giovedì 29 marzo 2018

La lotta alle mafie (ri)comincia adesso (di Michele Perrone)

Don Ciotti mentre parla alla folla, in piazza Cavour
La pagina facebook dell'associazione FoggiaInsieme si sta sempre più segnalando per la qualità dei temi affrontati, e per l'approccio: riflessioni approfondite, che rifuggono dalle facili polemiche che troppo spesso caratterizzano i dibattiti sul social network.
L'intervento di Michele Perrone, animatore dell'associazione, noto avvocato foggiano, cattolico, con tanta esperienza politica alle spalle (ma ai tempi in cui si poteva scrivere la parola Politica con la "p" maiuscola) è tra le migliori cose che mi sia capitato di leggere sulla questione criminosa a Foggia e sulla recente giornata contro le mafie che ha visto a Foggia la partecipata giornata nazionale di Libera.
Una giornata importante, che resterà scolpita negli annali della città. Ma che non può restare fine a se stessa. Proprio alla necessità di dare continuità all'impegno emerso durante la giornata foggiana di Libera si ispira l'approfondito e accorato intervento di Perrone, che giro all'attenzione e alla fielssione di Amici e Lettori di Lettere Meridiane, invitandoli ad iscriversi alla pagina facebook di Foggia insieme, accedendovi da questo link e poi cliccando su "mi piace". Buona lettura.
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La manifestazione contro le mafie ha portato Foggia agli onori della cronaca nazionale ed ha visto una partecipazione massiccia della gente dauna. Tutto molto bello, tutto da condividere, soprattutto la partecipazione degli studenti che è fondamentale. Ma la lotta alle mafie deve cominciare – o ricomincia- da adesso; si combatte la mafia nella vita di ogni giorno e mi chiedo se tutti quegli amministratori in prima fila, attenti a farsi vedere ed intervistare, ritornati nei propri enti  saranno consequenziali durante l’attività di ogni giorno nel rifiutare ogni contatto con soggetti  in odore di mafia.
Perché c’è una mafia  che spara, che incendia attività commerciali, che minaccia, che intimidisce, ma c’è soprattutto una mafia  che entra nelle istituzioni, che promette, che associa,  che adesca, che fa intravedere lauti guadagni,  ed è forse a questa mafia che è più difficile resistere.
Come si combatte la mafia? Certamente con la cultura della legalità, insegnandola ai giovani,  andando nelle scuole, parlando non solo con i ragazzi ma soprattutto con il corpo insegnante che deve esserne il veicolo.

Si combatte anche tramite la Magistratura e  le Forze dell’ordine. Io credo che sia molto importante avere un Procuratore della Repubblica foggiano, quando per lunghi anni abbiamo avuto a reggere la Procura Magistrati non di Foggia. Essere foggiano significa conoscere il territorio, uomini e cose non per sentito  dire o per quel che si legge sulle carte ma per conoscenza diretta.
Bisogna riconoscere, quanto poi alla fase giudiziaria, che molti delitti restano impuniti perché non si riescono ad individuare i colpevoli o le prove sono carenti e talvolta le pene sono basse : la colpa è di un sistema giustizia che non funziona, come tutti constatano ogni giorno, soprattutto gli addetti ai lavori. Invece bisogna intervenire duramente contro  la criminalità organizzata.
A questo proposito ricordo ancora quando - ormai sono trascorsi parecchi anni - il Giudice Francesco Maulucci, (don Ciccio per tutti coloro che frequentavano il Tribunale), che per lunghi anni aveva presieduto il Collegio della Seconda Sezione Penale del Tribunale di Foggia nel vecchio Palazzo di Giustizia, nella sua ultima udienza prima di andare in pensione agli avvocati che lo salutavano disse: ”In quarantacinque anni di magistratura ho imparato che dinanzi a noi vengono tantissimi soggetti che  hanno sbagliato una volta, e per quelli bisogna chiudere non un occhio ma a volte anche tutti e due; ma vengono anche  pericolosi delinquenti ed a questi bisogna far sentire il peso della giustizia.”
La situazione di Foggia è particolarmente inquietante, perché dobbiamo ammettere che non si è riusciti ad intervenire in profondità contro la malavita organizzata che continua imperterrita a prosperare. Sarà un caso se a Foggia non vi è mai stato un pentito?
Eppure, a mio parere, Foggia non ha una malavita organizzata sistematicamente come accade a Napoli od a Palermo, in cui tutte le attività commerciali, strada per strada, numero civico per numero civico sono assoggettate ad estorsione. Qui la malavita si rivolge soprattutto ai soggetti con maggiori capacità economiche. 
Io non mi sono mai occupato di criminalità organizzata nel senso che non ho mai difeso malavitosi poiché di solito sono dall’altra parte : tra l’altro sono stato legale di parte civile per la famiglia Panunzio e per il Comune di Foggia nel processo Panunzio a carico di tutta la mala foggiana dell’epoca. Nella mia attività professionale ho gestito tre casi di estorsione, per un imprenditore e due commercianti cui erano giunte richieste estorsive. Mi ricordo soprattutto di uno di questi che, avendo appena aperto un nuovo negozio, si vide avvicinare da due individui che gli proponevano una polizza assicurativa; e quando si sentirono dire che il negozio era già assicurato  replicarono che si trattava di una polizza diversa. In tutti e tre i casi denunciammo la vicenda alle forze dell’ordine. Bastò che volanti della Polizia e dei Carabinieri si facessero vedere per più giorni in zona vicini ai soggetti minacciati perché le minacce cessassero senza nessuna conseguenza.
Perché questo era il modus operandi a Foggia : si  minacciano dieci soggetti nella speranza di intimidirne almeno uno da cui ricavare denaro.
Mi chiedo se sia proprio impossibile combattere  questo fenomeno visto che le forze dell’ordine e la Magistratura ben conoscono i soggetti dediti a queste attività; mi chiedo se la tecnologia – intercettazioni, telefoni sotto controllo - non possa aiutarci a risolvere il problema. Sono avvocato, quindi essenzialmente un difensore, ma a volte mi chiedo se le garanzie fornite dal sistema agli imputati non siano eccessive. Qualcuno mi dirà che sto dicendo eresie – ne sono consapevole - ma mi chiedo se non saremmo disponibili ad una compressione della nostra libertà individuale in cambio di una maggiore sicurezza collettiva. A tal proposito ricordo che la Germania ha combattuto il terrorismo usando questo principio: ”Chi non si riconosce nello Stato non ha diritto alla tutela delle leggi dello Stato”. 
Forse sarebbe il caso di applicare un simile principio anche alla criminalità organizzata. 
È una provocazione che propongo a tutti voi.
Michele Perrone

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