sabato 17 febbraio 2018

Il Foggia fa poker. Adesso play off più vicini dei play out.

Il Foggia fa poker e riconquista definitivamente lo Zaccheria. Se la vittoria con l'Avellino era avvenuta a porte chiuse, davanti ad uno stadio vuoto per la decisione del Prefetto, i satanelli hanno surclassato il Carpi tra gli applausi dei tifosi, che hanno visto il miglior Foggia del campionato.
Una splendida partita, quella degli uomini di Stroppa. Fin dall'inizio è sembrato di rivedere i rossoneri della scorsa stagione, con un gioco corale convincente, un pressing asfissiante, gli avversari sempre costretti nella loro metà campo.
La cura Nember ha dato i suoi frutti, ma c'è da sottolineare che questo momento magico della squadra dauna ha in Stroppa il suo protagonista indiscusso. Se il direttore sportivo ha trovato gli uomini giusti per supplire alla mancanza di esperienza che aveva messo in difficoltà la squadra nella prima parte del torneo, quello di Stroppa è stato un autentico capolavoro tattico.
Il mister ha disegnato la squadra attorno ad un modulo, il 3-5-2, più idoneo al torneo cadetto e che soprattutto riesce a dare un maggior equilibrio tra i diversi reparti. La difesa è più protetta e può giocare con più tranquillità (il Carpi non si è reso quasi mai pericoloso), il centrocampo tesse la trama del possesso palla con autorevolezza, grazie soprattutto alle grandi qualità di play maker di Greco. Il tandem Mazzeo-Nicastro si completa e si integra a meraviglia.
La prima rete è lo specchio del nuovo assetto tattico: intelligente passaggio filtrante di Martinelli (la sua miglior gara in maglia rossonera) per Nicastro, che ha fatto partire dalla destra un cross forte e teso per la testa di Mazzeo che ha insaccato.

venerdì 16 febbraio 2018

Foggia perde pezzi: crolla il tetto dell'ex carcere di Sant'Eligio, nell'indifferenza generale

A Foggia, città “scoffolata” per eccellenza, i crolli non fanno più notizia. Perfino se ad andare giù è un pezzo del cuore e della storia più illustre della città: l’ex carcere di Sant’Eligio, eretto nel 1823 da don Antonio Silvestri, il sacerdote foggiano morto in odore di santità, che vi collocò il Conservatorio del Buon Consiglio, offrendo rifugio e una prospettiva di vita diversa alle prostitute e alla donne indigenti della città.
Il tetto dello stabile è completamente crollato, come testimoniano le fotografie che illustrano questo post, e l’immobile è stato transennato. La settimana scorsa erano dovuti intervenire i vigili del fuoco per metterlo in sicurezza, dopo la caduta di tegole e pezzi di intonaco.
Quel che maggiormente stupisce ed amareggia è l’indifferenza con cui l’infausto evento è stato accolto, in primis l’IPAB dell’Addolorata (più nota come Conventino), proprietaria della struttura.
Per il recupero e la riqualificazione dell’ex carcere (che divenne tale nel 1943, a seguito della distruzione per i bombardamenti che colpirono la città del precedente, ubicato in via Fuiani) la giunta regionale allora guidata da Vendola stanziò un milioni di euro. Il progetto prevedeva la ristrutturazione del complesso e la sua trasformazione in centro di accoglienza per immigrati extracomunitari.
Fu posta anche la prima pietra, ma i lavori si bloccarono immediatamente proprio per la situazione di profonda fatiscenti in cui versava lo stabile.
Correva il 2011. Da allora più nessuno si è occupato di Sant’Eligio che un giorno dopo l’altro ha continuato a perdere pezzi fino al totale crollo del tetto documentato dalle immagini.
All’indifferenza generale si sottraggono i cittadini del popoloso Borgo Croci, nel cui cuore sorge l’antico palazzo: “Capo, che dici lo ricostruiscono? Speriamo. Vendola aveva messo pure i soldi, ma poi non ci è mosso niente. Mannaggia.”, mi apostrofa un anziano guardandomi mentre scatto le foto, all’nagolo tra via San Severo e via Sant’Antonio.
Per un’amara coincidenza, il crollo ha avuto luogo soltanto qualche giorno dopo la scomparsa di don Faustino Parisi, i sacerdote che assieme a don Tonino Intiso si è battuto per la ripresa del processo di beatificazione di don Antonio Silvestri, il cui miracolo più tangibile è rappresentato proprio dal Conservatorio del Buon Consiglio, oggi in completa rovina. Che desolazione.


Il liberismo è il nuovo feudalesimo (di Michele Eugenio Di Carlo)

I fatti di Macerata dimostrano che la nostra società sta scivolando pericolosamente verso una nuova deriva xenofoba. Non è il caso di soffermarsi in piena campagna elettorale sui mandanti morali di quel gravissimo episodio. Ma fanno paura, e pertanto vanno perseguiti, i commenti di consenso verso un atto criminale, compiuto probabilmente da un folle.
Così come non vanno più tollerate quelle trasmissioni televisive che dalla mattina alla sera sembrano aver l’unico scopo di fomentare odio e di contrapporre, ad esempio, i terremotati italiani ai migranti, mentre alcune multinazionali indisturbate continuano la loro azione di accumulazione capitalistica ai danni dei paesi del terzo mondo da cui provengono gli stessi migranti.
Ed è ancora possibile e accettabile che sia tanto consenso intorno al concetto di “razza bianca” da difendere dall’invasione dei migranti? Una concezione dell’uomo e dei suoi valori  che ha portato storicamente l’umanità sull’orlo del baratro.
Possibile che i tanti, che commentato in termini positivi l’atto scellerato di Macerata, non si sognino neppure per un attimo di analizzare le ragioni economiche ed etiche di quella che definiscono invasione?
Nelle parole di tanti, troppi, che magari non vogliono essere definiti razzisti, suonano le sinfonie del razzismo puro quando si accostano alla parola migrante. Quei migranti arrivano sui nostri lidi - pochi lo sanno, molti fingono di non saperlo - ancora per le conseguenze dell'imperialismo e del colonialismo inglese e francese nel Medio-oriente e altrove, iniziato nel 1880, sempre alla ricerca del petrolio. Non tanto diversamente, poi, da come milioni di meridionali sono approdati a lidi settentrionali italiani ed esteri.

giovedì 15 febbraio 2018

L'era dell'ottimismo, il film/work in progress di Antonio Fortarezza all'Auser di Foggia

Foggia, ombelico di un Mezzogiorno sospeso tra passato e presente, tra memoria e futuro, tra sviluppo e sottosviluppo. È un viaggio tra immagini non convenzionali di Foggia e su Foggia, quello proposto dallo sguardo militante di Antonio Fortarezza, filmaker foggiano che risiede a Milano, aduso ad esplorare e raccontare situazioni di confine. Sarà forse proprio questa fatale distanza che lo separa dalla sua città natale (ne parlò in una bella lettera meridiana intitolata Andare via da Foggia per imparare a volerle bene, che potete leggere qui) a fargliela guardare in un modo che non t'aspetti. A farti scoprire questa dimensione simbolica di Foggia città meridionale per eccellenza, che in sé assomma i problemi ma anche le potenzialità di un Sud che in fondo è tutto ancora da conoscere e da esplorare.
L'idea di questo film, dichiaratamente work in progress, è nata guardando i materiali già girati da Antonio. Messi infila  compongono una originale playlist su questa Foggia-Mezzogiorno da scoprire, e sono base di un progetto  che via via si consoliderà. Il viaggio comincia il 16 febbraio, alle ore 18.00 nella sala dell’Auser (in via Libera 38 a Foggia), in concomitanza con il primo appuntamento del corso-laboratorio di linguaggio multimediale promosso dall’Auser e coordinato da Geppe Inserra.
L’era dell’ottimismo è il titolo, volutamente provocatorio, di questo che Fortarezza definisce come “brogliaccio iniziale” di un lavoro più complesso che accompagnerà il corso e il laboratorio, fino al prodotto finale, che sarà un vero e proprio film su Foggia/Mezzogiorno.
La prima tappa mette assieme diversi video girati nel corso dagli anni da Fortarezza a Foggia, vista e raccontata come luogo simbolico del Mezzogiorno, dipanandosi tra le tante contraddizioni della città: le gru che assediano preziose testimonianze del passato, come la Masseria Pantano, le pale eoliche che circoscrivano l’orizzonte una volta sconfinato del Tavoliere, ma anche le tradizioni, i cantanti neo melodici, gli sguardi e la vivacità dei terrazzani, i colori del mercato Rosati.
Qual è la vera Foggia?
A questa domanda cercherà di dare una risposta il work in progress che scandirà gli appuntamenti del corso-laboratorio.
L'iscrizione al laboratorio è gratuita, e può essere effettuata anche durante la serata di apertura.

mercoledì 14 febbraio 2018

La Foggia-Lucera tra le dieci migliori ferrovie italiane per pendolari

Che bella soddisfazione per Ferrovie del Gargano. La Foggia-Lucera finisce nelle BuoneNotizie del Corriere della Sera, blog e supplemento che il quotidiano milanese dedica alle cose che funzionano in Italia.
Riprendendo i risultati del rapporto Pendolaria 2017 di Legambiente, la redazione classifica la linea gestita da Fergargano tra le dieci migliori ferrovie per pendolari d’Italia.
“Un buon esempio di recupero di vecchie infrastrutture ferroviarie non più utilizzate è in Puglia - si legge nella relativa scheda-. La tratta dei 21 km Foggia-Lucera, dopo 42 anni, dal 2009 è stata riattivata e da allora viene gestita dalle Ferrovie del Gargano. Il materiale rotabile utilizzato è di ultima generazione, con una capacità di 300 passeggeri, e collega in circa 15 minuti i due Comuni interessati con 56 corse giornaliere.”
La ferrovia che collega il capoluogo dauno con Lucera viene classificata al decimo posto, ed è la sola ferrovia pugliese presente nella classifica delle migliori, nonché una delle poche meridionali.
Per la cronaca, nella graduatoria figura anche un’altra ferrovia pugliese, la Bari-Corato-Barletta, tristemente nota per il tragico incidente avvenutovi nell’estate del 2016: anche questa ferrovia figura al decimo posto. Ma tra le peggiori.

Viaggiando tra i ricordi, buon San Valentino (di Francesco A.P. Saggese)

Stai attraversando ancora le ore che dalla notte ti portano al giorno, con le palpebre chiuse sugli occhi, quando pensi che oggi a Vico, nel paese dove sei cresciuto, si festeggia san Valentino, prete e martire.
Vorresti così aprire quelle palpebre lontano da qui, dove la vita ti ha voluto, e spalancarle sulle arance dorate circondate dai rami di alloro profumato, che sembrano guardarti mentre attraversi corso Umberto.
Così cominci un viaggio di pensieri, mentre ti abbandoni ai doveri della giornata riposti sulla scrivania.
E pensi che almeno oggi per un momento ogni vichese, in qualsiasi angolo di mondo si trovi, penserà - come te - al Santo del paese, che con l’indice puntato verso l’alto attraverserà in processione le strade di Vico.
Quando eri bambino non si andava a scuola, pensi.
San Valentino avrebbe portato anche qualche fiocco di neve, che magari avresti assaporato con un filo di vincotto.
E te le immagini le campane, suonate a festa per l'occasione che da quattrocento anni le fa rincorrere una dietro l’altra.
Te lo immagini il Santo appena fuori dalla sua Chiesa, con alle spalle l'albero dell'ulivo posato sull'orizzonte, le tre torri simbolo di fortezza e l'acqua che scorre sotto il ponte a ricordare le sorgenti, i simboli raffigurati nello stendardo del Comune, dove vorresti rivedere anche un arancio, come forse un tempo fu.
Ora passa sotto la corte del castello di Federico II, la gente è infreddolita e assiepata ai bordi delle strade, il segno di croce di un’anziana sul balcone, l'incrocio con il fraticello d'Assisi (posto come fosse un faro di luce a snodo delle principali vie del paese), la benedizione degli agrumeti al Carmine per chiedere protezione dalle gelate dell’inverno, i fragorosi fuochi d’artificio, un palloncino che vola via lontano dalla mano di un bambino.
È lo stesso palloncino che ti è scappato di mano tanti anni fa, te l’aveva comprato tuo nonno, che per un giorno almeno dell’anno aveva lasciato le cure della campagna per onorare il patrono di Vico, delle sue terre indurite dall'uomo, dei suoi figli, vicini e lontani, nel mondo ormai sparsi.
Buon San Valentino a tutti.
Francesco A.P. Saggese
(Foto di Pasquale D'Apolito)

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

La mia generazione ha suonato, cantato e amato Fabrizio De André e Francesco Guccini perché viaggiavano in direzione ostinata e contraria, perché erano altri, non andavano in televisione e tantomeno a Sanremo.
Una fiction su Faber è già in se stessa un attentato alla memoria.
Ieri sera non ho resistito più di dieci minuti a guardare Principe Libero. D'accordo, è difficile trasformare la poesia in fiction, ma quelli della Rai non hanno pudore quando si tratta di raccontare vite reali e piene di valori, piegandole ai loro canoni insulsi e ai loro format pecorecci.
Opera di demolizione già riuscita con Giuseppe Di Vittorio presentato come uno che tra un amore e l'altro dedicava un po' di tempo al sindacato. Ieri sera, quando ho sentito le canzoni di Fabrizio svilite a commento musicale, ho chiuso lì.
Canzoni che hanno segnato un'epoca e che hanno senso solo se cantate, solo nel loro contesto, con le loro parole, ridotte a banali arpeggi.
Stasera c'è la seconda puntata. Non la vedrò. Vi invito, voi che avete amato e suonato e cantato DeAndré, quello vero, e non quello finto e patinato del Principe Libero, a fare altrettanto.
Come?
Eccovi alcune istruzioni per l'uso. Poi mi dite.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...