giovedì 26 aprile 2018

Perché il Subappennino è stato sconfitto

Ho partecipato qualche giorno fa ad un interessante incontro sulle royalties per il metano che la Regione non ha riconosciuto ai comuni dei Monti Dauni nei cui territori insistono i pozzi, per destinarli ad altri scopi e ad altri comuni.
L’iniziativa era stata organizzata da Rino Lamarucciola, già sindaco di Pietramontecorvino, nel cui teatro si sono svolti i lavori, davanti a un pubblico non numerosissimo, ma attento e partecipe.
È toccato a me introdurre l’argomento, e non ho potuto fare a meno di ricordare come la questione del metano, sia la madre di tutte le questioni che riguardano lo sviluppo non soltanto dell'area collinare interna, ma dell'intera Capitanata.
Ormai quasi cinquant’anni fa, il rinvenimento di enormi quantità di gas e la percezione del rischio che potesse venire utilizzato altrove, produssero uno dei movimenti di massa più intensi della storia civile della Capitanata, culminato con l'occupazione dei pozzi e con la storica marcia  del metano del 23 maggio del 1969. Trentamila persone scesero a Foggia dai paesi subappenninici, a piedi, per chiedere che il prezioso gas naturale scoperto nelle viscere dei Monti Dauni servisse ad alimentare industrie locali.
La protesta popolare pagò. Il metano del Subappennino finì nelle condotte che portavano a Taranto, ma da quella mobilitazione e da quel movimento prese le mosse l’industrializzazione della Capitanata. Arrivarono le partecipazioni statali, decollò quel modello di sviluppo che nel bene e nel male ha sorretto l’economia dauna fino alla fine del secolo scorso.
Durante l’interessante dibattito che si è sviluppato, uno degli intervenuti mi ha chiesto perché, diversamente da allora, oggi i Monti Dauni non riescono a far valere le loro ragioni, e vengono puntualmente penalizzati, quando non apertamente sbeffeggiati, come nel caso della delibera della giunta regionale che ha destinato le royalties incassate dalla Regione per i giacimenti metaniferi del Subappennino ad altre aree e per altri scopi.
Eppure la Puglia è in debito nei confronti dei Monti Dauni, e non solo per l’energia che producono (grazie al metano ma anche grazie all'energia eolico prodotta dalle torri che ne hanno deturpato il paesaggio), o per l’acqua dell’invaso di Occhito. Come ha opportunamente ricordato Lamarucciola, la Puglia continua a restare tra le regioni dell’obiettivo convergenza (che consente a tutte le province di intercettare i finanziamenti comunitari destinati alle aree più svantaggiate) grazie agli indicatori socio economici del Subappennino.
E allora? Perché cinquant’anni fa sì, e oggi no? Perché il Subappennino non riesce più a farsi sentire, a difendersi?
Ho trovato la risposta nella fotografia che illustra il post. Sulle prime sembrerebbe una delle tante che illustrarono la lotta per il metano nella primavera del 1969.
Ma osservatela con attenzione.
È il popolo che scende in piazza. È il popolo che dice la sua. È la voglia di partecipare, di determinare il corso degli eventi. È vero che a sorreggere quella entusiasmante pagina di civiltà fu la mobilitazione di partiti e sindacati, che allora venivano definiti organizzazioni di massa perché effettivamente riuscivano ad organizzare quelle che allora venivano definite, con parola bruttina ma sicuramente efficace, le masse.
La fotografia certifica che all'impegno di partiti e sindacati si accompagnò una spontanea, massiccia mobilitazione popolare: vediamo sotto i cartelli della gente di Deliceto non soltanto lavoratori, ma donne, mamme, nonne, ragazzi, bambini.
Questa splendida fotografia mostra un popolo che scende in piazza per costruire il suo futuro.
È questa la differenza sostanziale tra oggi ed allora. È questa la chiave di volta per capire la sconfitta dei Monti Dauni.
Mezzo secolo fa, interi paesi occuparono i pozzi, si riversarono nelle strade e nelle piazze per impedire lo scippo di quel gas che avrebbe aperto un capitolo nuovo per l'economia e per il lavoro.
In queste settimane, la dura presa di posizione dei sindaci dei Comuni danneggiati dalla scelta regionale ha provocato reazioni tiepide e distratte: qualche articolo di stampa o un po' di social indignazione che non si nega mai a nessuno.
Oggi il Subappennino perde perché le masse hanno smesso di essere protagoniste.
Geppe Inserra

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