mercoledì 12 settembre 2018

Ischitella e il suo mondo feudale (di Michele Eugenio Di Carlo)

La torre di Varano
Il mondo feudale di Ischitella ricostruito attraverso le famiglie i cui cognomi si sono mai estinte. Questo il tema al centro del libro di Giuseppe Laganella “La storia di Ischitella dalle origini alla fine del ‘600 attraverso i cognomi estinti” e della interessante serata in cui l'opera è stata presentata. I lavori sono stati moderati dai giornalisti Michela Mariella e Giuseppe Saldutto, relatori l’europarlamentare Barbara Matera e Michele Eugenio Di Carlo, che hanno parlato alla presenza del sindaco Carlo Guerra e dell’assessore alla cultura.
Pubblichiamo, di seguito, la qualificata relazione dello storico e saggista Michele Eugenio Di Carlo, che riesce mirabilmente a dar conto dello "spirito dell'epoca".
* * *
Ischitella [1], come Devia, Vico e Peschici, molto probabilmente venne fondata nel X secolo da Slavi che, prima imperversanti per saccheggi e razzie lungo le coste del nord Gargano,  nell'anno 970 furono chiamati da papa Giovanni XIV a respingere i Saraceni, mentre Longobardi e Bizantini si contendevano altre aree garganiche.
Lo studioso Giuseppe Di Perna [2] imputa alla bolla “Iustis Petitionibus” di papa Stefano IX, datata 1053, la prima testimonianza dell'insediamento di Ischitella.
Il feudo d'Ischitella segue un percorso storico particolare, in quanto per tutta l'epoca normanna e sveva fa parte della contea di Caserta per poi finire come sub-feudo dell' “Honor Montis Sanctis Angeli”.

Seguendo un ordine cronologico, al fine di ricostruire la storia del feudo di Ischitella, Pasquale Corsi, già presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, prende in somma considerazione la monografia di padre Ciro Cannarozzi [3], dove sono rinvenibili rilevanti testimonianze estratte dall'Archivio di Stato di Napoli, prima che i documenti attinenti fossero distrutti durante la seconda guerra mondiale. Dall'ampia documentazione studiata, Corsi rileva in un atto notarile rogato a Vieste nel 1153, l'esistenza di un Gionata, qualificatosi come “signore di Ischitella” e probabile esponente di un ramo marginale dell'aristocrazia normanna; invece, nell' “Historia” di Huillard-Brebolles Corsi ravvisa, in un privilegio di Federico II del 1225, la presenza di un non meglio precisato Paolo, “dominus” dell'insediamento fortificato di Ischitella, mentre nel “Catalogus baronum”, curato dal Cuozzo, annovera come signora di Ischitella la famosa – perché celebrata nei teatri del Novecento – “Syfridina”, contessa di Caserta [4].
La locandina dell'evento
In epoca angioina l'insediamento di Ischitella passa in successione nel possesso degli Isardo, dei De Cunio, degli Ianvilla, dei Dentice.
All'atto del passaggio, dalla dominazione angioina a quella aragonese, i Dentice – pur rimasti fedeli ai francesi – con Giovanni riescono a riottenere il feudo di Ischitella. Morto Giovanni nel 1480, il feudo per successione finisce nel possesso della figlia Adriana che, sposando Giovanni De' Sangro nel 1497, lega indissolubilmente la terra di Ischitella alla tanto decantata famiglia nobiliare [5].
Sul finire del Cinquecento, il feudo di Ischitella passa nel possesso dei Turbolo, avendolo Berardino nel 1572 acquistato con Varano dal figlio di Adriana, Ferrante di Sangro. I Turbolo pretendono dai cittadini il pagamento di ossequiosi balzelli e di odiose “corvèes” al fine di poter continuare ad esercitare alcuni degli ordinari usi civici. La manifesta usurpazione di diritti esercitati “ab antiquo” dalla popolazione si risolve con un capitolato [6] del 1593, rinvenuto dal ricercatore Giuseppe Laganella, nel quale il barone dovette cedere i diritti pretesi, anche se abbondantemente risarcito dall'Università. Nel 1622 i Turbolo comprano anche il marchesato di Peschici [7].
Dalle “Biografie Ischitellane” di padre Ciro Cannarozzi [8] , la studiosa garganica Teresa Maria Rauzino, coglie la notizia della presa di possesso, nel 1674, delle terre di Ischitella, da parte dei Pinto y Mendoza, i quali le possederanno fino alle leggi di eversione della feudalità del 1806. 
Acquisiamo da Tommaso Nardella che i Pinto, «già possessori, unitamente agli Spinelli, di Rodi […] presero con Emanuele, ministro borbonico, il titolo di principi di Ischitella, titolo che fu poi trasmesso ai Vargas Maciucca, feudatari anche di Carpino… » [9].
Relatori: da sin. Michele Eugenio Di Carlo, Barbara Matera,
Tonino Trombetta, Laganella Giuseppe, Carlo Guerra
La famiglia Pinto, originaria del Portogallo e proveniente dalla Spagna, era sbarcata a Napoli con Don Louise negli anni della grande persecuzione che la Santa Inquisizione spagnola aveva operato nei confronti degli ebrei convertiti al cristianesimo: quei “conversos”, non a torto, sospettati di continuare a praticare riservatamente i riti di antica tradizione giudaica.  Il nipote del capostipite Don Louise, il principe Luigi, figlio di Emanuele, secondo le ricerche di Laganella [10], si era trasferito nel castello di Ischitella nel 1691. La morte prematura nel nobile Luigi consegna il feudo nelle mani del giovanissimo Francesco Emanuele, singolare figura di “dominus” che, seppur molto attivo nelle pretestuose e presuntuose richieste di natura feudale, risulta possibile annoverare nella povera ma qualificata schiera dei mecenati dell'epoca, in quanto restauratore dei castelli di Ischitella e di Peschici, ove fece costruire la Torre del Ponte, posta ancora oggi sopra la via di accesso al centro storico. Secondo la Rauzino, «Francesco Emanuele Pinto fu quindi un vero e proprio esteta. Oltre all'amore per l'arte ed il giardinaggio, è ricordato come raffinato collezionista di presepi […] Le cronache de “La Gazzetta di Napoli” citarono a più riprese, durante il periodo austriaco (1707–1734), la visita dei Viceré ai presepi napoletani ed è singolare apprendere che il più celebre presepe in città era quello di Emanuele Pinto, principe di Ischitella» [11].
Ultimata l'esperienza terrena di Emanuele nel 1767, fu il figlio Pasquale a portare lo scettro di un piccolo mondo feudale ormai al crepuscolo, visto le ormai imminenti leggi eversive della feudalità. Lo fece alla sua maniera, assecondando le propensioni caratteriali prepotenti: quelle di un principe altezzoso postosi su un piedistallo torreggiante e ricoperto d'oro, in un mondo di miseri ed emarginati. La Rauzino ci spiega la manifesta ostilità popolare, degenerata in aperta rivolta, come l'effetto della peculiare ed iniqua prassi di riscossione delle tasse. La scelta del principe di incamerare le tasse “a battaglione”, cioè a piacimento dello stesso, gravando le plebi rurali ed affrancando  sé stesso, comportò finanche le dimissioni del sindaco Visconti [12]. 
Michele Eugenio Di Carlo

[1]  Sul feudo di Ischitella vedi : AA.VV., Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari  (a cura di T.M. Rauzino e G. Laganella), Vasto, Ed. Cannarsa, 2003.
[2]  G. Di Perna, Il Gargano nell'alto Medioevo. La fondazione degli insediamenti di Varano e Ischitella, in AA.VV., Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari, cit., p. 23.
[3]  C. Cannarozzi, Ischitella, Candela, 1955.
[4]  Cfr. P. Corsi, Testimonianze su Ischitella e il suo territorio, in AA.VV., Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari, cit., p. 31.
[5]  Ivi, pp. 32-34.
[6]  Archivio di Stato di Lucera, Capitolato tra l' Università di Ischitella e i Baroni Turbolo 1593, Atti del notaio De Candio Gian Tommaso 1559-1609.
[7]  Cfr. T.M. Rauzino L' Università di Ischitella e i baroni Turbolo, in AA.VV., Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari, cit., pp. 59-61.
[8]  C. Cannarozzi, Biografie Ischitellane, Vicenza, Tipografia ed. Esca, 197, pp. 50-64.
[9] T. Nardella, Il Gargano nel Settecento: momenti e problemi di vita sociale ed economica tra abusi feudali e privilegi ecclesiastici, in Le Terre della Dogana: opere e saggi, a cura di Antonio Motta, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 2011. p. 738. 
[10]  G. Laganella, L'arrivo dei principi Pinto ad Ischitella, «Il Gargano Nuovo», 7 luglio 2001.
[11]  Cfr. T.M. Rauzino, I Pinto, principi di Ischitella e Peschici, in AA.VV., Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari, cit., pp. 85-95.
[12]  Cfr. Ivi, p. 97.



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