martedì 27 marzo 2018

Il lavoro a Foggia e provincia: il bicchiere è tutto vuoto

Un buco nero, un incubo, una sciagura. La situazione occupazionale della Capitanata è perfino peggiore di quella fotografata dall’Istat, che ha collocato la provincia di Foggia al penultimo posto per tasso di disoccupazione, suscitando qualche giorno fa la disperata reazione del presidente della Camera di Commercio, Fabio Porreca: “Un disastro, dati impietosi che non lasciano spazio a nessuna speranza.”
A confermare che siamo veramente al dramma, è uno studio di Smile, autorevole ente di formazione, che ha condotto un interessante e approfondito studio sull’offerta di lavoro in provincia di Foggia, negli anni della grande recessione.
L'aspetto più innovativo della indagine sta nell'aver raccolto dati provenienti da fonti diverse, incrociandoli con quelli relativi all’andamento demografico, per disegnare nel modo più attendibile e preciso possibile lo stato dell’arte dell’occupazione in provincia di Foggia.
Il quadro che ne è venuto fuori è assai più che allarmante: certifica che la Capitanata è giunta ad un punto di non ritorno. E che sono necessarie ed urgenti misure di natura straordinaria. La tabella qui sotto, che apre la parte statistica dello studio condotto da Smile, mette in evidenza dati che purtroppo non autorizzano alcun ottimismo.


Tanto pesante quanto nitido, il commento del curatore dello studio, Leonardo Cibelli: “Il quadro che emerge dall'analisi dell'offerta del mercato del lavoro non consente alcun ottimismo. Invecchiamento della popolazione e rallentamento demografico, contrazione delle forze di lavoro e diminuzione della popolazione in età di lavoro, riduzione della occupazione maschile e sostanziale stagnazione di quella femminile, disoccupazione giovanile senza precedenti, riduzione della disoccupazione esplicita dovuta essenzialmente alla esplosione di coloro che hanno perso fiducia nella possibilità di trovare lavoro.”
Non c’è proprio di che stare allegri. “Non vi è un solo indicatore - incalza Cibelli - che consenta almeno la comoda scappatoia di pensare ad una situazione in chiaroscuro, la consueta alternativa del bicchiere pieno soltanto a metà che lascia sostanzialmente il giudizio alla personale inclinazione dell'osservatore.
Le informazioni raccolte, comunque parziali, non autorizzano alcuna ottimistica fuga dalla realtà.”
A far precipitare la situazione non è soltanto la dinamica occupazionale connessa all’economia ed alla sua capacità produttiva. La crisi della Capitanata è determinata anche dalla crisi demografica, che la colloca in controtendenza rispetto al resto della Puglia e del Paese.
“L'invecchiamento della popolazione, la corrispondente riduzione di quella delle fasce centrali di età e, soprattutto, la decisa diminuzione della popolazione compresa tra i 20 ed i 39 anni - si legge ancora nello studio di Smile -, restituiscono l'immagine di un progressivo e sempre più grave deterioramento del quadro demografico della provincia con la conseguente riduzione dell'offerta di lavoro. Il grafico riportato (che riproduciamo qui sotto, n.d.r.) individua in modo chiaro quali siano le tendenze in atto ed il loro rafforzarsi nel tempo in una spirale dai tratti sempre più apertamente patologici.”

Cibelli fornisce una lettura chiara delle ragioni che hanno innescato in provincia di Foggia un andamento del mercato del lavoro così negativo: la recessione e la crisi hanno colpito in Capitanata molto più che altrove, molto più che nel resto della Puglia e del Paese.
Nell'ultimo anno per il quale si dispone di dati - si legge nello studio - , il 2016, il tasso di attività, ovvero il rapporto tra le forze di lavoro e la popolazione in età di lavoro, registrava in provincia di Foggia un livello del 49,2%, inferiore di poco meno di sei punti percentuali a quello medio regionale e del 15,7% a quello medio nazionale. Rispetto alla provincia di Bari il grado di partecipazione risultava inferiore di circa dieci punti percentuali.
Prima dell'insorgere della crisi, nel biennio 2004/2006, il tasso di attività risultava di mezzo punto percentuale superiore a quello del 2016 ma, soprattutto, il differenziale rispetto al resto della regione e del Paese appariva decisamente più contenuto, inferiore di circa 3 punti percentuali per entrambe le
circoscrizioni.
Nella fase più acuta della crisi, a partire dal 2007 e fino al 2012, mentre nel resto della regione e delle province pugliesi la presenza sul mercato del lavoro si manteneva stazionaria o subiva soltanto una lieve contrazione, in provincia di Foggia si è registrato prima una forte caduta e, successivamente, un lento ma comunque incompleto recupero dei livelli precedenti alla crisi.
La minore partecipazione al lavoro interessa entrambe le componenti di genere della forza lavoro, mentre quella maschile diminuisce di poco meno di quattro punti percentuali, quella femminile si contrae di più di due punti malgrado l'aumento delle forze di lavoro.
Una simile dinamica consente di concludere che nel periodo considerato si è registrata una flessione nella partecipazione al lavoro che, a fronte della positiva dinamica registrata a livello regionale e nel Paese, ha comportato un deciso arretramento dell'area provinciale.
A farne le spese sono stati soprattutto i giovani e, va puntualizzato e ribadito, in provincia di Foggia più che altrove.
Il differenziale dei tassi di occupazione tra la provincia di Foggia, la media regionale e quella nazionale - scrive Cibelli - risulta massimo nelle classi di età centrali, quelle comprese tra i 25 ed i 44 anni.
Per la classe di età compresa tra i 25 ed i 34 anni la differenza risulta pari a circa 8 punti percentuali rispetto alla media pugliese, divario che sale a quasi 23 punti percentuali rispetto alla media nazionale. Per la classe di età successiva il differenziale rispetto alla media nazionale scende al 21% e mentre rispetto alla media regionale risulta di circa il 5%. Nella classe di età compresa tra i 45 ed i 54 anni il divario nei tassi di occupazione rispetto al resto della regione si annulla.
Di fronte ad una situazione così drammatica, è evidente che le misure ordinarie non bastano più. Per cercare di far uscire la provincia di Foggia dal tunnel della crisi occorrono misure straordinarie che dovrebbero vedere mobilitata l’intera classe politica e dirigente.
Prima della crisi si parlava di “caso Capitanata” sottolineando come pur possedendo tante risorse il territorio restava al palo. Non solo il “caso Capitanata” non è stato risolto, ma l’aver trasferito le dinamiche di sviluppo dal terreno della politica a quello, vischioso e pericoloso, della competizione tra i diversi territori ha provocato il disastro che la ricerca di Smile ha così impietosamente messo a nudo.
Geppe Inserra

2 commenti :

Anonimo ha detto...

in tutta Italia ma soprattutto al sud, ed in Puglia, la situazione è preoccupante. In molte aree della regione Puglia però hanno saputo fare meglio e creare degli stimoli all'economia molto forti. Spesso su questo giornale ho letto analisi che non ho affatto condiviso ma in chiusura di questo articolo mi sembra di capire che molte realtà pugliesi possono essere d'esempio, pur rimanend realtà del sud dimenticate dallo stato. La guerra tra poveri non porta da nessuna parte. Bisognerebbe farlo capire ai cittadini, a tanti imprenditori che tali non sono e anche a tanti giornalisti
Certo, più scuro della mezzanotte è difficile...

Enzo Lionetti ha detto...

Premetto che è molto apprezzabile il lavoro di Smile, per il rigore e la ricchezza dei dati messi a confronto.
Purtroppo, l'esperienza che si vive quotidianamente "da questa parte" del tavolo di discussione, mostra come sia ampia e profonda una piaga che molto spesso viene sottovalutata nelle analisi, ovvero il lavoro nero.
È diffuso nel territorio foggiano, parlo di ciò che conosco, in molti settori fondamentali della nostra economia, caratterizzata dall'agricoltura, dal piccolo artigianato del comparto edile e meccanico, dal turismo, somministrazione alimenti e bevande e servizi alla persona.
Questi dati sfuggono ad una rilevazione statistica, ma sono importanti per capire le dinamiche occupazionali. Un dato credo sia rilevante, ovvero che il lavoro nero è diffuso soprattutto nelle fasce giovanili della popolazione, che finisce col scoraggiare la miriade di giovani che poi decide di abbandonare questa parte di Meridione per andare a lavorare al Nord ed all'estero dove, nella maggior parte dei casi, vedono per la prima volta un contratto di lavoro.
Il lavoro nero è una necessità delle imprese per restare competitive sul mercato?
Molte volte sì, a prima vista, ma soprattutto secondo il facile piagnisteo di tanti imprenditori che invece lucrano sulla disperazione e sulla fame di lavoro dei giovani.
Provate a chiedere ai tanti giovani che lavorano in micro imprese se hanno un contratto. È interessante notare che molti vi risponderanno che "qui" funziona così, se vuoi lavorare, facendo trasparire un senso di rassegnazione radicato ed anche una forma di autoconvincimento della necessità di lavorare in nero.
Certo gli imprenditori diranno che i contributi sono esagerati, evitando di aggiungere che non conoscono minimamente le agevolazioni governative per i nuovi assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ma guai a parlare di lavoro a tempo indeterminato, sembra un cataclisma che si abbatte sulla famiglia dell'imprenditore, dimenticando come il rapporto con il collaboratore si crea proprio con il senso di stabilità e la correttezza delle relazioni contrattuali con questi, che spinge anche ad aumentare il rendimento lavorativo oltre ad una maggiore flessibilità lavorativa.


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