscrizione, murate nel fianco laterale del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissute ai bombardamenti della tragica estate del ’43) costituisce un elemento fondamentale dell’identità e della storia di Foggia.
L’idea di valorizzarlo attraverso il recupero virtuale ed artistico del Palazzo imperiale era stata lanciata dal giornalista-scrittore Giovanni Cataleta e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione che ha raccolto oltre 1.600 firme. Il partecipatissimo convegno svoltosi al Museo Civico ha confermato la grande sensibilità ed attenzione della cittadinanza foggiana verso questo tema.
La disponibilità manifestata da Tresoldi costituisce un ulteriore passo in avanti in un cammino che si preannuncia complesso, ma affascinante. Il progetto potrebbe diventare un percorso condiviso, un laboratorio aperto, una sorta di work in progress sul quale coinvolgere istituzioni ed associazioni culturali, scuole, giovani.
Nella foto che illustra il post, il titolo e la fotografia dell’articolo pubblicato sulla prima pagina della Gazzetta di Capitanata di oggi.

venerdì 17 novembre 2017

La bella Foggia che non c'è più: la Caserma di Cavalleria

Proseguo la pubblicazione del ciclo di vecchi articoli usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nell'ambito della rubrica Foggia da salvare. Diversamente dall'oggetto del primo articolo di qualche giorno fa, il portale di San Martino della Cattedrale, questa volta il bene di cui parlo non si è salvato. Nemmeno un po'.
Quando scrissi nel 1981, della Caserma di Cavalleria che qualche studioso ha attribuito a Federico II, sopravvivevano alcuni archi, residue testimonianze dell'antico splendore. Oggi non restano neanche quelli: sono stati divorati dalle consuete attività di sostituzione edilizia.
Più o meno stessa fine aveva fatto un altro gioiello di cui parlo nell'articolo: il Palazzo della Pianara, che secondo qualcuno era collegato alla Caserma di Cavalleria da una galleria, nel sottosuolo.
Alcuni storici negano la possibilità di camminamenti sotterranei (mancherebbe l'aria), però durante i lavori di sistemazione dell'omonimo piazzale Matteo Pazienza, che curava l'opera, si accorse dell'esistenza di un percorso sotto il piano stradale. Oggi sono in corso lavori di restauro, a cura di Luigi Colapietro, massimo esperto degli ipogei foggiani.
A fianco, nello scatto di Antonio Pipino, gli archi della Caserma di Cavalleria, come si presentavano nel 1981. La foto che apre il post è tratta invece dal libro Foggia Imperiale di Benedetto Biagi, ed è stata colorizzata con tecniche di intelligenza artificiale avanzata. Trovate qui l'intera collezione delle foto, originali in bianco e nero, e colorizzate, dell'interessante volume. Qui potete invece scaricare l'articolo originale comparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
* * *
FOGGIA DA SALVARE / Fu colpita durante l’ultima guerra

Restano solo due archi della caserma di Federico

Forse da essa partirono i soldati che repressero nel sangue, nel 1895, i moti del pane

FOGGIA — Due archi, stancamente addossati a un moderno palazzo, in mezzo a lamiere e rifiuti. Questo è tutto quanto rimane della “caserma di cavalleria di Federico II”, in vico Cappuccini.
Che a edificarla sia stato proprio l'imperatore svevo è cosa non certa: sicura, però, è la sua origine medievale, che ne faceva un edificio importante per una città priva di tracce medievali, qual è Foggia. A determinarne il progressivo degrado fu, più che il tempo, l'incuria degli uomini.

"Soprattutto al Sud". Il Mezzogiorno tra nostalgie borboniche e urgenze autocritiche (di Alfonso Foschi)

Raramente mi è successo di leggere una riflessione così lucida e puntuale sulla questione meridionale. L'autore, Alfonso Foschi, collabora con la Gazzetta di San Severo. Originario della nostra terra, è emigrato al Nord con la sua famiglia, quando era ancora un ragazzo.
Nel suo articolo, Foschi affronta la questione meridionale da un punto di vista che so particolarmente caro agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. Il divario che separa Nord e Sud, così come l'arretratezza economica del Mezzogiorno sono un dato di fatto che viene sempre più dimenticato. Ma ciò non legittima nostalgie borboniche o neoborboniche, e rilancia la necessità di una riflessione, anche autocritica, sui meridionali.
Una tesi che, sono certo, farà discutere con la consueta passione civile e tensione ideale quanti seguono il blog. Ringrazio Foschi per il suo bel contributo a vi invito a leggerlo, condividerlo, commentarlo.
* * *
Quando si parla in negativo dell’Italia su qualsivoglia aspetto, segue, scontato, il ritornello “… soprattutto al Sud“. È l’eterna questione meridionale vissuta sulla pelle di chi, come il sottoscritto, “terrone” di nascita e “padano” d’adozione sin dalla fanciullezza, ha vissuto sia il tempo del Secondo Dopoguerra, quando al Nord “non si affittava ai meridionali “, sia quello della Lega bossiana, quando in Padania si gridava “forza Vesuvio“.

mercoledì 15 novembre 2017

La globalizzazione sta azzerando la Capitanata

Tra le diverse reazioni alla lettera meridiana in cui davo notizia della chiusura dell’Impianto Equipaggi di Foggia, ad opera di Trenitalia, mi ha particolarmente colpito quella di Vins Ger. Il commento si riferisce a quanto avevo scritto nel post, e ad una mia ulteriore riflessione, nella discussione sul social, in cui rilevavo che, nella vicenda della chiusura dell’impianto equipaggi, la geopolitica e il presunto baricentrismo che sorregge talune scelte politiche non c'entrano nulla, ed invitavo a riflettere sull'incapacità della classe dirigente di avviare un vero confronto con Trenitalia.
Trascrivo testualmente le considerazioni di Vins Ger:
caro Geppe la tua analisi non fa una grinza, questa volta il baricentrismo, il foggianesimo, il lamento continuo, mi pare proprio non c’entrino nulla, Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto, il vero dramma è che il costo di tutto ciò ricade su noi tutti, visto che la proprietà di FSI è del Tesoro.
A prima vista sembrerebbe un commento come tanti. Lucido, intelligente, pacato. E sarebbe proprio così, se a farlo fosse stato un cittadino qualsiasi, ed esprimesse il punto di vista di un cittadino qualsiasi. Ma Vins Ger non è solo un cittadino: dirige una delle più grandi aziende (private) di trasporto del Mezzogiorno, e guida la principale associazione di categoria delle industrie di trasporto privato.
Da un punto di vista strettamente ideologico, è quello che viene definito un padrone, e come tale avrebbe tutto il diritto di interpretare la parte del manager spietato, che bada solo agli utili della sua azienda e ai dividendi elargiti agli azionisti, incurante dell’impatto “sociale” (parola, ahimè, ormai desueta, e temo che bisognerà organizzare una petizione perché non venga espunta dai dizionari, o classificata come arcaica) che le sue scelte possono produrre su una comunità, un territorio.

Quando le radio locali rivoluzionarono l'informazione

Ho capito cosa erano le emittenti locali e che potenzialità potessero avere, un pomeriggio di tanti anni fa, mentre ascoltavo Radio Luna. Su Foggia si era scatenato un autentico nubifragio. Ad un certo punto la città fu scossa da un fortissimo tuono che percepii chiaramente e contemporaneamente, sia durante la trasmissione che era in onda in quel momento, sia fuori la finestra di casa mia.
Per la prima volta, la radio diventava qualcosa di vicino. Terribilmente vicino. E capii che come poteva farti sentire il rumore del suono in tempo reale, così la radio poteva dare voce e sonorità ai fatti piccoli e grandi che tutti giorni avvengono nelle strade, nelle piazze e nei quartieri della città.
Le radio locali hanno avuto una grande importanza nella storia dell’informazione locale foggiana. E hanno creato almeno un paio di generazioni di nuovi giornalisti. In un certo senso hanno sdoganato il mestiere di giornalista che prima era appannaggio di quei pochi fortunati che potevano frequentare le redazioni degli sparuti giornali che venivano pubblicati a Foggia.
Allora non lo sapevo, ma quel tuono avrebbe cambiato la mia vita, convincendomi ancora di più a percorrere la strada affascinante che porta al mestiere più bello che c’è.
Avevo quasi deciso di abbandonarlo, quel percorso, dopo le prime esperienze con la carta stampata. Sarebbe ripreso di lì a poco. A Radio Foggia 101, fondata e diretta da quel grande forgiatore di giornalisti che è Matteo Tatarella.
A Radio Foggia avrei ritrovato Michele Campanaro, con cui avevo condiviso qualche anno prima esperienza teatrali e culturali, e avrei conosciuto Maurizio De Tullio, che veniva proprio da Radio Luna. Un’amicizia, e  un sodalizio, che dura ancora oggi.
Di quella generazione di “pionieri” si parlerà oggi pomeriggio nel corso di un incontro che si svolgerà nella Biblioteca Provinciale la Magna Capitana e che vedrà protagonisti proprio Michele Campanaro e Maurizio De Tullio, due giornalisti che hanno scritto pagine importanti nelle redazioni delle radio locali di quegli anni.
L’incontro ha come tema C’era una volta la radio privata, ed ha luogo nell’ambito della quarta edizione delle Conversazioni di storia locale, promosse dalla Sezione Fondi Speciali della prestigiosa istituzione culturale foggiana.
Non mancate, perché sarà l’occasione di rivivere una pagina importante della storia dell’informazione e della cultura cittadina.
G.I.

martedì 14 novembre 2017

L'eterno conflitto tra bene e male nelle sculture metalliche di Pasquale Pepe

Una delle opere di Pepe in mostra a Parcocittà
Se pensate che l’arte sia tanto una opportunità di godimento estetico quanto un’occasione di riflessione culturale e morale, fate un salto a Parcocittà e visitate la mostra di Pasquale Pepe, giovane e talentuoso scultore foggiano, che con le sue opere di metallo affronta e declina un tema da millenni caro alla filosofia: il bene e il male. Molte delle sue opere - potenti, suggestive, emozionanti - riguardano quel fenomeno della storia dell’umanità che più di ogni altri scandisce l’eterno conflitto tra i bene e il male: la guerra che produce morte, distruzione, oscurità ed è in se stessa antitesi all'amore, alla luce e alla vita.
Tra le mani di Pasquale Pepe - che nella vita di tutti i giorni fa il fabbro, e conosce dunque bene la materia - il metallo, a volte forgiato, altre volte inciso ed intagliato, diventa racconto. Al simbolismo bellico (elmetti, armi, bombe, tagli, cesure) che occupa molta arte delle sue opere  si contrappongono elementi vegetali che indicano ed esaltano la vita: arti umani fitomorfi, virgulti che spuntano da crepe, efficaci trasposizioni allegoriche dell’eterna dialettica tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
Inaugurando la mostra, Gianfranco Piemontese, docente di storia dell’arte ha sottolineato come in Pepe si mescolino con notevole originalità artistica espressionismo e neodadaismo, per la capacità di dare forma al metallo, e combinare le forme con il riuso di materiali "quotidiani".
Per visitarla c’è tempo fino al 21 novembre. A Parcocittà (Parco San Felice) dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20.30, nel giorni feriali, e dalle 10 alle 13 e dalle 17.30 alle 20.30 la domenica.
Un momento della cerimonia inaugurale

lunedì 13 novembre 2017

Trenitalia chiude e se ne va. E la politica? Non c'è.

Il film della chiusura dell’impianto Frecciabianca a Foggia (il reparto di Trenitalia che provvede alla gestione del personale in servizio sui treni veloci di lunga percorrenza) racconta una storia già vista. Ma è come se ogni puntata del sequel gli sceneggiatori proponessero una trama sempre più cruenta di quella degli episodi che l’hanno proceduta.
Che Trenitalia da anni stia attuando verso Foggia, che era una volta lo scalo ferroviario più importante del versante adriatico del Mezzogiorno, una selvaggia politica di dismissione, era un dato di fatto. Ma che procedesse in modo del tutto unilaterale, prendendo a schiaffi non soltanto il territorio, ma anche le organizzazioni sindacali, è un indice inquietante di peggioramento, se non di vero e proprio avvelenamento, delle relazioni aziendali cui soltanto la politica potrebbe porre un argine. Ma la politica non c’è.
La notizia della chiusura del reparto, noto anche come Impianto Equipaggi, circolava da tempo. È stata notificata ai vertici nazionali delle organizzazioni sindacali di categoria, e da questi trasmessa alle istanze regionali e provinciali, praticamente a cose fatte. Ai sindacati non è rimasto altro da fare che azionare le procedure di raffreddamento, che prevedono si svolga un incontro di conciliazione, nel tentativo di giungere a un’intesa, senza della quale si aprirebbe una vertenza vera e propria, che potrebbe arrivare fino allo sciopero.
Ma nessuno si fa illusioni. La tempistica e le modalità di comunicazione della decisione aziendale fanno pensare che non ci sia alcun margine di trattativa. D’ora in poi, i ferrovieri che espletano la loro attività sui Frecciabianca saranno costretti a prendere servizio a Bari, e non più a Foggia.
La logica del provvedimento è amaramente coerente con le strategie di Trenitalia: il “nodo” di Foggia sta diventando sempre più insignificante, e quindi non c’è più ragione di mantenere a Foggia quell’impianto.
A lanciare l’allarme nei mesi scorsi era stato il consigliere regionale Giannicola De Leonardis. Nell’occasione, lo stesso sindacato aveva getto acqua sul fuoco delle polemiche, sostenendo che si trattava di voci. I fatti però hanno confermato le previsioni più fosche.
De Leonardis aveva pure chiesto e ottenuto un’audizione in seno alla commissione consiliare ai trasporti della Regione, che però, attraverso l’assessore alla mobilità Antonio Nunziante, aveva fatto sapere di poter fare poco o nulla in merito.
Bisognava mobilitarsi, ma non è stato fatto. Le istituzioni locali sono rimaste inermi ed inerti. Si sarebbe potuto forse tentare di affrontare la questione nell'ambito del tavolo aperto presso il Ministero sull’alta capacità Bari-Napoli, ma è noto che Rfi e Trenitalia non hanno alcun voglia di affrontare globalmente le questioni territoriali. Si procede a pezzi, e ad ogni pezzo Trenitalia massimizza i risultati che incassa.
La prossima puntata del sequel potrebbe riguardare l’ultimo gioiello di famiglia di quello che era una volta il tesoro ferroviario di Foggia: l’Officina Manutenzioni. L’allarme è stato lanciato dal segretario generale della Filt Cgil e Foggia-Bat, Ruggiero Di Noia, che in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno ha detto che queste scelte aziendali s’inquadrano in una complessiva strategia di esternalizzazione e di privatizzazione (Trenitalia resta al momento un’azienda interamente pubblica controllata dal Ministero del Tesoro) che a breve riguarderà anche le attività di manutenzione, come quelle che vengono svolte a Foggia.
Secondo quanto ha riferito Di Noia al quotidiano regionale, Trenitalia intenderebbe trasferire a Milano tutte le unità preposte ad attività di manutenzione, oggi dislocate sui diversi territori. Il problema è che, secondo Di Noia, Trenitalia “non trasferisce il lavoro a suoi dipendenti, ma lo porta a Milano per affidare tutte le manutenzioni ai privati, ovvero alle ditte fornitrici di Trenitalia, che in questo modo si aggiudicano per periodi pluriennali insieme alle consegne anche la manutenzione dei treni. Temiamo a questo punto uno svuotamento delle funzioni proprie della società ferroviaria. Questa impostazione potrebbe alla lunga incidere sulle attività industriali dell’Officina manutenzione rotabili di Foggia. A questo punto è meglio tenere gli occhi aperti…”
Gli occhi aperti, già… Il livello di attenzione della politica e delle istituzioni locali resta basso. Al grido di allarme lanciato da De Leonardis quasi nessuna reazione ha fatto riscontro e adesso anche dal sindacato.
L’importanza ferroviaria di Foggia sembra ormai destinata a finire nell’album dei ricordi.

Cavi rubati, due pesi e due misure dell'Enel

Per capire in che consiste e cosa innesca il divario che separa il Sud dal Nord, non bisogna avere una laurea in sociologia né leggere complicati saggi sull’argomento. Certe volte basta guardare il telegiornale, come quello trasmesso stamattina da Rai 3.
Due notizie mandate in onda l’una dopo l’altra, sul medesimo fenomeno: il furto dei cavi di rame. A far la differenza non è il fatto in sé, ma la conclusione.
Teatro della prima notizia, la borgata del Salice Nuovo, all’estrema periferia foggiana, già in passato colpita da episodi del genere.
Per l’ennesima volta i malviventi hanno asportato circa un chilometro e mezzo di cavi, venti campate in tutto. Il fatto si è verificato venerdì scorso, ma per ripristinare e normalizzare l’erogazione dell’energia elettrica sarà necessaria non meno di una settimana perché, come ha fatto sapere l’Enel, è necessario riprogettare l’intera linea, stendere i cavi e metterli in sicurezza.
La situazione è divenuta drammatica per diverse famiglie, private non soltanto della luce, ma anche dell’acqua in quanto molte abitazioni della zona si approvvigionano ai pozzi, per cui senza energia è impossibile anche attingere l’acqua. Per oggi la Prefettura ha convocato un vertice.
Il secondo episodio si è verificato a Treviglio, in provincia di Bergamo. Anche qui i ladri hanno colpito in aperta campagna, lasciando al buio 1.500 persone. Ma  diversamente da quanto è successo a Foggia in questo caso, la crisi è stata rapidamente risolta. A tempo di record, si potrebbe dire.
L’Enel è prontamente intervenuta, ripristinando provvisoriamente il servizio con l’utilizzazione di un gruppo elettrogeno. Nel frattempo, sono stati avviati i lavori per la sistemazione della linea che si sono conclusi, dopo appena 24 ore.
Due storie, con gli stessi protagonisti, la stessa trama, ma dall’esito diametralmente diverso. Naturalmente non si può generalizzare, né accusare di inefficienza l’Enel foggiana, senza ulteriori elementi di conoscenza e di valutazione. Ma non si può non notare la netta differenza tra quanto è accaduto a Treviglio e quanto si è verificato a Foggia: mentre nel Nord il tutto si risolve in poche ore, per normalizzare la situazione a Foggia ci vuole una settimana, e perfino l’intervento della Prefettura.
Eppure siamo nello stesso Stato, nella stessa Italia. O no?

domenica 12 novembre 2017

Sessantanove anni fa la morte di Umberto Giordano: lo pianse tutta l'Italia

Sessantanove anni fa, il 12 novembre del 1948, si spegneva a Milano, Umberto Giordano. La sua morte provocò viva commozione, a testimonianza di come il grande compositore foggiano fosse popolare ed amato da tutti.
Una popolarità che va ricordata e sottolineata nell'anniversario della sua morte, anche per smentire una volta per tutte il luogo comune che vuole che la musica lirica sia espressione di una “cultura colta”, riservata a pochi.
Niente di più falso. Nell’Ottocento e nel Novecento, il melodramma è stato una forma di cultura popolare: le arie e le sinfonie delle opere venivano fischiettate e cantate per strada, come si usa oggi con le canzoni dell’hit parade.
Lo stesso Giordano era popolarissimo tra la gente, anche tra il popolo. Purtroppo più a Milano, città in cui visse l’ultima parte della sua vita e che ospita le sue spoglie mortali, che non a Foggia, città che gli aveva dato i natali.
Se non ci credete, guardate come la Settimana Incom, il cinegiornale che settimanalmente informava il pubblico sui fatti più importanti, antesignano degli odierni telegiornali, dette notizie della scomparsa del grande musicista foggiano e dell’affetto che circondò l’estremo saluto.
Un omaggio ad un personaggio di straordinaria statura artistica e musicale, che - giova ribadirlo ancora una volta - Foggia e i foggiani dovrebbero imparare a conoscere meglio, ascoltando la sua musica, apprezzandola per quel che merita.
Guardate il video. Amatelo. Condividetelo.

Infiniti tifosi rossoneri: in tremila ad Ascoli, spingono il Foggia alla vittoria

I tifosi continuano a credere nel Foggia, che li ripaga con una grande prestazione e con un’altra vittoria esterna. A sostenere la squadra ad Ascoli Piceno sono andati in tremila, più di un terzo delle presenze complessive sugli spalti del Cino e Lillo Del Duca. Novantacinque minuti di incessante sostegno ai propri beniamini, in una partita difficile che però il Foggia ha avuto il gran merito di aver giocato con una mentalità vincente.
Pressing alto fin dall’inizio, squadra stretta che ha chiuso sistematicamente le linee di passaggio ai padroni di casa che quasi mai sono riusciti a rendersi pericolosi, in una partita autorevole che il Foggia ha dimostrato di voler vincere a tutti i costi.
La vittoria in terra marchigiana rilancia seriamente le aspirazioni di classifica dei rossoneri, che salgono al tredicesimo posto in condominio con Brescia e Pescara (quest’ultimo sarà impegnato stasera a Bari) e si mettono alle spalle Pro Vercelli, Spezia, Perugia, Virtus Entella, Ternana, Cesena ed Ascoli, che la sconfitta condanna all’ultimo posto.
È stato un capolavoro tattico di mister Stroppa, che ha schierato un inedito tridente con il solito Mazzeo al centro, e Beretta e Nicastro sulle fasce, che hanno contribuito a proteggere il reparto difensivo con frequenti ripiegamenti (prezioso Nicastro di testa in fase difensiva in area, ottima la prestazione di Beretta che ha colpito una traversa e ha dato a Chiricò la palla del 2-0).
Ma la notizia più importante è la buona prova del reparto difensivo, che per la prima volta dall’inizio del campionato è riuscito a mantenere inviolata la rete del Foggia. Stroppa si è affidato a Guarna, Camporese (sicuro, autorevole ed autore del gol del vantaggio su calcio d’angolo) e Coletti al centro, Loiacono e Celli sulle fasce. Quest’ultimo è stato tra i migliori in campo, rendendosi protagonista di frequenti incursioni sulla fascia di competenza.
Nell’ultimo scorcio della partita, il mister ha rinforzato la difesa mandando in campo Empereur per Mazzeo e schierando un inedito 3-5-2 che è riuscito nel compito di stringere ancora di più le maglie difensive. Di rara bellezza la rete della tranquillità, messa a segno da Chiricò dopo un’ubriacante azione personale in cui si è bevuto un paio di avversari come birilli. Tra le note liete del pomeriggio ascolano da segnalare il ritorno in panchina del capitano Agnelli. Insomma, un pomeriggio da incorniciare e una bella soddisfazione per i tremila che hanno seguito la squadra in trasferta: forse, il peggio è veramente passato.
Le statistiche ben descrivono la partita che è stata comunque combattuta da entrambe le formazioni. Leggermente a vantaggio dell’Ascoli il possesso palla (53% a 47%) e il bilancio dei tiri: 3 a testa quelli nello specchio della porta (ma dalla parte del Foggia c’è anche una traversa), 6 a 5 quelli fuori. 9 a 6 per i satanelli i calci dalla bandierina. Venti i falli commessi dal Foggia, solo 8 quelli dei padroni di casa.

sabato 11 novembre 2017

La bella Foggia nascosta: il portale di San Martino

Sapendo di far cosa gradita agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane, ed in generale a tutti gli internauti appassionati di Foggia, della sua storia e delle sue bellezze, comincio a pubblicare, da oggi, una serie di articoli che scrissi nel 1981 per La Gazzetta del Mezzogiorno nella rubrica Foggia da salvare, che svelava e raccontava i piccoli e grandi tesori, più o meno nascosti, della città, che avevano bisogno di essere valorizzati e di una maggiore attenzione.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta: molte cose sono cambiate, altre no. Alcuni dei beni che segnalavo ai lettori della Gazzetta sono stati in qualche modo tutelati e portati a nuovo splendore, altri non esistono più, perché l’appello a salvarli è caduto nel vuoto, altri ancora restano poco conosciuti o non fruibili, come quello di cui vi parlo oggi.
Va detto che da allora ad oggi è (per fortuna) anche sensibilmente cresciuta la sensibilità della cittadinanza e dell’opinione pubblica verso questi temi. Trentasei anni fa non era così, sicché destarono un certo scalpore i reportage pubblicati sul quotidiano regionale, la cui redazione foggiana era allora diretta da Anacleto Lupo. I lettori di oggi perdoneranno errori, omissioni e sviste. Non volevo scrivere un saggio di storia locale, ma piuttosto segnalare all’attenzione delle autorità competenti la necessità di intervenire per evitare che la memoria cittadina perdesse altri pezzi.
Mi fece da cicerone, in quel viaggio nella bella Foggia nascosta l’impareggiabile maestro e collega Gaetano Matrella, al quale devo tante scoperte, ma soprattutto l’amore per l’anima antica della città, che mi ha insegnato a sentire più profondamente mia.
Oggi, 11 novembre, si festeggia San Martino e così comincio la ripubblicazione di quella serie di articoli non in ordine cronologico ma da quello che dedicai al portale di San Martino, pregiatissimo e per alcuni versi misterioso gioiello della cattedrale di Foggia.
L’articolo uscì sulle pagine locali della Gazzetta sabato, 21 novembre 1981. Il maquillage che vi si invocava ha avuto luogo, nel senso che la Cattedrale ha conosciuto da allora ad oggi significativi lavori di restauro. Paradossalmente, però il portale è scarsamente fruibile, in quanto quel lato della Cattedrale non è aperto al pubblico, ed il cancello che lo protegge è quasi sempre chiuso. Potete scaricare l’articolo originale qui.
La fotografia che illustra il post, decisamente posteriore alla data di pubblicazione dell'articolo, è stata scattata da Romeo Brescia, per illustrare un articolo scritto con Raffaele De Seneen sul sito Foggia Racconta, che potete leggere qui.

venerdì 10 novembre 2017

Foggia bella che si ritrova, sognando Federico II

La notizia è questa sala strapiena, entusiasta. Questa Foggia bella, questi foggiani che si ritrovano a riflettere sulle sue tante identità, mai vissute fino in fondo, forse proprio perché tante, e diverse, come si addice ad una città di frontiera, troppe volte oltraggiata dalla storia, che di simboli in cui rispecchiarsi e ritrovarsi ne ha lasciati ben pochi.
Ieri pomeriggio, nella Sala Mazza del Museo Civico, la città ha vissuto un momento di rara intensità culturale e di consapevole partecipazione. Si ragionava dei resti del palazzo di Federico II e della possibilità - se non di ricostruire la reggia, d’incerta collocazione ed aspetto, e i cui lavori probabilmente non vennero mai portati a compimento -, almeno di valorizzare meglio quel che ne resta: non solo l’arco d’ingresso e l’iscrizione, ma anche le tante tracce sparse sui muri del centro storico e soprattutto negli ipogei, che si stanno rivelando uno scrigno inesauribile di informazioni sul passato medievale di Foggia e sulla stessa dimora fridericiana.

giovedì 9 novembre 2017

Il Sud è morto? No. È stato condannato a non esistere (di Vincenzo Concilio)

La lettera meridiana sulla scarsa eco mediatica del Rapporto Svimez presentato l'altro giorno ha suscitato attenzione e reazioni tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, particolarmente sensibili alla questione meridionale e al tema del persistente divario tra Nord e Sud.
Di seguito le interessanti riflessioni di Vincenzo Concilio. Leggete, riflettete, dite la vostra.
* * *
IL SUD È MORTO? NO, È STATO CONDANNATO A NON ESISTERE, FIN DALLA SUA NASCITA...
Confuso, disorientato, sbigottito, il Sud si è smarrito...
O meglio, è morto.
Parafrasando la storia di Pinocchio...
Subito i medici arrivano al suo capezzale: un corvo, una civetta e un grillo parlante.
La fata rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al capezzale, chiese: "Vorrei sapere da Voi se questo disgraziato Sud è morto"...
A quest'invito il corvo facendosi avanti per primo tastò il polso del moribondo Sud ed esclamò: "A mio credere il Sud è bell'è morto ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo".
Lasciamo Pinocchio per passare a Woody Allen e poi ad Aristotele...
"Dio è morto, Marx è morto ed io non mi sento più tanto bene", ebbe a dire Woody Allen...
Figuriamoci noi.
E le cause originarie?
Aristotele, prendendo come esempio la costruzione di una casa, dimostrò l'agire di quattro cause.

Palazzo imperiale di Federico II: come valorizzarlo e farne un attrattore turistico?

Si torna a parlare del Palazzo di Federico II a Foggia e dell’idea di potenziare e sviluppare la fruibilità di quanto oggi rimane della residenza medievale. Poche cose, in verità: l’Arco d’ingresso, murato in un fianco del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti della tragica estate del 1943; l’iscrizione che certifica l’amore dell’imperatore svevo per la “sua” Foggia, che proclama “inclita sedes imperialis” e l’avvio dei lavori, diretti dallo scultore Bartolomeo da Foggia, ma anche tanti piccoli segni e testimonianze, sparsi nell’area in cui doveva sorgere il Palazzo, e poco conosciuti.
Poche cose, e per giunta scarsamente valorizzate.
Qualche mese fa, su iniziativa del giornalista e scrittore Giovanni Cataleta venne lanciata una petizione on line (sostenuta da Lettere Meridiane) che vagheggiava la possibilità di ripetere a Foggia, per il palazzo fridericiano, quanto Edoardo Tresoldi ha fatto a Manfredonia con la basilica paleocristiana, ricostruita in fil di ferro e divenuta in pochi mesi il monumento pugliese più visitato.
Una suggestione audace e intrigante, di complessa praticabilità, visto che l’area è oggi fortemente urbanizzata e che non si conoscono con precisione né l’ubicazione né l’esatta fisionomia del Palazzo.
È però un dato di fatto che i resti del Palazzo Imperiale non riescono ad assolvere al loro ruolo più naturale: testimoniare un periodo storico comunque fondamentale per la città e fungere da attrattore turistico.
Come avviare un percorso virtuoso, che possa rendere più significative le vestigia del Palazzo e valorizzare le tracce della presenza di Federico II a Foggia e in Capitanata?
Se ne parlerà oggi pomeriggio, alle 17.30, in una conferenza dibattito, patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foggia e organizzata dalle associazioni Gli amici del museo civico di Foggia, Ipogei Foggia e Nuovi Spazi, le testate Mitico Channel e Lettere Meridiane, il Circolo Daunia, l’azienda vinicola Borgo Turrito.
Interverranno ai lavori lo storico Carmine de Leo, presidente degli Amici del Museo; il giornalista Giovanni Cataleta, il direttore di Lettere MeridianeGeppe Inserra, Riccardo Rignanese, presidente dell’associazione Nuovi Spazi, Luigi Colapietro, responsabile dell’associazione Ipogei di Foggia, Luca Scapola, titolare dell’azienda Borgo Turrito.  Svolgerà le conclusioni il presidente del Circolo Daunia, Beppe Ordine.
Alla conferenza, seguirà una visita ai sotterranei della chiesa dei Morti ed agli Ipogei urbani per far conoscere ai partecipanti i vasti locali sotterranei che caratterizzano questa parte del centro storico di Foggia e sono considerati gli ambienti sotterranei della reggia di Federico II di Svevia e dei suoi annessi.
Verrà presentata anche un originale esperimento di "riuso" degli ipogei quali cantina naturali per l'invecchiamento del vino.
Di particolare interesse si preannuncia la relazione introduttiva che sarà svolta da Carmine de Leo, con l’ausilio di materiali multimediali, e che presenterà al pubblico sia lo stato dell’arte della ricerca documentale sul Palazzo federiciano, sia alcuni documenti inediti, che hanno contribuito a ricostruire più puntualmente l’aspetto che il palazzo, oggi distrutto, aveva all’epoca della suo maggior splendore, quando ospitava la corte dell’imperatore svevo.
Lo stesso de Leo ha pubblicato qualche giorno fa, sulle cronache culturali de La Gazzetta di Capitanata la suggestiva immagine che illustra questo post, e che mostra una ricostruzione del palazzo sovrapposta ad una mappa di Foggia.
Non mancate, insomma, perché ci sarà da divertirsi.

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