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Foggia, città che scoppia nell'anima

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Una città ti lascia incompiuto il destino.  Il bellissimo verso di Davide Leccese è tanto più vero, se la città in questione è Foggia. Incompiuta per definizione, sempre alla ricerca di se stessa o più spesso dimentica di se stessa, come del resto i suoi abitanti. Inutile spiegare cosa voglia dire Davide. Lo sappiamo già, lo sappiamo tutti quelli che siamo nati in questo posto, perché c’è l’abbiamo dentro. È un sentire innato, che nasce da un dna profondo. È traccia di destino. La città - Foggia - come Tana , da cui puoi anche uscire, senza però andare mai via del tutto. È vietato fuggire: puoi perfino imparare a parlare giargianese, ma se qualcuno ti pesta un piede imprecherai usando “maledizioni di casa nostra”. Tana è una poesia sullo “spaesamento” che t’assale quando i casi della vita ti portano distante da “quei vicoli dove corre / il sangue antico / della mia gente”. Non resta che la nostalgia: “Ti piovono carezze / se ricordi i giochi di bambini / difesi da quei m...

Noi che non conoscevamo la nebbia

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Michele Sepalone ed io apparteniamo ad una generazione che non conosceva cosa fosse la nebbia, nemmeno per sentito dire, visto che a quei tempi, la televisione era in bianco nero, e la visione era annebbiata di suo, era come averci le cataratte. D'estate e non solo, a Foggia faceva sempre un caldo da spaccare le pietre. Un clima secco e asciutto che faceva la gioia delle lavandaie, che come spannevano il bucato dopo un quarto d'ora era già bell'e asciutto. Non come adesso che i termosifoni di tutta la casa sono precettati per far asciugare i panni, se no ci vogliono giorni. La nebbia è venuta quando hanno fatto le dighe e gli invasi. E' cambiato il clima e pure la salute pubblica: dalle parti di Carlantino e Celenza Valfortore non sapevano cosa fosse un reumatismo. Adesso ne soffre quasi tutta la popolazione. La prima volta che ho visto la nebbia mi sembrò di essere finito dritto dritto nella scena di un film di alieni. Invece ero soltanto tra la Madonnina e San ...

Un altro cinema chiude. Ma il cinema non muore.

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Se la memoria non mi tradisce, c'è anche il Cinema Impero di Manfredonia ne La bianca palpebra dello schermo che Lucio Dell'Accio girò nel 1991 per raccontare la scomparsa delle sale cinematografiche in Capitanata. Il documentario apre una trilogia che l'autore foggiano ha dedicato al cinema o più precisamente al cambio d'uso del cinema. Dopo La bianca palpebra dello schermo arrivarono Ritratto di albanesi in un cinema (1994, il racconto di una delle prima esperienze di accoglienza fatte a Foggia, con la trasformazione della sala parrocchiale di Gesù e Maria in un dormitorio per gli extracomunitari) e lo struggente Maurizio (1997) che racconta della straordinaria capacità di "vedere" - oltre i limiti imposti dallo spazio ristretto cui costringe la disabilità - di un poeta diversamente abile. Lucio volle concludere così la sua trilogia ad indicare che fintanto che siamo capaci di vedere, immaginare (e aggiungerei ricordare, visto come Dell'Accio ha ri...