mercoledì 18 aprile 2018

18 aprile 1905: l'eccidio (sconosciuto) di Foggia

Uno dei tanti luoghi comuni che aleggia attorno alla storia di Foggia vuole che i suoi cittadini siano gente poco adusa a scendere in piazza e poco propensa alla partecipazione politica e civile. Non è così, o almeno non è stato sempre così.
Tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Foggia è stata tra le piazze italiane più calde in termini di mobilitazione e di protesta popolare. Ma di quegli episodi, nella memoria collettiva, è rimasto o poco o nulla, anzi, a volerla dire tutta, il ricordo è del tutto evaporato.
Per la verità non c’è molto neanche sui libri di storia, come spesso accade quando ad essere protagoniste degli eventi sono quelle che una volta si chiamavano masse.
La storia, si sa, la scrivono i vincitori, e le masse hanno quasi sempre perduto.
Il 18 aprile 1905, mentre era in corso lo sciopero dei ferrovieri - uno dei primi e più importanti scioperi del XX secolo - la città fu teatro di una ribellione popolare che sfociò in durissimi scontri con le forze dell’ordine. Il bilancio fu tragico: persero la vita quattro persone e una quarantina furono i feriti.
Non era la prima volta che nel capoluogo dauno si erano registrati eventi di tanta gravità.
Foggia era stata uno dei centri più coinvolti dai moti del pane, qualche anno prima.
Il 28 aprile 1898 una “turba famelica” (la definizione è del cronista de Il foglietto) aveva preso d’assalto i forni e le panetterie. L’intervento delle forze dell’ordine non placò gli animi, e i rivoltosi assaltarono il Municipio, incendiandolo e distruggendo l’archivio comunale.

Due anni più tardi, alla fine di aprile del 1901, le agitazioni agrarie che sconvolsero diversi centri della provincia lambiscono solo il capoluogo, dove il movimento dei lavoratori si è dato una forma  organizzativa: la Lega dei lavoranti di campagna, già forte di 1000 soci, di ispirazione socialista.
Succederà ancora, a guerra appena finita. Il 30 marzo del 1946 quando la Lega dei Muratori organizzò una manifestazione di protesta contro i contrabbandieri che vessavano una città, già in ginocchio per la miseria e per la fame. Questa volta a sparare non furono le forze dell’ordine ma gli stessi malviventi, il cui treno venne assaltato nella stazione ferroviaria: il bilancio fu di una vittima e 17 feriti.
Ma torniamo all’episodio del 18 aprile 1905, il più grave. In Italia è in atto un braccio di ferro tra i ferrovieri e il Governo che vorrebbe statalizzare la Ferrovia.
A Foggia il movimento ha ormai salde badi organizzative: il 26 ottobre del 1902 è stata costituita la Camera del Lavoro. La categoria più numerosa è certamente quella dei lavoratori agricoli. Ma è forte anche la componente dei ferrovieri.
Lo sciopero proclamato dai sindacalisti rivoluzionari (la corrente cui aderirà da giovane Giuseppe Di Vittorio, prima del suo approdo nella Cgl) non ha particolare successo nel resto d’Italia ma a Foggia sì.
Il 17 aprile, a Bari si presentano al lavoro due terzi dei ferrovieri. A Foggia l’astensione è quasi totale: “Hanno scioperato gli otto decimi circa del personale viaggiante e degli operai”, annuncia il Corriere della Sera.
I gestori del servizio sono costretti a sopprimere tutti i treni diretti, si riesce ad assicurare soltanto due convogli per ogni linea. L’esterno e l’interno della stazione sono piantonati.
C’è tensione, ma nulla lascia presagire quanto sarebbe successo, di lì a poco.
La mattinata si consuma tra tentativi degli scioperanti di impedire che i loro colleghi si rechino al lavoro, ma senza grossi incidenti, anche perché la zona della ferrovia è costantemente presidiata dalla polizia e dalla cavalleria.
Il brutto succede dopo.
Il 18 è giorno di paga, per i ferrovieri. I dirigenti della società hanno disposto che il pagamento dei salari debba avvenire in stazione, nella speranza di convincere gli scioperanti a riprendere il lavoro. Ma non è una buona idea.
Il tenente dei Carabinieri ordina ai ferrovieri di accedere alla stazione a gruppi di dieci alla volta, ma quelli non se ne danno per inteso, e si presentano in massa al cancello della piccola velocità.
Nel frattempo si è radunata una folla consistente. A dar manforte ai ferrovieri in sciopero arrivano i braccianti, guidati dal capolega Silvestro Fiore, dal segretario della Camera del Lavoro, il prof. Aniello Macciotta e dal dirigente socialista Maiolo, avvocato.
I manifestanti assaltano la stazione, protetta dalla Cavalleria, infrangendo le vetrate. Le forze dell’ordine operano alcuni arresti e poi caricano i manifestanti respingendoli fino a corso Giannone.
I contadini e i ferrovieri tornano però a radunarsi lungo il viale della Stazione e contrattaccano, cercando di disarcionare i cavalleggeri e bersagliandoli con una fitta sassaiola.
La situazione precipita quando un militare viene ferito da un colpo d’arma da fuoco. La reazione delle forze dell’ordine è brutale e sarà oggetto di vivaci polemiche anche in Parlamento, non soltanto ad opera dei deputati dell’opposizione, ma anche da parte di alcuni illustri esponenti della Destra, con il troiano Antonio Salandra, che qualche anno dopo diventerà presidente del consiglio dei ministri.
A scriverlo è un giornale governativo, quale il Corriere della Sera.
A questo punto avvenne il conflitto - si legge nel quotidiano milanese. Qualche soldato era già stato balzato di sella; ad un cavalleggero era stato strappato il fodero della sciabola; altri colpi di rivoltella erano stati sparati. Allora, i pattuglioni misti puntarono le armi e senza che ricevessero alcun ordine fecero fuoco sui tumultuanti. Alla scarica la folla si sbandò fuggendo terrorizzata in varie direzioni. Parecchi erano caduti. Pure, essa riaggruppatasi tentò fare ancora impeto contro la truppa, che fece una seconda scarica, come la prima senza ordini e senza i tre squilli.
I ribelli si dispersero definitivamente, mentre un panico enorme occupava la città.
II secondo conflitto avvenne a circa otto minuti dal primo. Molti vennero colpiti nelle spalle e una cameriera che si trovava affacciata ad un balcone di piazza Cavour, fu ferita alla gamba destra. Una tale Buonaroti Rosaria, cinquantenne, avendo saputo del primo eccidio, accorse per cercare i nipoti tra la folla; ma fu colpita al torace destro ed è in pericolo di vita.
Tra i feriti figurerà perfino un cocchiere, che a bordo del suo mezzo stava trasportando un ferito in ospedale.
L’eco dei fatti di Foggia fu vivissima in tutto il paese.
Il giorno dopo la Camera dei Deputati doveva discutere il disegno di legge che prevedeva “l’esercizio  di Stato delle strade ferrate”.

Buona parte dei dibattito fu monopolizzata dalla discussione sui tragici eventi foggiani. Il quotidiano La Stampa di Torino, il 20 aprile, dedicò l’apertura del giornale alla discussione parlamentare e ai fatti di Foggia (potete scaricare la relativa pagina in formato pdf cliccando qui).
Che qualcosa non fosse andata come doveva  lo ammette implicitamente lo stesso presidente del consiglio Alessandro Fortis, esponente della cosiddetta Sinistra Storica, che tuttavia aveva ormai perso ogni connotazione di Sinistra, soprattutto dopo i governi guidati da Agostino Depretis e da Francesco Crispi: era quest’ultimo il capo del governo quando nel 1898, a Milano, il generale Bava Beccaris aveva represso nel sangue “i moti del pane”, prendendo a cannonate i rivoltosi.
L’ascesa di Fortis alla presidenza del consiglio era stata fortemente voluta da Giovanni Giolitti, proprio con l’obiettivo di procedere alla statalizzazione delle ferrovie.
Rispondendo nel pomeriggio di giovedì 20 aprile 1905 alle numerose interrogazioni presentate sugli eventi foggiani, Fortis non può fare a meno di affermare: “Di fronte ad una folla compatta, non bene intenzionata e non inoffensiva, era naturale che gli scarsi drappelli di giovani soldati si sentissero costretti a far uso delle armi. Ad ogni modo, la verità sarà appurata e verranno adottati quei provvedimenti che si rendessero necessari. La causa occasionale del conflitto può essere il malessere economico, ma la causa vera è una propaganda esiziale senza ideale, semplicemente rivoluzionaria, la quale prepara solamente la rivolta cieca e brutale. Il Governo quindi si darà cura di ristabilire l’ordine e nello stesso tempo studierà il miglior modo per togliere le cause di così deplorevoli avvenimenti.”
Antonio Salandra punta il dito contro le autorità locali, lasciando intendere che bisognava prevenire  i disordini: “I contadini non potevano sbucare in piazza, come afferma Fortis, ma vi erano. Bisogna indagare perché le autorità non abbiano impedito la suggestione e l’agglomeramento della follia. Purtroppo non è il primo e non sarà l’ultimo doloroso episodio. In quei paesi, la causa di questi fatti, più del disagio e della propaganda è la rilassatezza da parte delle autorità locali, perché non si sentono sorrette dal Governo.”
Durante il dibattito viene anche posto sotto accusa il delegato di polizia che, secondo le affermazioni dell’on. De Felice, “si travestì da contadino per avvicinare i dimostranti”.
La circostanza viene confermata anche in un resoconto fornito dal Corriere della Sera, che si riferisce ad un episodio che si verificò al mattino del 18 aprile. “Alcuni operai ferroviari- scrive il cronista del quotidiano milanese - chiesero di essere tutelati dalla forza. Il delegato Goffredo, fingendosi operaio, si unì a loro, scortato da guardie. Presso la villa comunale i  contadini impedirono l’accesso. Il delegato qualificandosi ferroviere domanda la ragione del divieto e i contadini baldanzosi, risposero che quelli erano gli ordini. Il funzionario, allora, declinando la sua qualità, ne arrestò cinque.”
La Camera approvò il progetto di riforma ferroviaria messo a punto da Fortis, che attribuiva ai ferrovieri lo status di pubblici ufficiali, con la conseguenza che non potevano più scioperare, pena il licenziamento il tronco e la condanna a un anno di reclusione.
Scarsamente appoggiato dall’ala riformista del sindacato, lo sciopero non registrò le adesioni sperare, così che al quarto giorno venne revocato.
Un’immensa folla di foggiani pianse le vittime partecipando alle esequie che, come si vede dalla foto che illustra il post si celebrarono in una piazza XX settembre,  letteralmente gremita. (Potete scaricare la foto in alta risoluzione, cliccando qui).
Della cocente sconfitta patita dal movimento operaio e sindacale trasse le mosse il percorso che di lì a poco avrebbe portato alla nascita di un’organizzazione sindacale unitaria, la Confederazione Generale del Lavoro.
Un processo al quale Foggia ha offerto il suo contributo di rabbia, di sangue, di dolore.
Geppe Inserra

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