giovedì 17 agosto 2017

Quando Foggia era "tropico d'Italia" e "nuova città del Sud-Est"

La pubblicazione dell'articolo del giornalista scrittore Curio Mortari, che paragonava Foggia a Barcellona e definiva il capoluogo Dauno "tropico d'Italia", ha suscitato reazioni contrastanti tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane: qualcuno incredulo, qualche altro nostalgico, qualcun altro ancora decisamente scettico sulla funzione della memoria e sulla utilità della rievocazione degli antichi fasti della città.
Pubblicando il reportage comparso sul quotidiano torinese La Stampa il 9 marzo del 1934, non volevamo celebrare il passato, ma piuttosto mettere in evidenza le atroci contraddizioni della storia. Soltanto dieci anni dopo, i raid feroci degli alleati, nella tragica estate del 1943, avrebbero raso al suolo la "grande Foggia" così suggestivamente raccontata da Mortari, e prima di lui, soltanto qualche giorno prima, da Giuseppe Ungaretti.
Già questa (non fortuita) coincidenza dovrebbe, tuttavia, far riflettere. Per raccontare Foggia, laboratorio di un modello di intervento e investimento pubblico che ebbe valenza nazionale, nel 1934 si scomodavano poeti e penne di primo piano del giornalismo nazionale.
Ungaretti scriveva per la Gazzetta del Popolo, a febbraio del 1934. Nel mese di marzo dello stesso anno, La Stampa, giornale torinese come quello per cui scriveva il poeta, mandava in Capitanata il suo inviato speciale Curio Mortari, giornalista e scrittore specializzato in viaggi.
Tutto ciò è la conferma che Foggia era, all'epoca, al centro di una notevole attenzione da parte della stampa e della opinione pubblica nazionale: circostanza che non va enfatizzata più del dovuto, ma neanche rimossa o minimizzata, e che deve invece servire ad una più approfondita riflessione sulle ragioni che hanno portato la città all'attuale declino.
Tra i molti commenti, mi pare fotografi meglio lo spirito della iniziativa di Lettere Meridiane, quello dell'amico Nando Romano, che ha scritto: "Grazie come sempre per questa primizia purtroppo densa di banalizzazioni storiche se non errori: propaganda fascista e qualche verità. Chissà sé il cronista sapeva che era in programmazione anche il cosiddetto Centro Chimico poco oltre la Cartiera ove si sarebbe prodotta quella iprite che ancora oggi flagella i pescatori della marina."
La storia non è mai lineare. Spesso, se non quasi sempre, procede a salti e a strappi. Per questo bisogna sforzarsi di capirla in tutta la sua complessità, e si rivela assai utile, a riguardo, la serie di reportage che Mortari dedicò a Foggia e alla Capitanata nella primavera del 1934, accomunati dall'occhiello, che recitava Tropico d'Italia.
Il titolo del secondo articolo fu:

Foggia, nuova città del Sud-Est

eccone il testo
(DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE)- FOGGIA, marzo.
Siamo all'epoca delle architetture. Le città si rinnovano, specialmente in Italia. Segno fausto: dove l'architettura rinasce, è indizio di civiltà nuova. Il fenomeno colpisce soprattutto nell'Italia Meridionale. Qui il rinnovamento, anche per ragion di contrasti, è più palese. Si sono dovute picconare radici più profonde, aggrovigliate a una jungla sotterranea in cui evi, strutture, e talvolta anche terremoti hanno costruito, scomposto, sovrapposto, distrutto, rimescolato, creando babeli ignote. Nel Sud più che altrove si osserva come la tecnica edilizia abbia dovuto, da dieci anni a questa parte, marciare dì pari passo con un rivolgimento spirituale. Per scalzare le vecchie fondamenta è stato necessario demolire tutta una ossatura di tradizioni e, più spesso, d'abitudini; frantumare ruderi di particolarismi che facevano ostacolo ai piani regolatori.

Strati di secoli 

Foggia può fornire un esempio tipico di questa Rivoluzione. E' sufficiente interrogare uno qualunque degli abitanti per sapere da chi sia stato operato il mutamento. I sigilli mussoliniani, i segni di Roma sono evidenti ovunque.
A comprendere meglio l'importanza del rinnovamento bisogna rifarsi al paesaggio e ai costumi d'anteguerra. Foggia di quel tempo era la tipica città meridionale, uscita dalla sonnolenza borbonica. Era anche, senza dubbio, uno di quei pittoreschi conglomerati di evi che soltanto in Italia è possibile trovare.
Dominazioni e stili, sovrapponendosi e ibridandosi, avevano lasciato nella struttura urbana quell'amalgama di eclettismo, in cui era possibile sceverare volta a volta i segni dei Normanni e degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi, degli Spagnuoli e dei Borbonici. La città, benché fondata soltanto verso l'800, ebbe momenti illustri. Fu cara a Federico II che vi lasciò l'impronta del suo imperiale sigillo. Si osserva ancora, nella facciata d'una casa comune, il resto di un arco di curva romanica, sotto il quale una iscrizione perfettamente leggibile, testimonia dell'esistenza del palazzo imperiale. La Cattedrale, che sboccia da un quartiere un po' angusto, ma pittoresco secondo la vecchia maniera, conserva sotto il campanile barocco, l'impalcatura normanna. Ma altri monumenti e documenti sono sparsi ovunque nelle chiese e nelle case. Si scoprono frammenti di colonne, gioielli di pietra, particolari d'arte chiusi, presi nel tufo giallo degli edifici ottocenteschi, come l'insetto nell'ambra. Talvolta le pietre squadrate che formano ancora le case dei poveri, rivelano la loro origine. Pietre antichissime indubbiamente, se è vero che Foggia, città di nascita medievale, fu costruita coi materiali derivati dall'antichissima Arpi, la città italiota che fu fedele di Roma, anche quando Annibale, ciclone africano, passava vittorioso su queste terre.

mercoledì 16 agosto 2017

Lettl e Ceschin: folgorati dalla luce e dalla bellezza del Gargano

Amare una terra e scoprirne la riposta bellezza è questione di sguardo, di prospettiva, di distanza. Non sempre ci riesci, sei sei troppo vicino. Venire da fuori, guardarla per la prima volta da una certa lontananza, aiuta, perché la bellezza è disvelamento, epifania. E' difficile coglierla nel posto in cui sei nato. C'è bisogno di qualcuno che in un certo senso ti regga lo specchio, e te la mostri. Uno di questi è Wolfgang Lettl, magico artista tedesco (ma non solo, perché è stato anche un grande filosofo ed intellettuale) che venne folgorato dalla luce di Manfredonia, dove trascorse le sue ferie estive per oltre vent'anni. Il pittore fu tra i maggiori esponenti del surrealismo mitteleuropeo, ma l'irripetibile e taumaturgica luce del golfo sipontino gli offrì l'ispirazione per una rappresentazione impressionistica della Puglia e del Gargano. Un melting pot straordinario.
E questa è, la mostra retrospettiva che verrà ospitata fino al 3 settembre prossimo nelle ex Fabbriche di San Francesco: una irripetibile lezione di storia dell'arte, che dimostra quanto contigui possano essere territori estetici in apparenza molto distanti ed eterogenei tra di loro.
Con le sue opere, il pittore tedesco ha retto lo specchio ai pugliesi di Manfredonia e della Daunia, svelando loro l'ineffabile bellezza di una terra illuminata da una luce che non ha eguali al mondo.
Un altro che ha dedicato una parte significativa a questa missione, un altro forestiero che più dei Dauni ha capito e raccontato la magia di questa terra è Federico Massimo Ceschin.
Non lo vedevo da tempo, e l'ho ritrovato proprio alla inaugurazione della mostra di Wolfgang Lettl, dov'era stato invitato dal figlio dell'artista, nonché organizzatore e curatore della mostra, Florian Lettl, a parlare - manco a dirlo - di bellezza.

Piazza Mercato, l'evaporazione degli "intellettuali"

 Il post di Lettere Meridiane sulla situazione di degrado che angustia piazza Mercato ha suscitato numerose e interessanti reazioni negli amici e lettori del blog.
Nonostante siano trascorsi appena tre anni dalla cosiddetta riqualificazione di piazza Mercato, il sito soffre i problemi di sempre: vandalismo, incuria, abbandono, degrado. Un pessimo biglietto da visita per la città, e forse la conferma che la riqualificazione è stata un'operazione velleitaria.
Si demolì a furor di popolo o quasi il cosiddetto "treno" realizzato nell'ambito del progetto Urban, pensando che il problema i piazza Mercato fosse la presunta bruttezza di quel contenitore e non la mancanza di una vera progettualità sulla gestione della piazza. Le associazioni culturali e i gruppi Facebook così solerti nel chiedere la demolizione della struttura si sono eclissati. La verità è la storia di piazza Mercato andrebbe insegnata nelle scuole come esempio di come NON si fanno le cose, e di come la velleità non paga. Occorrono idee, progetti, visioni di futuro che purtroppo a Foggia costituiscono merce rara.
Ma veniamo alla discussione sul post Foggia città guasta, pubblicato qualche giorno fa da Lettere Meridiane.
Di particolare interesse la riflessione di Antonio Dembech figura di primo piano della società civile e del mondo ambientalista foggiano, nonchè responsabile dell'associazione Cicloamici, che ha scritto:
Ciò che i cittadini non usano diviene preda dei vandali. Il famoso e discutibile trenino, sopravvisse molti anni alla curia dei vandali perché era utilizzato dai cittadini. Noi Cicloamici abbiamo per lungo tempo organizzato le nostre riunioni settimanali nella sala convegni. Persino una partecipato ad una assemblea annuale, con degustazione finale. Ricordo persino che era utilizzata, oltre che per mostre e laboratori artigianali, anche da ragazzini che sul liscio pavimento praticavano la break. Poi, sicuramente per gelosia, qualcuno pretese dal dirigente comunale il ritiro delle chiavi ed un rigido protocollo per l'uso, a pagamento, della struttura. Nessuno la utilizzo più ed i vandali ne fecero scempio.

lunedì 14 agosto 2017

Quando a Foggia le piazze erano a misura d'uomo (e non di auto)

La foto colorizzata di oggi è dedicata ad una piazza tra le più amate dai foggiani. Piazza San Francesco vennero realizzata negli anni Sessanta. La pietre che sorreggono la statua dedicata al Poverello di Assisi provengono direttamente dalla cittadina umbra che dette i natali al patrono d'Italia.
La cartolina "colorizzata" mostra com'era la piazza quando venne inaugurata: un luogo ameno, che attirava le famiglie. Quando ero bambino mi piaceva molto quando i miei genitori mi ci portavano: dalla cascatella posta sotto la statua sgorgava dell'acqua che alimentava la vasca sottostante, nella quale nuotavano allegramente decine di pesci rossi. Vi era l'usanza di gettare nell'acqua, un po' come a Piazza Navona a Roma, monetine da cinque o dieci lire. Ignoro chi ne traesse beneficio.
Oggi, la piazza è notevolmente degradata. Il monumento letteralmente assediati dalle onnipresenti e pervasive strisce blu dei parcheggi. La foto d'epoca ritrae invece una piazza quasi del tutto sgombra dai veicoli. Cosa abbastanza rara anche allora, tenuto conto che nella piazze c'era il capolinea di diverse linee pubbliche, nonché delle auto che svolgevano privatamente servizi di trasporto, per la cittadina delle provincia più vicine al capoluogo.
 Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione..


Wolfgang Lettl, cittadino onorario di Manfredonia

I veri, grandi amori travalicano la finitudine delle cose terrene. Sono più forti della morte. E' il caso la passione profonda che legò il grande pittore tedesco Wolfgang Lettl a Manfredonia (vi trascorse per decenni le sua vacanze estive), una bella storia destinata, a quanto pare, a non finire. Anzi, a rinvigorirsi.
Il Sindaco della città sipontina, Angelo Riccardi , proporrà alla sua amministrazione il conferimento della cittadinanza onoraria postuma al grande artista. E non solo: la retrospettiva in corso a Manfredonia, prima mostra italiana di Lettl , potrebbe diventare una esposizione permanente, e sarebbe per Manfredonia, sempre più città dell'arte e della cultura, un altro colpaccio. Ne ragioneranno nelle prossime settimane il Comune e Florian Lettl, figlio dell'artista e curatore della mostra, che resterà aperta fino al 4 settembre, presso le ex Fabbriche di San Francesco, andate a vederla perché ne vale veramente la pena.
A comunicarlo ufficialmente nel corso della cerimonia inaugurale è stato Francesco Sammarco, funzionario tecnico del Comune, delegato dal sindaco Riccardi a rappresentare l'amministrazione al vernissage, e non solo: Sammarco è stato un'anima e un'intelligenza importante di quel gruppo di lavoro che ha sostenuto Florian nella organizzazione della mostra.
Il saluto che ha rivolto ai partecipanti al vernissage è stato così assai poco istituzionale, ma molto sentito e particolarmente stimolante, in quanto ha arricchito la serata di inedite riflessioni sullo speciale rapporto, sentimentale ma che culturale ed artistico, che legò Lettl a Manfredonia.

sabato 12 agosto 2017

Come Foggia ha rinunciato alla sua espansione (di Franco Antonucci)

Rare volte il mio amico Franco Antonucci è riuscito a sorprendermi, come in occasione dell'articolo che pubblico di seguito. Vi si parla di un progetto che fece molto discutere negli anni Settanta: la costruzione della tangenziale che avrebbe dovuto collegare, sopraelevandosi dal suolo, lo svincolo della superstrada Candela-Foggia sulla circumvallazione, con il casello autostradale sulla Bari-Bologna.
La stampa dell'epoca si appassionò molto sul tema, che divise partiti politici e opinione pubblica. Per amore di verità, preciso che erano tra quanti non vedevano di buon occhio il progetto, per le evidenti ripercussioni che la sua realizzazione avrebbe avuto sul futuro urbanistico della città.
In effetti, il progetto non fu approvato e solo dopo diversi anni, grazie alla lungimiranza dell'allora presidente della Provincia, Michele Protano, si optò per realizzarne soltanto un lotto, dalla circumvallazione a viale degli Aviatori, altrimenti la superstrada da Candela non sarebbe neanche mai giunta fino a Foggia.
L'articolo di Antonucci, però, mi ha fatto molto riflettere. Perché rievoca una stagione di grande e sincera discussione sul futuro della città e perché da allora, paradossalmente, non si è più discusso veramente di urbanistica, trincerandosi dietro strumenti urbanistici che, se da un lato non hanno espanso la città, dall'altro hanno considerevolmente abbruttito il centro, affidando lo sviluppo edilizio a varianti, furbate, Gozzini e via discorrendo.
Interessante quanto Franco sostiene a proposito alla mancata riflessione sulla possibilità di uno sviluppo a nord. Verissimo, e non ci avevo mai pensato. Leggete l'articolo, perché lo merita davvero. Come pure meritano di essere ricordati gli ingegneri Checola e De Seneen.
E dite la vostra. (g.i.)
* * *
PEPPINO CHECOLA E VITTORIO DE SENEEN. CIAO!
Mi risulta antipatico prendere anche solo per un attimo la veste di memoria storica nei confronti di un evento ormai passato da tempo, ma soprattutto per ricordare due Amici scomparsi, Peppino Checola e Vittorio De Seneen. Uno smemorato come me, ha sempre cercato di far prevalere il meccanismo del ragionamento, in questo unico modo ricostruendo la memoria passiva. Però qualche volta riaffiorano ricordi che spingono forte.
Parlo della prima metà anni ‘70 quando, da Funzionario del settore urbanistico del Comune di Foggia, ho assistito ad un appassionato dibattito in Consiglio comunale sulla opportunità di realizzazione di una cosiddetta “Muraglia cinese”, altrimenti detta “Sopraelevata”, una strada tangenziale peri-urbana, a margine sud della città di Foggia, tra lo svincolo della Superstrada Foggia-Candela e il settore nord verso il Casello Foggia A14, via Ospedali Riuniti. Con finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, su iniziativa dello Studio degli Ingegneri Peppino Checola e Vittorio De Seneen di Foggia.
Strutture tra le più attive, allora, non solo nel circuito cittadino foggiano, ma anche in ambito esterno, compresi interventi oltre provincia.
Uno Studio tra i più affermati, grazie all’iniziativa dei due Titolari. Peppino Checola molto bravo nelle relazioni pubbliche a vasto raggio, Vittorio De Seneen un topo di Studio (in senso buono, ovviamente, data la sua particolare versatilità tecnica).
Il nuovo asse viario tangenziale viaggiava su terrapieno, con opportuni sottopassi nelle varie posizioni radiali trasversali strategiche. Attraversando la vasta Area immediatamente all’esterno delle tre corsie sud (chiamate “Tangente meridionale”) e per una consistente profondità verso campagna (allora), tra la via degli Aviatori a Tiro a segno e l’area poi divenuta la nuova Provincia. Area interamente destinata a “Verde pubblico attrezzato” a scala territoriale peri-urbana.
Il nodo della discussione era incentrata sul rischio di creare una futura barriera alla espansione sud della città (erano i tempi delle logiche urbanistiche essenzialmente espansive di tipo razionalista - zoning). Un ulteriore timore parallelo era quello che vi fosse una malcelata intenzione di voler incanalare il futuro espansivo della città di Foggia a sud-est, verso la via per Bari.
Nessuno parlava, allora e poi in seguito, delle direttrici di sviluppo verso nord. È stata quasi un’abitudine tipicamente meridionale, o costante in senso assoluto, quella di considerare le direttrici espansive verso Sud assolutamente privilegiate. Il nord sembra non esistere nell’immaginario collettivo come alternativa “per espandere” (un antico DNA forse mediterraneo, che guarda sempre a sud).
Il territorio meridionale foggiano verso Sud così si è così più densificato, mentre quello verso Nord è il deserto dei Tartari.
Checola e De Seneen si infervoravano a difendere la loro ipotesi progettuale, soprattutto sottolineando il grande respiro dell'iniziativa in termini di nuovo impulso per la grande mobilità peri-urbana. Quindi quella di creare un grande polmone verde, proprio dove serviva. De Seneen ripeteva simpaticamente che i vari interventi in merito del Consiglio comunale sembravano sproloqui da “Professori di violino”. Tutto sommato non aveva torto, in particolare per come le cose erano dette, travisando l’urbanistica propriamente detta.
È stata una battaglia accorata, che è durata per un considerevole tempo. Poi ha prevalso la tesi della potenzialità espansiva libera della città futura (il prof.Benevolo ha poi propugnato, invece, la teoria del contenimento della città all’interno del suo “Orlo urbano”. Anche questa mal digerita).
Il progetto Casmez di Checola-De Seneen è così finito in qualche cassetto, poi dimenticato.
Mi impressiona ancora oggi come la decisione a maggioranza dell’allora politica locale sia stata accettata molto democraticamente, senza strascichi di polemiche successive, come invece troppo spesso accade oggi, con prosegui interminabili e sempre più velenosi. Un altro senso di democrazia di allora? (senza valutazioni politiche specifiche in merito).
E così la grande Area di Verde attrezzato dalla zona Tirassegno fino alla attuale nuova Provincia è rimasta solo un grande sogno, visto che il destino attuale e recente è stato quello di utilizzarla disordinatamente per nuclei residenziali a favore di improbabili Dipendenti della pubblica sicurezza e residenza di altro tipo, e/o per interventi medio-commerciali e direzionali vari, e tra loro potenzialmente incoerenti e concorrenti.
La “Sopraelevata” di Cechola e De Seneen (che poteva anche essere a raso, ovvero su viadotti, come loro stessi proponevano in alternativa) è diventata, in altra veste, l’attuale Orbitale, di cui dovrebbe essere iniziata la prima fase di realizzazione. Senza nessuna “Orbitale Verde”, come il sottoscritto sta da tempo proponendo (difesa verde a cintura di una città a conca geomorfologica, e in aggiunta ventosa).
I tempi successivi, sia pure in veste più moderna, spesso danno ragione agli antichi propugnatori.
L’ultima meraviglia è che gli Ingegneri Checola-De Seneen siano spariti nella memoria della città (e dei loro Ordini professionali). Eppure sono stati Tecnici di grande valore e soprattutto brave persone…….. Ciao Peppino e Vittorio!
Eustacchiofranco Antonucci

La scomparsa di Mimmo Norcia: se n'è andato un grandissimo artista

Mimmo Norcia se n’è andato, e la cosa mi rattrista molto, perché era un amico vero: avevamo tante cose da fare ancora insieme, e non ci sarà più il tempo. La sua scomparsa priva la comunità pugliese di un artista che attraverso le sue sculture aveva saputo dare corpo e forma alle speranze della Capitanata, alle passioni, agli slanci ed alle istanze di crescita della nostra terra.
L’opera di Norcia che amo di più raffigura proprio la Capitanata: una donna slanciata che pretende le braccia verso l’alto, in un anelito di futuro esaltato dal dinamico e voluttuoso movimento delle forme.
A volere quell’opera fu un altro instancabile propugnatore della ricchezza della terra dauna, Antonio Pellegrino, che da presidente della Provincia pensò di istituire un premio di rappresentanza, che allegoricamente mostrasse un territorio, che voleva mettere le ali e prendere il volo.
Entusiasta del risultato, chiese a Norcia di ingrandire la scultura, in modo che potesse essere esposta permanentemente al pubblico, e diventare il simbolo artistico della Capitanata. L’opera fu inizialmente posta a Palazzo Dogana, al centro del cortile, per essere successivamente trasferita nell’androne della nuova sede della Provincia.
Quella scelta addolorò Mimmo (e lo capisco) in quanto lo spazio a disposizione nel palazzo di via Telesforo è piuttosto ristretto, e non consente di ammirare l’opera in tutta la sua elegante potenza. Ma la Capitanata con le braccia levate verso il futuro, anche in quel posto non del tutto idoneo riesce ad esprimere tutta la sua straordinaria bellezza, a stabilire un rapporto profondo con l’architettura in cui è immersa, come dimostra la foto a fianco, che ho trovato nel sito di Norcia.
Palazzo Dogana ospitò per qualche giorno l’opera più celebre di Norcia: il Padre Pio immerso nel mare delle Isole Tremiti che è una delle statue sottomarine più grandi del mondo. Mimmo la progettò e la realizzò dopo un attentissimo studio sulla prospettiva. Diversamente da quanto accade di solito, una scultura che si trova sul fondale del mare viene guardata dall’alto, e non dal basso.
Nei pochi giorni in cui fu mostrata a Palazzo Dogana, oggetto di un incessante pellegrinaggio di appassionati, di fedeli e di cittadini, l’autore suggeriva di salire al primo piano, per poterla guardare nella stessa prospettiva in cui l’avrebbero vista i sub. Era così bella che qualcuno pensò di organizzare un comitato per farla restare permanentemente lì.
Scultore prolifico e versatile, conosciuto in tutta Italia ed  Europa (è autore di uno stupenda statua di Giovanni Paolo II, commissionatagli dal Vaticano), Mimmo avrebbe meritato dalla sua terra una considerazione maggiore di quanta non abbia avuto. Ogni tanto se la prendeva per questo, ma poi ci rideva sopra, con quel suo sorriso tenero e solare, che allargava il cuore alla speranza.
È stato veramente un cittadino della nostra terra, a tutto tondo. Era nato a Panni, dove tornava frequentemente e dove ha curato alcuni restauri importanti. La sua cittadina d’adozione era però Vieste, dove amava trascorrere la stagione estiva gironzolando a bordo della sua barca.
Tra le cose che avremmo dovuto fare insieme c’era una grigliata di pesce nella sua casa viestana. Ho sempre rimandato, e mi sento in colpa. Resteranno le sue opere a tenermi compagnia, e il ricordo indelebile del suo sorriso.
Addio, Mimmo.
Geppe Inserra
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