mercoledì 6 settembre 2017

Il Tavoliere, ombelico dell'Infinito (di Curio Mortari)

Agli inizi del 1934, la provincia di Foggia finì sotto i riflettori della grande stampa nazionale in quanto laboratorio di uno dei più grandi progetti varati dal regime fascista: la bonifica del Tavoliere.
Soltanto qualche settimana dopo la visita del poeta Giuseppe Ungaretti, che scrisse per conto de Il giornale del Popolo ampi reportage su Foggia e sulla sua provincia, La Stampa di Torino inviò in Capitanata una delle sue firme migliori, Curio Mortari, giornalista e scrittore specializzato nel racconto di viaggi e di terre esotiche.
I diversi pezzi scritti da Mortari sono accomunati dal medesimo occhiello: “Tropico d’Italia”, metafora con cui mi pare Mortari, traendo spunto dalla diffusa presenza di palme a Foggia messa in evidenza nei primi articoli, voglia sottolineare certi aspetti esotici del paesaggio dauno.
Rispetto ai precedenti articoli (che potete leggere o rileggere utilizzando i link che pubblichiamo più avanti), l’esaltazione del regime è più contenuta, e il pezzo di oggi, intitolato Orizzonti del Tavoliere, presenta alcuni passaggi di rara e grande bellezza, soprattutto quando Mortari si sofferma sul particolare legame che unisce alla terra, alla loro terra, contadini, pastori e butteri (i cow boy della pianura, che accudivano le mandrie usando i cavalli).
L’articolo è datato “Palaja” che doveva essere una località del Tavoliere (chiedo lumi, in proposito all’amico e studiosi di toponimi, Nando Romano). Potete scaricare l’intera pagina de La Stampa del 23 marzo 1934, cliccando qui.
Se li avete persi, potete invece leggere i primi due reportage pubblici da Lettere Meridiane utilizzando i collegamenti qui sotto:
Quando Foggia era il Tropico d'Italia e somigliava a Barcellona
Quando Foggia era "tropico d'Italia" e "nuova città del Sud-Est"
* * *

 Orizzonti del Tavoliere

PALAJA, marzo,
Basta arrestare un momento la macchina, per avere la sensazione dell'Infinito. O meglio si ha la sensazione di quell’ “orizzonte circolare” che attraverso la più semplice e perfetta delle figure geometriche può concretare nella mente degli uomini l’immagine dell’Infinito.
Le piante - qualche alta ombrella di pino marittimo — sono rimaste ai margini, lontanissime. Qui non appare che una grande steppa, insensibilmente ondulata, rotta qua e là dal luccichio di qualche acquitrino e nella quale case, uomini, animali, sembrano essersi rimpiccioliti, stemperati, riducendosi quasi a proporzioni microbiche. E su questa steppa enorme, un silenzio enorme, un cielo enorme, in cui fluttuano, lente, le trasmigranti nuvole della primavera, come grandi isole alla deriva.

Pianura marina 
— Siamo press'a poco al centro del Tavoliere — spiega la mia guida tecnica. — Si tratta di una pianura, anzi di una steppa inclinata, che digrada dalle pendici del Subappennino, fino al mare, da quota 200 a 0. Questo pendìo è meno sensibile tra le quote 200 e 100; si accentua assai più tra 100 e quasi d'improvviso, presso il litorale, la pianura inverte il pendio: sale. Ella può quindi spiegarsi come questa specie di cordone litoraneo, favorisca ampi ristagni d'acqua, specialmente nell'epoca delle piogge o delle inondazioni. E si notano, anche, depressioni sotto il livello del mare, come nella Laguna di Lesina, nel lago di Varano e nelle paludi costiere.
Ma io non seguo molto, oggi, queste cifre. Sono in uno stato d’animo diverso. Una specie d’istinto mi avverte che questo senso d’Infinito cauterizzante il Tavoliere, ha un sottonesso. Questa immensa pianura non poteva essere che un mare, tale è l'impressione di vastità marina che essa dà, specialmente a chi è immobile in mezzo ad essa.
— L'origine di questa pendenza— spiega la mia guida — deriva dal graduale riempimento d'un immenso golfo, che si chiamava Mar Dauno, dal cui nome derivò l'antico nome di Daunia alla regione che corrisponde oggi alla Capitanata. Il riempimento di questo mare dovette cominciare all'epoca mesozoica. Il fondo calcareo di esso accelerò il suo sollevamento quindi si spaccò e spinse fuor delle acque le formazioni che costituiscono oggi il Gargano ad oriente, e gli Appennini ad occidente. Il sollevamento, tuttavia accentuato agli orli, fu più tardivo al centro ove si stende ora il Tavoliere. Alla fine dell'epoca terziaria il Mar Dauno andava già colmandosi, assumendo aspetto di laguna, da cui venivano emergendo le isole che si potrebbero chiamare di Cerignola, di Troja e di Lucera. Nel tempo stesso una enorme diga naturale, a settentrione, staccava definitivamente l’Adriatico dal Tavoliere. Sopravvengono quindi le epoche più civili, con l'opera dell'uomo, di cui esistono numerosi documenti.
Infatti anche oggi gli aratri dei contadini e le marre dei bonificatori mettono alla luce, insieme a frammenti d'ossa umane, resti di vasellami e di gioielli. Affiorano anfore e tazze d'epoca italiota, sulla cui vernice nera che il tempo non è riuscito a scalfire, si staccano figure rosse: - uccelli acquatici, dal collo graziosamente curvato, lunghe erbe fluttuanti, indici di un’epoca palustre in cui l'artista primitivo derivava i suoi modelli dall'osservazione della fauna e della flora acquatica.
È l'epoca in gli uomini, nelle loro capanne a palafitte, percepiscono forse ancora l'enorme ansito sottomarino della terra, di una terra che sta per diventare Italia.
Del resto, anche oggi l’uomo, che si trova solo al centro di questa solitudine, sembra preso da un oscuro capogiro come se sotto i suoi piedi continuasse questa lenta ondulazione tellurica. Non è un'impressione poetica. Il titano esiste, respira, sempre: ne sono talvolta indici catastrofici i terremoti. È spiegabile come gli uomini viventi in questa distesa credano ancora ai miti. Questi miti sembrano perdurare attraverso i venti, attraverso i fruscii delle grandi erbe, quando Ie nuvole vengono quasi a sfiorare con bocche umide la terra. In questi casi, io amo interrogare, prima del tecnico, il pastore e il contadino. Essi sono i depositari dei grandi segreti terrestri.
La “terra giovane”
Pastori e contadini credono profondamente a questa continua giovinezza della loro terra. Pur sapendo che, attraverso i millenni, si sono succedute qui le grandi forme primitive della civiltà umana, da quella pastorale a quella agricola; pur sapendo che questa terra è stata teatro di grandi guerre, calcata dai Cartaginesi di Annibale e dai Romani di Fabio Massimo, dagli elefanti di Pirro e dalle schiere dei Normanni e che, inesauribile Cornucopia, essa ho dato grano e alimento a venti secoli di vita umana; essi sono convinti che essa è giovane. Senza l’aiuto dei geologi essi sanno distinguerci gli otto tipi di terreno, le otto “polpe” — come pittorescamente le chiamano — che hanno costituito l’attuale fondamento del Tavoliere: — terre rosse, ischie, amare, ischie gentili, terre focalegne, raditi, terre crostose, suglioni, arenili. Essi vi spiegheranno che la loro terra non ha ancora finito, per dir così, di farsi l'epidermide.
— È vero! — mi conferma il tecnico — Il Tavoliere non ha ancor finito di colmarsi. Il processo alluvionale continua. Ciò spiega anche gli squilibri di questa terra; i suoi disordini idrici, a sanare i quali interviene ora una grandiosa bonifica.
Pastori e contadini, attraverso l'istinto ma anche per quell'osservazione minuta che è propria dei grandi solitari che vivono a contatto con le forze della Natura, sanno che questa terra cresce sempre. La considerano amorosamente, quasi con ghiottoneria: come una immensa pasta da pane che lieviti. Ne conoscono le trecce, le vene, le sfumature e i profumi. Ma sanno anche dove manca; dove l'acqua la indebolisce; dove la zolla è più povera ed ha bisogno d'alimento; dove l'insaziabile appetito degli animali erbivori l'ha anemizzata. Essi la considerano come una creatura viva, ma d'origine divina, che va toccata ma non profanata. La ammirano talvolta come se avesse ali angeliche; scavano nei suoi tufi nicchie per le loro adorazioni.
Pastori, contadini, bùttari
Domani vi dirò, attraverso i competenti e i tecnici, come questo aumento di carattere alluvionale avvenga, come questa trasformazione vada operandosi, come la perfezione del terreno si maturi; come, a dare un nuovo carattere granario a questa distesa, occorrano nuore fatiche umane, nuove cure, nuove bonificazioni, macchine, concimi, alternazioni di colture, Ma intanto è importante rilevare anche questo poetico istinto degli indigeni, che credono nella perenne giovinezza della loro terra. Esso rappresenta la forza ideale del loro lavoro, l’alimento della loro fede. Così soltanto essi hanno potuto uscire faticosamente, attraverso i secoli, dall'acquitrino malsano; vincere le forze avverse; resistere alla insidiosa, feroce offensiva della malaria, che si leva in nembi ronzanti dalle paludi non appena il sole comincia a boccheggiare. È necessario chinarsi amorosamente su queste ingenue fedi, su queste leggende rurali, che non ostacolano ma favoriscono il cammino del progresso. È accanto alle macchine e alle cifre, la forza calma e serena della gente primigenia, della più pura aristocrazia umana; quella dei pascoli e dei campi.
Così il passeggero che sosta un attimo al centro del Tavoliere, si accorge a poco a poco che questa immensa solitudine vive, che questa steppa è popolata. Sugli orizzonti sorgono case e masserie. Lungo gli antichi tratturi scendono, brucando seraficamente, le greggi. Armenti di buoi e di bufali errano pascolando. Falangi di cavalli passano, abbandonando al vento le loro criniere selvagge. Aratri ed erpici, macchine e gru appaiono come i giganteschi insetti d’una nuora fauna meccanica. Squadre d'operai lavorano ai canali delle bonifiche. Butteri transitano, fieri e taciturni, cavalcando a dorso nudo, i loro puledri appena domati. E sui ponti trecciati di ferro, i convogli ferroviari passano rombando. Tutta una vita, in cui elementi antichi e nuovi coesistono in una vicenda armoniosa, appare, si disegna, si precisa come attraverso le lenti d'un gigantesco microscopio.
Questo è il Tavoliere, coi suoi orizzonti sconfinati, i suoi uomini e le sue opere. Tutto un mondo da scoprire, anche senza attraversare i continenti o valicare mari.
Curio Mortari

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