martedì 23 gennaio 2018

All'Auser di Foggia si fa storytelling: da venerdì il corso

Ridare luce e visibilità al passato, raccontando la memoria. È questo l’obiettivo de “L’immagine militante”, laboratorio di linguaggio e produzione multimediale dell’Auser di Foggia, sotto l’egida dell’Università della Libera Età “Silvestro Fiore” e del sindacato pensionati Spi Cgil di Capitanata.
Coordinato da Geppe Inserra, già direttore artistico del Festival del Cinema Indipendente, il laboratorio si articola in momenti di formazione all’uso delle tecniche e degli strumenti multimediali ed attività di produzione vera e propria orientata alla narrazione, allo storytelling, per usare un termine molto alla moda oggi.
“In fondo - osserva Geppe Inserra - lo storytelling non è altro che il racconto della memoria, di ciò che ci portiamo dentro, attraverso la fusione di diversi strumenti di comunicazione: la parola, l’immagine fotografica, il filmato, la musica. Nel laboratorio cerchiamo di fare in modo che, raccontando se stessi, i partecipanti raccontino l’identità, la memoria del luogo, della comunità, della nostra terra, attraverso questi strumenti”.
La quarta edizione dell’iniziativa verrà inaugurata venerdì 26 gennaio prossimo, alle ore 18.00, nella Sala conferenze della Cgil di Foggia (via della Repubblica, 68).
Durante la serata verranno proiettate alcune “videostorie” realizzate dal Laboratorio durante il corso svoltosi nel 2017 assieme ad altre, inedite.
In scaletta diversi temi: la violenza sulle donne, le videopoesie in italiano e in dialetto di Raffaele De Seneen, Bruno Caravella e Antonio Basta, il racconto della vita prodigiosa di don Antonio Silvestri nella suggestiva location della cripta della chiesa di Sant’Eligio, le struggenti immagini di Foggia e del Gargano del passato.
La caratteristica che collega le diverse videostorie è l’utilizzazione di materiali “poveri”: fotografie, filmati realizzati con il cellulare, utilizzazione di colonne sonore e materiali non coperti da copyright, per fare in modo che “ognuno possa raccontare la sua storia”, che è poi l’obiettivo del corso e del laboratorio.

domenica 21 gennaio 2018

La scomparsa di Pasquale Panico, protagonista del movimento operaio e bracciantile di Capitanata

Pasquale Panico
È scomparso in mattinata, alle età di 92 anni, Pasquale Panico, protagonista di primo piano di quel movimento operaio e bracciantile che negli anni del secondo dopoguerra ha scritto in provincia di Foggia pagine indelebili di storia, contribuendo in maniera decisiva al riscatto dei lavoratori.
La sua luminosa storia politica si intreccia profondamente con quella sindacale. Formatosi nella temperie sociale della Cerignola di Giuseppe Di Vittorio, di cui è stato discepolo e amico, Panico si iscrisse giovanissimo alla Cgil e al Pci, ricoprendo incarichi direttivi nella Lega Braccianti e nelle sezioni cittadine del Partito Comunista.
Fu il primo segretario provinciale della Federazione dei Giovani Comunisti, di cui divenne anche dirigente nazionale. Segretario della Camera del Lavoro di Cerignola per diversi anni, nel 1953 venne chiamato a dirigere il sindacato di categoria dei lavoratori agricoli della Cgil, la Federbraccianti di Capitanata, che contava in quegli anni decine di migliaia di iscritti.
Dal 1958 al 1970 è stato segretario provinciale della Cgil di Foggia, ricoprendo nello stesso periodo diversi incarichi di natura amministrativa: eletto consigliere provinciale per il Pci, nel collegio di Cerignola, è stato anche assessore e vicepresidente della Provincia di Foggia, e consigliere comunale a Foggia.
Anche la Regione Puglia lo ha visto protagonista, quale padre costituente: consigliere regionale dal 1970 al 1979, è stato vicepresidente del Consiglio regionale nella prima consiliatura e, nella seconda, ha presieduto la Commissione Agricoltura. In quegli anni, è stato anche presidente provinciale dell’Arci e dell’Alleanza Contadini.

Foggia, un'altra sconfitta. Ma si può sperare.

Il Foggia comincia il 2018 come aveva concluso il 2017: perdendo in casa. Era finita 1-2 con il Frosinone, il 27 dicembre. Ieri pomeriggio ancora una sconfitta di misura, dal Pescara.
La classifica diventa ancora più deficitaria: i satanelli restano in zona playout, ma nel gradino più basso dell’eventuale coppia di squadre che disputerà lo spareggio salvezza, e solo un punto al di sopra della zona retrocessione diretta.
Se nella partita con il Frosinone il Foggia aveva perso per la manifesta superiorità degli avversari, non si può dire lo stesso della sconfitta rimediata con il Pescara. Il risultato è bugiardo: se i satanelli avessero vinto, non avrebbero rubato niente.
Gli uomini di Zeman si sono resi pericolosi un paio di volte, e hanno fatto gol. Il Foggia ha colpito un palo e una traversa con Nicastro (nella foto l'attaccante rossonero mentre sta per far partire il tiro che si infrangerà sul palo),  e ha fallito almeno un paio di nitide palle gol.
Le note più positive e incoraggianti arrivano dalla rivoluzione operata dal nuovo direttore sportivo Nember. Quasi tutti i nuovi hanno convinto, a cominciare da Greco, che ha mostrato di avere ancora il tono e il passo per poter guidare la squadra.
Buone anche la prestazione sulla fasce di Kragl e Zambelli. Convincente Tonucci in difesa, da rivedere Scaglia peraltro schierato in una fascia che non è la sua.
L’altra nota positiva giunge dal 3-5-2 che sembra ormai entrato nella testa della squadra, almeno per quanto riguarda la difesa (più coperta) e il centrocampo. Kragl e Zambelli sono parsi gli interpreti giusti nel delicato ruolo di laterale che esige questo tipo di modulo.
Purtroppo le note dolenti giungono dall’attacco, sfortunato in occasione dei legni colpiti da Nicastro, ma approssimativo e sprecone in altre circostanze. L'opaca prestazione dell'attaccante  rossonero solleva qualche perplessità tattica: se Mazzeo era a suo agio quando si trattata di dettare i tempi ed aprire gli spazi nel tridente, potrebbe non essere lo stesso nell’attacco a due.
Il Foggia non ha concretizzato una supremazia territoriale netta e testimoniata dalle statistiche in maniera quanto mai evidente: possesso palla a vantaggio dei rossoneri (33’11” contro 28’35”9, così pure il bilancio dei tiri (10 di cui 5 in porta quelli dei satanelli, solo 4 di cui 3 in porta quelli dei pescaresi).
Dove il bilancio rossonero è deficitario, è sulle palle perse (21 dal Foggia, 18 dal Pescara) e recuperate (16 dal Foggia e 22 dal Pescara). Dal punto di vista agonistico i satanelli sono certamente cresciuti rispetto alle ultime partite casalinghe, ma i numeri della sfida col Pescara indicano ancora una certa approssimazione negli automatismi di gioco, ed anche una certa mancanza di grinta. Lacune che Stroppa dovrà colmare in fretta.
Per il resto si può sperare. Certo la classifica resta preoccupante, ma la mano di Nember si vede, e gli ultimi colpi di mercato potranno far schiudere orizzonti più rassicuranti.

sabato 20 gennaio 2018

Quando il calcio non è una scienza esatta

Il calcio non è una scienza esatta, nel senso che si può discutere all’infinito se un certo fallo è da rigore o meno, se la rete segnata era in fuorigioco oppure regolare. A volte è questione di millimetri, altre volte l’arbitro non è nella posizione ideale per poter giudicare correttamente. Fa parte del gioco, si dice, ed è vero.
Almeno sulla durata del tempo di gioco, però, l’andamento di una partita non dovrebbe prestarsi ad equivoci. Perché a determinarla non c’è il giudizio soggettivo di un uomo, ma gli orologi.
Forse quello del signor Sacchi, sabato pomeriggio allo Zaccheria, non funzionava.
L’arbitro di Foggia-Pescara (la cui conduzione di gara è stata per il resto accettabile, salvo una netta punizione non fischiata per un evidente fallo su Mazzeo) ha destato più di una perplessità.
Ha fischiato la chiusura del primo tempo senza concedere alcun recupero, e mentre il Foggia si era guadagnato un calcio d’angolo. Errore, perché nei precedenti 45', c’era stato almeno un infortunio di una certa gravità: l’arbitro stesso aveva invocato, per evitare ulteriori perdite di tempo, l’intervento della barella (poi rientrato perché il giocatore del Pescara si è rialzato). Quella interruzione di gioco richiedeva un certo recupero: quanto sarebbe bastato a permettere che il Foggia battesse il calcio d'angolo.
Ancora peggio nel secondo tempo, quando l’arbitro, dopo aver tollerato l’atteggiamento del portiere del Pescara Fiorillo, che ha perso impunemente tempo su tutte (ma proprio tutte…) le rimesse dal fondo, ha concesso appena 3 minuti di recupero nonostante diversi interventi dei sanitari per gli infortuni occorsi soprattutto ai giocatori ospiti.
Da prassi ormai consolidata, tre minuti sono il minimo quando vengono effettuate sei sostituzioni (ogni sostituzione viene "pesata" 30"). Il recupero avrebbe dovuto essere di almeno due minuti in più.
A dirlo c’è non solo il regolamento, ma anche la statistiche: una recente indagine ha stabilito che in media vengono concessi 5 minuti e mezzo di recupero a partita.
Qualche minuto di gioco in più con ogni probabilità non avrebbe mutato il risultato. Ma avrebbe evitato di innervosire gli animi in campo e, soprattutto, non avrebbe premiato i… furbi, com'è invece successo.

Foggia, dallo sviluppo imploso a una nuova prospettiva? (di Franco Antonucci)

Una doverosa premessa. Il titolo della lettera meridiana che state per leggere non è dell'autore, ma il mio, ed esprime lo stato d'animo che ho provato dopo aver letto (e condiviso) la lunga e problematica riflessione dell'amico Franco Antonucci, che aveva proposto un titolo assai più coerente con l'articolo, ma altrettanto problematico: A FOGGIA APRE IL CASELLO A14 SULLA ZONA INDUSTRIALE INCORONATA. UN EVENTO QUALSIASI O OCCASIONE PER UN NUOVO MODELLO TERRITORIALE?
Troppe volte il territorio ha bruciato, o si è più semplicemente fatto scivolare addosso, opportunità interessanti, opere ed interventi pubblici che avrebbero meritato una diversa considerazione, ed avrebbero potuto accendere nuovi orizzonti di sviluppo. Basti pensare all'aeroporto Lisa.
Ma le opportunità sono rimaste al palo. Le potenzialità sono restate inespresse. Di qui l'inquietante sensazione di una implosione del modello di sviluppo che il territorio ha perseguito negli ultimi decenni. L'apertura del secondo casello autostradale, nel cuore dell'area industriale, schiude effettivamente nuovi orizzonti. Ma l'evento non sembra, fino ad oggi, aver provocato il confronto che sarebbe stato necessario, anche alla luce dei grandi temi messi in evidenza da Antonucci.
E voi, che ne pensate? Leggete l'articolo di Franco Antonucci, dite la vostra. (g.i.)
* * *
A Foggia ha aperto il secondo Casello autostradale sulla A14 (dorsale adriatica lunga), in corrispondenza della più grande Area industriale territoriale, provinciale ed oltre, di connessione lunga con l’intero territorio pugliese, meridionale ed oltre. Circa 650 ettari attuali, con previsione di ampliamento a 850 ettari (adozione CC/Fg in aprile 2009, su proposta Consorzio ASI/FG).
Che succederà ora? Come in tante altre occasioni territoriali, e usuali in Capitanata, probabilmente sarà un evento accolto come una cosa ordinaria. Oppure sarà il motivo oggettivo per un ripensamento globale.
In un territorio, che diversamente alla maggior parte delle province italiane, si presenta come un reticolo territoriale, solo di fatto congruente, composto da cinque/sei città importanti, con altrettanta rete infrastrutturale articolata, multi-intersecata, comprendenti particolari ambiti territoriali, tra loro variegati, mai in precedenza perfettamente coordinati e sinergizzati.

Quando Zeman mandò il Foggia in serie B

La storia è fatta di corsi e di ricorsi, come insegna Giambattista Vico. Un po’ degli uni e degli altri si intrecceranno questo pomeriggio allo Zaccheria, in una sfida all’insegna dell’amarcord, ma anche del futuro.
A settant’anni suonati Zdeněk Zeman torna sul luogo del delitto, in quello Zaccheria dove scrisse l’epopea di Zemanlandia, la favola più bella del calcio italiano.
La prima e unica volta che si è seduto sulla panchina da “nemico” (fatta salva una inutile amichevole estiva, quando il boemo allenava il Lecce) ebbe luogo la bellezza di 23 anni fa, e fu proprio quella infausta partita a decretare la fine di quel sogno, di quella favola.
Era il 28 maggio del 1995 e Zeman guidava una Lazio stellare, costruita proprio su parte del tridente delle meraviglie che fino all’anno prima aveva fatto grande il Foggia, Signori e Rambaudi in avanti a far compagnia al grandissimo Boksic, a centrocampo campioni come Winter, Di Matteo e Fuser, in difesa tra i pali Marchigiani e poi Nesta, Favalli e Chanot, anche questo proveniente dalla squadra rossonera.
Il Foggia era allenato da Enrico Catuzzi, che proprio all’inizio di quel campionato si era seduto sulla panchina che era stata di Zeman. Quel pomeriggio mandò in campo  Mancini, Padalino, Bianchini, Nicoli (dal 70' Parisi), Giacobbo, Caini, Mandelli, Bressan, Cappellini, De Vincenzo (dall’83' Baiocchi), Kolyvanov. In panchina c’erano Brunner, Di Bari, Marazzina.
Lo Zaccheria era pieno, ma l’impresa ardua ed improbabile: il Foggia era sull’orlo della retrocessione, si giocava la  penultima giornata e forse neanche una vittoria sarebbe bastata ai satanelli per centrare l’obiettivo della salvezza, nonostante un promettente avvio del campionato che aveva fatto pensare alla possibilità di un miracolo bis.
Manco a dirlo, a condannare il Foggia fu proprio l’ex di turno: Beppe Signori che al 36° del primo tempo, su calcio di punizione (lo vedete nella foto che illustra il post), infilò in rete un tiro che il povero Franco Mancini non riuscì neanche a vedere.

venerdì 19 gennaio 2018

Don Antonio Silvestri, il santo foggiano caduto nell'oblio (di Savino Russo)

In occasione del 10° Memoriale promosso dal Comitato per la Beatificazione del servo di Dio, don Antonio Silvestri, le cui manifestazioni vivranno il loro momento più significativo domenica prossima, Lettere Meridiane pubblicherà giornalmente documenti e materiali utili per approfondire la conoscenza di questo grande personaggio, vissuto a Foggia tra il ‘700 e l’ ‘800.
Di seguito il capitolo dedicato all’eroico sacerdote da Savino Russo, compianto grafico e studioso di storia locale, nonché tra i maggiori esperti di padre Silvestri, nel libro La chiesa di Sant’Eligio sotto il titolo di Santa Maria di Loreto.
* * *
Nato a Foggia il 17 gennaio del 1773, Antonio Silvestri fin da ragazzo mostra vivacità d'ingegno e spiccata predisposizione alla concretezza, all'impegno umile ma fattivo.
Per questa sua vocazione al concreto consegue una mediocre istruzione e, sebbene avviato al sacerdozio all'età di 12 anni, non risulta che egli sia mai stato in seminario.
È anzi certo, infatti, che la sua vita di chierico egli la viva nella nostra Città, al servizio della chiesa dell'Annunziata.
Ordinato sacerdote nel 1797, è rettore della chiesa di Sant'Agostino e custode della chiesa dei Cappuccini di Santa Maria di Costantinopoli durante il periodo murattiano della soppressione dei conventi.
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