martedì 19 settembre 2017

Foggia e la Capitanata si specchiano nel film di Luciano Emmer

Che bella serata ieri a Parcocittà. All'insegna della bellezza e della nostalgia. In una sala attenta e gremita, abbiamo rivisto ventun'anni dopo la sua prima proiezione, Foggia non dirle mai addio, il travelogue che Luciano Emmer girò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, allora guidata da Antonio Pellegrino.
Ho presentato decine di volte il docufilm di Emmer, maestro del cinema italiano e protagonista non secondario della grande stagione neorealista, ma ogni volta ne rimango conquistato, e scopro nuove suggestioni, trovo nuove emozioni.
Prima della proiezione di ieri sera, che ho avuto il piacere di presentare, ho chiesto agli spettatori presenti quanti non avessero mai visto il film. Con mia sorpresa, erano la stragrande maggioranza.
Ventun'anni sono tanti. E sono tantissimi i giovani che non hanno (ancora) potuto vederlo.
Questo piccolo capolavoro andrebbe riscoperto, fatto girare nelle scuole, riproposto alle giovani generazioni come provocazione, come lancinante invito a scoprire una Capitanata diversa dagli stereotipi. Una terra che potrebbe trovare proprio nella bellezza - svelata da Emmer nel suo viaggio che non è spaziale o geografico, ma piuttosto un viaggio sentimentale, dell'anima - la chiave di volta del suo futuro.
Partendo dalle note e dalle liriche della canzone Foggia di Eugenio Bennato (Foggia è chella che è passata, e che ancora ha da venire), Emmer indica nel rapporto tra Foggia e la Capitanata, e tra la Capitanata a Foggia, la vera, profonda identità della nostra terra, di cui indica i simboli solo in apparenza lontani tra di loro: Federico II e i terrazzani di Borgo Croci.
La bellezza che diventa scommessa di futuro viene raccontata attraverso le diverse fasi della produzione dei fiori secchi di Sannicandro Garganico, autentici capolavori di artigiano che traggono la loro origine da un prodotto povero della terra garganica, i fiori spontanei, per trasformarli in un tripudio di colori e di forme, di rara bellezza.
La fine della Provincia istituzione rende molto più difficile mantenere l'equilibrio, già tradizionalmente e storicamente precario, tra Foggia e il resto del territorio dauno, e tra questo e il capoluogo.
Ventun'anni dopo, con la stessa intensità, Luciano Emmer ci invita a ripartire da qui.
Geppe Inserra
P.S.: Lettere Meridiane è disponibile a ripetere la proiezione in altri contesti, a Foggia e in provincia. Per proposte, idee, richieste, suggerimenti scrivete in mail.


lunedì 18 settembre 2017

Quando a Foggia la sosta sul corso era vietata. Ma ai pedoni.

È proprio vero che le antiche foto raccontano un’epoca. Quelle di oggi, colorizzate con l’algoritmo di intelligenza artificiale che gli amici e i lettori di Lettere Meridiane hanno imparato ad apprezzare, riguardano entrambe il cuore pulsante di Foggia: corso Vittorio Emanuele, ripreso da due punti di vista diversi: l’inizio, che coincide con l’attuale isola pedonale, all’incrocio con piazza Giordano e Corso Cairoli, e il tratto centrale, all’incrocio con Corso Garibaldi e piazza Oberdan, dove campeggiano i primi grandi magazzini aperti a Foggia, e cioè la Standa.
Le due foto sono state scattate a pochi anni di distanza l’una dall’altra. La più antica è quella che mostra l’inizio del corso, e risale agli anni Quaranta. La seconda fa vedere, invece, com’era Foggia negli anni Cinquanta.
Nell’una e nell’altra immagine, il corso sembra particolarmente affollato e vissuto. Si intravedono bar con tavolini, l’atmosfera complessiva è quella di una città non diciamo opulenta, ma non povera, capace di gustarsi la vita e di ritrovarsi in strada e in piazza.
Le automobili circolanti erano ancora poche, come pure le biciclette, a conferma del fatto che la popolazione foggiana non ama le due ruote, nonostante la città offra un habitat ideale per i ciclisti, essendo completamente pianeggiante.
Invece i pedoni erano tantissimi. E lo struscio per il corso doveva venire praticato con una certa lentezza, al punto tale da indurre le amministrazioni comunali dell’epoca ad adottare un provvedimento a dir poco curioso, che a distanza di decenni fa sorridere.
Se guardate bene la foto della Standa notate a sinistra un cartello che vieta la sosta ai pedoni. (È evidenziato con un cerchio rosso, per vederlo bene scaricate la foto in hd, come spiegato alla fine del post)
In realtà la misura aveva una sua ratio. Piazza Oberdan era in quegli anni una sorta di ufficio di collocamento plein air. I braccianti in cerca di lavoro per il giorno dopo, vi si recavano e sostavano in attesa di qualcuno che li ingaggiasse, il che doveva creare una certa confusione e più di un ingorgo... pedonale.
Era, in ogni caso, una città del tutto a misura d’uomo. Molto diversa da quella caotica di oggi. Non lo pensate anche voi?
La procedura di colorizzazione è stata attuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Il primo "Viaggio nel Sud" della Rai partì da Manfredonia

“Finché non potremo mangiare, vestirci, divertirci, consumando la stessa quantità di beni al Nord e al Sud, il ciclo del Risorgimento non si potrà considerarsi compiuto, né l’Italia potrà considerarsi unificata ed equilibrata di fronte alle esigenze dell’economia e del progresso internazionale”. Parole sante, e purtroppo dimenticate. A pronunciarle era la televisione pubblica, quando faceva ancora il suo mestiere, e non era ancora diventata una fabbrica di intrattenimento di bassa lega.
Siamo nel 1958, anno in cui la Rai varò una trasmissione intitolata “Viaggio nel Sud”, che raccontava la vita nelle regioni e nei paesi del meridione.
Come viene spiegato nella puntata introduttiva, “una parte dell’Italia meridionale, a causa di infelici vicende storiche è rimasta isolata, ferma in una continuazione del medioevo che si è protratta fino a un secolo fa, e questo triste destino, non ha sminuito né la forza né l’ingegno delle popolazioni ma ne ha invece ritardato di molto la rinascita.”
La tesi dell'endemico ritardo economico e tecnologico del Sud ereditato dall'Italia unificata è opinabile (i Borbone costruirono Napoli la prima ferrovia) ma rende perfettamente l’atmosfera culturale che si respirava nel Paese alla vigilia del boom economico, e la visione che il Paese aveva allora della cosiddetta questione meridionale.
La prima tappa del “Viaggio nel Sud” ebbe luogo in Capitanata, a Manfredonia, e non si trattò di una scelta casuale, perché i governi del secolo scorso avevano concentrato nell’area sipontina, scommettendo sul suo sviluppo: dalla bonifica delle paludi, alla riforma agraria, e successivamente alla industrializzazione sostenuta dalle partecipazioni statali.
La maggior parte del documentario è ambientata nella fattoria modello di Macchiarotonda, dove gli sforzi congiunti della Cassa per il Mezzogiorno e dell’Ente Riforma Fondiaria avevano innescato un rilevante processo di ammodernamento sia delle tecniche di coltivazione dei campi e di allevamento del bestiame, sia del lavoro.
È impressionante ascoltare il responsabile dell’azienda che parla di superamento del lavoro precario e stagionale, mentre il conduttore tesse gli elogi della profonda trasformazione che Manfredonia e il Gargano andavano conoscendo, proprio grazie alla crescita occupazionale.
Pino Locchi e Arnoldo Foa, curatori e conduttori della trasmissione, intervistano diverse donne  durante la vendemmia chiedendo dei loro progetti matrimoniali e non. E poi l’ allevamento delle vacche, le interviste ai pastori che non fanno più la transumanza, e alle donne e agli uomini che lavorano in azienda: la vita quotidiana, i pasti, la sera davanti alla televisione. La giornata di vacanza di un salariato che torna a riposare a Manfredonia, che viene letteralmente definita una “cittadina in rinascita”. L’uomo racconta la sua vita e presenta la sua famiglia.

domenica 17 settembre 2017

Fuggire da Foggia? No. Non dirle mai addio.

Fuggire da Foggia, come recita l’antico, antipatico adagio? No. Perché a Foggia non si deve mai dire addio. Me lo ha insegnato, ventuno anni fa, un caro amico, un grande uomo di cinema che foggiano non era, ma amava Foggia, che aveva eletto a sua città d’adozione: Luciano Emmer, maestro del cinema italiano, capofila di alcun generi che hanno fatto scuola (come il cinema che parla di scuola o quello ambientato sulle spiagge estive), padre dei Caroselli televisivi.
Il rapporto intenso tra Emmer e Foggia venne suggellato da un film che domani sera verrà riproposto, in occasione del ventunesimo anniversario della realizzazione, nell’ambito delle manifestazioni di Settembre al Parco, da Parcocittà in collaborazione con il nostro blog, Lettere Meridiane.
Il docufilm di Luciano Emmer è intitolato appunto, Foggia non dirle mai addio: il grande regista neorealista lo realizzò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, guidata da quel grande presidente che è stato Antonio Pellegrino.
La proiezione si svolgerà domani, lunedì 18 settembre, con inizio alle ore 20.00, a Parco San Felice.

Bombardamenti, perché si deve dare un nome alle vittime (di Maurizio De Tullio)

Maurizio De Tullio mi ha fatto pervenire un prezioso contributo, nel quale riflette su diversi temi trattati nelle ultime settimane da Lettere Meridiane. Tra le altre cose, l'articolo risponde alle considerazioni che avevo svolto su quello che ho definito riduzionismo, atteggiamento che caratterizza alcuni strati della opinione pubblica foggiana a sminuire la portata di eventi epocali, come i bombardamenti.
Le riflessioni di Maurizio sono ampie, articolate, e per larghissima parte condivisibili. Meritano una risposta articolata ed approfondita, che mi riservo di fornire nei prossimi giorni, con una lettera meridiana ad hoc. Solo una battuta sulle considerazioni finali, in cui De Tullio scrive:
Credo occorra combattere gli stupidi che a Foggia, e sui Social locali, crescono e si moltiplicano in quantità industriale! Solo per aver espresso opinione contraria (e motivata) al progetto di ricostruzione del Palazzo di Federico II e per aver contestato la bontà artistica di un monumento a ricordo delle vittime del ’43 (ma che desidero fortemente che si realizzi) ho ricevuto insulti che confermano l’eccellente qualità della stupidità umana. Non sembra, ma è questa la partita più difficile da combattere in una città come Foggia.

Beh Maurizio, a me è toccata la stessa sorte, anche se dal campo avverso: per aver promosso l'idea della ricostruzione del Palazzo sono stato vilipeso, offeso, e non certo dagli stupidi e dagli ultras del web. Ma anche di questo avrò modo di parlare... (g.i.)

* * *

Proposte contro il ‘Riduzionismo’ (a cominciare dal mio impegno per il monumento alle vittime del ’43)

Le vie del ‘Riduzionismo’ devono essere proprio infinite. Naturalmente uso il termine un po’ per parafrasare e un po’ per stare nel ragionamento di Inserra.
Sì, è vero: dovremmo cominciare dal risarcimento della memoria, per cui da un lato è sacrosanta la realizzazione del ‘Monumento alle Vittime del 1943’, per il quale Alberto Mangano e pochi altri si sono alacremente spesi, ma dall’altro è ancor più sacrosanto il debito che da 74 anni ci portiamo dietro nel non aver ancora dato un nome a quelle vittime.

sabato 16 settembre 2017

Vivere da cani? Può essere bello, se succede al Trabucco di Mimì

Uno storytelling garbato, divertente, intelligente quello che Gianpier Clima manda on line con il suo cortometraggio Trabucco vita Tracani (grazie a Teresa Maria Rauzino per la segnalazione). Per la serie: vivere da cani non è il massimo che puoi aspettarti dalla vita, ma se devi farlo al Trabucco da Mimì, leggendaria location peschiciana, non è poi così male, tra belle turiste in minigonna e bocconcini prelibati che ti passano i forestieri perché, come si ricorda nel film, dagli Ottaviano, proprietari del ristorante, “i cani sono e saranno sempre trattati da Signori Cani"...
Il cortometraggio racconta, attraversando l'intero arco delle 24 ore, dalla notte alla notte successiva, gli accadimenti di una classica giornata estiva al trabucco; il tutto visto da e con gli occhi di una triade di tipici cani "pumetti" peschiciani, Lola, Scheggia e Scotty : bassi, tarchiati, bruttini, indolenti, pigri e in definitiva simpatici (le voci sono di Katia Sciotti e Fausta Mastromatteo).
Cani, che come narra la voce fuori campo di Rambo (progenitore degli attuali quadrupedi, interpretato da Sergio De Nicola) hanno un dono particolare: parlano e lo fanno in peschiciano.
La giornata canina si consuma nella estenuante e indefessa ricerca di cibo, lavoro duro quanto quello degli umani, la cui fatica e la cui stanchezza ha nel cortometraggio il volto suggestivo e la voce di Peppino Delli Guanti.
Le musiche sono di Casadidadi (David Treggiari).
Potete vedere Trabucco vita Tracani qui sotto. Amatelo, condividetelo.

venerdì 15 settembre 2017

Parte da Monte Sant'Angelo il rilancio dell'ecologia sociale

Camminare sul crinale d’una montagna è sicuramente pericoloso, se non sei un alpinista, però ti fa godere d’uno sguardo privilegiato: guardi dall’alto, che più in alto non si può, e a destra e a sinistra, sopra e sotto. Allo stesso modo, vivere border line, a stretto contatto con il disagio, è certamente scomodo e duro, però può allargarti la mente, svelandoti che il disagio certe volte può offrire - tanto a chi ne è vittima, quanto a chi si sforza di curarlo - preziose opportunità di cambiamento.
Può accadere così che ritrovarsi in gruppo per fare in modo che persone colpite dall’alcolismo non bevano più, o per aiutare individui che soffrono di problemi psichici, si trasformi in qualcosa d’altro e più ampio: un sentirsi e fare comunità che aiuta tutti a vivere meglio, a migliorare la qualità della vita individuale e del gruppo. Ad essere stimolo di cambiamento e di crescita per l'intera collettività.
Questo approccio accomuna due delle strategie terapeutiche più innovative e rivoluzionarie: l’ecologia sociale ideata dal neurologo slavo Vladimir Hudolin e le Parole Ritrovate, movimento nato in Italia, non casualmente a Trento, patria della psichiatria democratica e alternativa di Franco Basaglia.
Se al centro dell’approccio ecologico sociale di Hudolin c’è la comunità, la metodologia delle Parole Ritrovate punta sul “darsi convegno” assieme, utenti, familiari, operatori, amministratori, cittadini non solo per dare la parola a chi non l’ha sinora avuta, ma piuttosto per ritrovare assieme le parole.
Caratteristica comune di entrambi i metodi è l’approccio di comunità, che mette al centro la persona e i suoi contesti di vita, e nello stesso tempo coinvolge assieme i curanti e i curati, miscelando con perizia il sapere professionale e scientifico ed il sapere esperienziale, in modo da tenere in considerazione i bisogni e le necessità individuali e nel contempo promuovere ed utilizzare le risorse personali e collettive.
Da oggi fino  a domenica, a Monte San’Angelo si ragiona di tutto questo per confrontarsi, chiarirsi le idee, tratteggiare percorsi comuni nell’obiettivo di consolidare il movimento nato attorno alla metodologia di Hudolin.
L’intensa tre giorni monotematica è promossa dall’Arcat regionale pugliese e dall’Apcat della provincia di Foggia (le associazioni dei Club Alcolisti in Trattamento che si richiamano ad Hudolin) in collaborazione con il Centro di Salute Mentale di Manfredonia, il Comune di Monte Sant'Angelo, l’Associazione Genoveffa De Troia di Monte Sant’Angelo, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia, l’Associazione Psychè di Manfredonia, il Centro Salute Mentale di Trento, la sezione Apulo-Lucana della Società Italiana di Alcologia, il Corso di Laurea in Scienze del  Servizio Sociale dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano il Centro di Pedagogia delle Scienze della Salute dell’Università di Foggia. Tema del convegno: L’Approccio Sistemico al “Fareassieme”, Tre passi verso l’Ecologia Sociale (metodo Hudolin).
È bello e significativo che l’intensa tre giorni monotematica si celebri sotto lo sguardo vigile dell’Arcangelo Michele. A Monte Sant’Angelo, capitale culturale e storica del Gargano, luogo in cui - come si legge nella brochure che presenta l’iniziativa -  "gli Angeli non esitavano, ma avevano dimora, vi abitavano, si ritempravano tra una impresa e l’altra tra la fine di un accompagnamento e l’inizio di un rinnovato prendersi cura.”
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