martedì 21 novembre 2017

Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato (di Maurizio De Tullio)

Come avevo annunciato ai lettori di LM, mi ero promesso di approfondire i motivi per cui il progetto del monumento per le vittime civili dei bombardamenti su Foggia del 1943, comprensivo di posa in opera, si sia arenato ormai da quasi un anno. Un anno a distanza del quale sembrava tutto pronto: plastico dell’opera, progetto approvato dal Comune, location individuata, possibili finanziamenti individuati.
E allora – si chiederanno da lassù le anime delle migliaia di vittime innocenti cui quel monumento è stato dedicato –, quali ostacoli si sarebbero frapposti? Onestamente faccio fatica a individuarli, soprattutto dopo l’intervista che mi ha concesso qualche giorno fa il Sindaco di Foggia, Franco Landella, perché il livello del confronto dialettico è davvero poco esaltante.
La domanda che ho posto è stata semplice: “Signor Sindaco, a che punto siamo con la realizzazione dell’opera?”. E il primo cittadino ha evitato di dare numeri o date perché, a suo dire, è il “Comitato” – presieduto dal 2012 da Alberto Mangano – che in questa fase doveva agire e invece perderebbe tempo, non marciando con la stessa tempistica landelliana. 
Aspettavo da tempo dal ‘Comitato’ i dati che permettessero alla nostra struttura tecnica di operare di conseguenza, visto che l’area gliela abbiamo individuata e concessa da parecchio tempo. Il bozzetto è stato approvato ma solo in linea di massima perché aspettiamo dal Prof. Biasci (docente pisano presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia e progettista dell’opera – ndr) una relazione dettagliata per consentire una quantificazione esatta del computo metrico, con il calcolo del cemento e degli altri manufatti. Fatto questo passo, potremmo poi passare ad una richiesta di sponsorizzazione a più soggetti. Ad oggi il Prof. Biasci – e sono passate diverse settimane – non mi ha fatto pervenire nulla!”.

Giuseppe Vaccariello e don Tonino Intiso, storie e incroci di sport e solidarietà

Trent’anni di attività. Generazioni di giovani calciatori forgiati in quella che è scuola di calcio più longeva e più radicata a Foggia. Cresciuti nei campi di periferia e poi finiti a tirare calci al pallone su quelli che contano, come Cristian Agnelli, l’attuale capitano rossonero. Ma tutti, campioni e non, educati ad essere sportivi veri, persone oneste, rispettose del prossimo, e ad amare la città.
Giuseppe Vaccariello festeggia i suoi primi trent’anni di insegnante e tecnico del pallone. Allenatore di calcio laureato in quel di Coverciano, il mister opera sul campo della parrocchia di Sant’Antonio, in via Sbano, dove il suo sodalizio, il Foggia Football Club, gestisce una scuola calcio tra le più apprezzate e frequentate della città.
L’esordio di Vaccariello tra i prof. del calcio, datato appunto trent’anni fa, è legato ad una delle pagine più belle ed intense della storia di Foggia solidale. Ebbe luogo sul campetto della parrocchia del SS.Salvatore, in via Napoli, che allora non c’era ancora.
La direzione della Parrocchia era stata da poco assunta da don Tonino Intiso, coadiuvato da don Bruno Bassetto, quale viceparroco. A San Salvatore don Tonino aveva avviato, assieme ad Ersilia Crisci, una delle più avanzate esperienze pedagogiche che siano mai state realizzate nel capoluogo dauno: La Casetta, una scuola materna ed elementare, fondata sulla valorizzazione della creatività individuale dei bambini che la frequentavano e, in armonia con lo spirito conciliare dei tempi, sul costante coinvolgimento dei genitori e delle famiglie, che in buona sostanza cogestivano la struttura. La retta non era prefissata, ma era determinata sulla base delle disponibilità economiche dei nuclei familiari che iscrivevano i propri bambini.
La realizzazione del campo di calcio e l’apertura della scuola calcio furono la logica conseguenza di questo progetto. Non solo una scuola dove s’insegnasse a tirare calci al pallone, ma qualcosa di più: un momento di crescita della persona e della comunità, all’interno della comunità parrocchiale. “Don Tonino mi ha insegnato tanto, e devo a lui se questi valori me li porto ancora dentro”, ricorda commosso Giuseppe Vaccariello.
Ma per fare la scuola, occorreva prima di tutto fare il campetto, opera per la quale si spese moltissimo don Bruno Bassetto. E così, dopo qualche mese, ecco il campo, ecco la scuola calcio, ecco i primi tornei, il tutto promosso, organizzato, e mandato avanti da Vaccariello, “con la fondamentale collaborazione - annota il mister - di Tonino Russo”, altro pezzo da novanta del mondo del calcio di periferia a Foggia.

lunedì 20 novembre 2017

Parco San Felice, da simbolo di degrado a speranza di futuro

Nello scorso week end, Parcocittà ha spento la sua prima candelina. Dodici mesi soltanto, ma sembrano esserne passati molti di più, tanto la struttura si è radicata nel tessuto sociale, civile e culturale del quartiere, della città.
Solo qualche anno fa, Parco San Felice era assurto a simbolo dell'endemico degrado della periferia foggiana: il centro sociale sorto nell'ambito del piano Urban completamente vandalizzato, gli spazi verdi e il parco giochi sporchi. L'impressione prevalente era quella dell'abbandono, di un destino segnato.
Grazie a Parcocittà, Parco San Felice è tornato ad essere nuovamente un attrattore, e non solo per una salutare passeggiata o per godere un po' d'aria fresca quando incombe la calura. Il centro sociale, recuperato e riqualificato, con l'annesso anfiteatro, è divenuto il principale aggregatore di iniziative culturali della città: convegni, concerti, proiezioni, mostre, infittiscono e impreziosiscono un cartellone di qualità.
Da simbolo di degrado, a biglietto da visita, fiore all'occhiello di una città che non s'arrende, che vuole ritrovarsi e partecipare.

Quell'eroe sconosciuto della guerra a Foggia

Quanti atti di eroismo si sono consumati in silenzio, lontano dal clamore della cronaca e dalla ribalta della storia nella tragica estate del 1943? Mi fa specie pensare che Foggia sia riuscita nella impresa di dividersi per decenni sul numero esatto delle vittime dei bombardamenti, ma non sia stata in grado di inscrivere nella sua memoria collettiva le tante e tante belle storie che hanno punteggiato quei giorni drammatici, e che corrono il rischio dell'oblio.
Come quella che potete leggere in questa lettera meridiana, in cui mi sono imbattuto spulciando le annate di Avanti Daunia, l'organo della Federazione socialista di Capitanata.
La raccontò sul numero zero del giornale, in edicola il 3 marzo del 1945, firmandosi con lo pseudonimo Cierre, Carlo Ruggiero, che era anche il direttore.
L'articolo è prezioso perché dà conto di pagina oscura e mai sufficientemente portata alla luce del 1943 a Foggia: la feroce rappresaglia nazista che si abbatté sulla città all'indomani dell'armistizio. Come se non fossero bastati i raid aerei degli Alleati, prima di ritirarsi da Foggia, i tedeschi operarono un autentico saccheggio, terrorizzando e mettendo ancora di più in ginocchio la popolazione, decimata e prostrata dalle bombe alleate.
In questo contesto, si consumò un grande atto di coraggio e di onore, ad opera di un ufficiale dell'esercito italiano. Ruggiero, che riferisce la vicenda così come tramandata dalla memoria dei foggiani, parla di un anonimo generale, ma è difficile si trattasse di un militare di così alto rango. È lo stesso autore dell'articolo a precisare che il protagonista comandava il "piccolo" presidio militare rimasto a Foggia, a rappresentare un esercito che era ormai allo sbando.
Che fosse generale o un semplice caporale, resta la straordinaria nobiltà del gesto, il suo grande valore morale e patriottico.
Non voglio anticiparvelo. Vi dico solo che quando ho letto l'articolo, molto ben scritto e coinvolgente, mi si è accapponata la pelle e mi sono venute le lacrime agli occhi. Così ho pensato - come mi piace fare con tutte le cose belle con cui vengo a contatto - di condividerlo con i miei amici e lettori di Lettere Meridiane. Leggetelo, condividetelo, riflettete. E non dimenticate.
* * *
GENERALI
Quando scoppiò l’armistizio, una banda di tedeschi si avventò sulle strade di Foggia.
Le strade erano deserte, ingombre di macerie e di relitti, ancora sparse di cadaveri.
I tedeschi irruppero nella città ed istintivamente fedeli alle tradizioni dei loro remoti progenitori e compiutamente esperti nella scienza della distruzione, incominciarono la demolizione oculata e razionale, fatta scientificamente, secondo i canoni diligentemente appresi nelle loro scuole di istruzione militare.
Dettero il guasto alle case ed agli edifici pubblici. Spezzarono frantumarono fracassarono. Inaridirono profondamente ogni sorgente di vita, le rovine, nere, fumarono nei cieli senza voce. Le case erano disfatte; dagli squarci enormi mostrarono le cose più care agli uomini: una culla, i vestiti di lavoro, il corredo della ragazza. La città era conclusa in un cerchio di silenzio invalicabile.

domenica 19 novembre 2017

Baricentrismo e colonialismo regionale hanno impoverito Foggia e la Capitanata (di Vincenzo Concilio)

In un commento all'articolo sull'ennesimo episodio di disimpegno di Trenitalia da Foggia (la chiusura del cosiddetto Impianti Equipaggi), scrivevo che questa volta non si possono addossare responsabilità alla geopolitica e al "baricentrismo" che tante volte hanno penalizzato il capoluogo dauno, ma che il movente va piuttosto ricercato nelle filosofie aziendali di Trenitalia. Resto della mia opinione, ma è innegabile che il contributo di Vincenzo Concilio che segue, pur sostenendo un'altra tesi, contenga seri e condivisibili elementi di riflessione.
Non credo che il processo di accentramento nel capoluogo regionale di uffici, funzioni, infrastrutture nevralgiche per lo sviluppo possa essere interpretato con gli schemi di quel fenomeno della Storia comunemente identificato come Colonialismo. Ma non c'è dubbio che, dalla istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme della Regione, favorendo il centro. Non è un caso che il malpancismo pugliese tocchi tanto il Salento (meno colpito rispetto alla Puglia settentrionale, avendo avuto la fortuna e la capacità di esprimere presidenti dei governi regionali) quanto la Capitanata (che non riesce ad essere unitarie neanche sul piano dell'analisi).
Leggetelo, condividetelo, ma soprattutto commentatelo, ed esprimete la vostra opinione. (g.i.)
* * *
La geopolitica ed il baricentrismo non c'entrano nulla?
Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto?
Trenitalia considera i suoi utenti numeri che devono generale profitti?
Tutto ha una sua forza peso e tutto ha una sua storia...
Globalizzazione è un termine adoperato a partire dagli anni '90 del Novecento, per indicare "un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo".
Nella sua accezione pragmatica,  " la globalizzazione  può esercitare effetti positivi sull’economia mondiale ; in particolare, la liberalizzazione e la crescita degli scambi commerciali e finanziari potrebbero stimolare un afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali e favorire una tendenziale riduzione del divario economico fra aree sviluppate ed in via di sviluppo" e questo varrebbe anche all'interno di uno stesso paese.
Ora, la storia della colonizzazione viene temporalmente prima di quella della globalizzazione che in se stessa potrebbe ancora significare o liberalizzazione o neocolonialismo.

sabato 18 novembre 2017

Ricostruzione del palazzo regale di Federico II, la disponibilità di Tresoldi

Prende corpo e mette le ali il sogno di ridare vita al palazzo regale che Federico II fece costruire a Foggia, affidando il progetto artistico ad Edoardo Tresoldi, autore della spettacolare ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto.
Interpellato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’artista ha manifestato la sua disponibilità a studiare l’idea, dichiarandosi onorato “dell’interesse spontaneo nato tra i foggiani…”
“Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci” puntualizza Tresoldi, dicendosi “molto legato a Manfredonia ed a tutta la Puglia.”
L’artista è molto rispettoso dell’identità dei luoghi e dei beni su cui opera: “La forza del lavoro della Basilica di Siponto - dice ancora nella mail inviata alla redazione foggiana del quotidiano regionale - era data dalla sua specificità, dal racconto che abbiamo potuto creare e sviluppare sulla storia del sito. Ultimamente sto ricevendo diverse proposte per ricostruire e re-interpretare edifici storici e siti archeologici da tutto il Mondo. Ne sono orgoglioso, ma allo stesso tempo consapevole dell'importanza che questi luoghi rivestono per l’identità e la storia delle comunità. Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci ed il paesaggio, arricchendolo ma rispettandone la sua identità.”
Una necessità, questa, condivisa dall’ampia ed attenta platea che qualche giorno fa ha partecipato al convegno promosso sull’argomento dall’associazione degli Amici del Museo. Il palazzo di Federico II, di cui sono purtroppo giunte fino a noi solo poche e sparute vestigia (l’arco d’ingresso e l’iscrizione, murate nel fianco laterale del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissute ai bombardamenti della tragica estate del ’43) costituisce un elemento fondamentale dell’identità e della storia di Foggia.
L’idea di valorizzarlo attraverso il recupero virtuale ed artistico del Palazzo imperiale era stata lanciata dal giornalista-scrittore Giovanni Cataleta e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione che ha raccolto oltre 1.600 firme. Il partecipatissimo convegno svoltosi al Museo Civico ha confermato la grande sensibilità ed attenzione della cittadinanza foggiana verso questo tema.
La disponibilità manifestata da Tresoldi costituisce un ulteriore passo in avanti in un cammino che si preannuncia complesso, ma affascinante. Il progetto potrebbe diventare un percorso condiviso, un laboratorio aperto, una sorta di work in progress sul quale coinvolgere istituzioni ed associazioni culturali, scuole, giovani.
Nella foto che illustra il post, il titolo e la fotografia dell’articolo pubblicato sulla prima pagina della Gazzetta di Capitanata di oggi.

venerdì 17 novembre 2017

La bella Foggia che non c'è più: la Caserma di Cavalleria

Proseguo la pubblicazione del ciclo di vecchi articoli usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nell'ambito della rubrica Foggia da salvare. Diversamente dall'oggetto del primo articolo di qualche giorno fa, il portale di San Martino della Cattedrale, questa volta il bene di cui parlo non si è salvato. Nemmeno un po'.
Quando scrissi nel 1981, della Caserma di Cavalleria che qualche studioso ha attribuito a Federico II, sopravvivevano alcuni archi, residue testimonianze dell'antico splendore. Oggi non restano neanche quelli: sono stati divorati dalle consuete attività di sostituzione edilizia.
Più o meno stessa fine aveva fatto un altro gioiello di cui parlo nell'articolo: il Palazzo della Pianara, che secondo qualcuno era collegato alla Caserma di Cavalleria da una galleria, nel sottosuolo.
Alcuni storici negano la possibilità di camminamenti sotterranei (mancherebbe l'aria), però durante i lavori di sistemazione dell'omonimo piazzale Matteo Pazienza, che curava l'opera, si accorse dell'esistenza di un percorso sotto il piano stradale. Oggi sono in corso lavori di restauro, a cura di Luigi Colapietro, massimo esperto degli ipogei foggiani.
A fianco, nello scatto di Antonio Pipino, gli archi della Caserma di Cavalleria, come si presentavano nel 1981. La foto che apre il post è tratta invece dal libro Foggia Imperiale di Benedetto Biagi, ed è stata colorizzata con tecniche di intelligenza artificiale avanzata. Trovate qui l'intera collezione delle foto, originali in bianco e nero, e colorizzate, dell'interessante volume. Qui potete invece scaricare l'articolo originale comparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
* * *
FOGGIA DA SALVARE / Fu colpita durante l’ultima guerra

Restano solo due archi della caserma di Federico

Forse da essa partirono i soldati che repressero nel sangue, nel 1895, i moti del pane

FOGGIA — Due archi, stancamente addossati a un moderno palazzo, in mezzo a lamiere e rifiuti. Questo è tutto quanto rimane della “caserma di cavalleria di Federico II”, in vico Cappuccini.
Che a edificarla sia stato proprio l'imperatore svevo è cosa non certa: sicura, però, è la sua origine medievale, che ne faceva un edificio importante per una città priva di tracce medievali, qual è Foggia. A determinarne il progressivo degrado fu, più che il tempo, l'incuria degli uomini.
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