sabato 19 agosto 2017

Meridione sprecone, meridione discriminato...

Qualche giorno fa, Lettere Meridiane ha pubblicato alcune interessanti riflessioni di Michele Eugenio Di Carlo sulla perdurante attualità della questione meridionale, e sulla sordina che da troppo tempo è stata messa sul problema del divario tra Nord e Sud.
Le considerazioni di un intellettuale serio e pacato come Di Carlo hanno provocato una vivace discussione tra gli amici e i lettori del blog, il che dimostra come la questione meridionale sia sentita, e come sia, nei fatti e nelle percezioni, ancora attuale ed aperta.
Del dibattito riporto due interventi, tra loro molto diversi, ed entrambi profondamente veri.
Non si può negare, come sostiene Teresa Silvestris, che gli sforzi condotti dall'Unione Europea e dal Governo nazionale per attenuare il divario siano stati vanificati da certi atteggiamenti dei meridionali. Ma, allo stesso modo, la scarsa qualità degli interventi e la scarsa qualità della spesa per il Mezzogiorno, non possono diventare alibi per mandare in soffitta la questione meridionale, o archiviarla "perché è colpa dei meridionali", come fa rilevare, replicando alla Silvestris, lo stesso Di Carlo, che aveva innescato la discussione.
Nel paradosso di questa doppia verità sta il nocciolo del problema.
Di seguito i due interventi, i cui autori ringrazio vivamente.

* * *

Teresa Enne Silvestris
Ancora con questa questione meridionale, ancora con questa lagna del Sud abbandonato a sé stesso. Ma veramente, ma come pensiamo di campare noialtri? Ricordiamoci di quando i fondi ce li siamo mangiati senza realizzare il resto di nulla, pensiamo alla nostra incapacissima classe politica che però a molti fa tanto comodo e alla pretesa che altri risolvano le nostre questioni. Cari tutti, se vogliamo essere belli la faccia dobbiamo lavarcela da soli.

Michele Eugenio Di Carlo 
Distintissima Teresa (e p. c. al Direttore di Lettere Meridiane Geppe Inserra), nessuno nega quanto Lei afferma, soprattutto quanto fa riferimento alle nostre classi dirigenti. Per "lavarcela da soli" la faccia dobbiamo prima essere consapevoli che esiste ancora, e più viva di sempre, una "questione meridionale". E, mentre, a quanto pare anche Lei gradirebbe il nostro silenzio, lo ripetiamo a gran voce, confortati da studi seri e documentati: dagli inizi degli anni Novanta il Mezzogiorno è completamente fuori da qualsiasi progetto politico...
I fattori per cui questo si è verificato sono tutti facilmente leggibili: innanzitutto una nuova classe politica nazionale (quindi anche meridionale) non all'altezza e del tutto inferiore a livello politico e culturale di quella disastrosa che l'aveva preceduta; la sensazione di fallimento delle politiche di intervento straordinario con l'aggravante delle tante dilapidazioni e appropriazioni indebite delle ingenti somme erogate; una classe dirigente meridionale scadente e condizionata da mille fattori negativi; l'affermazione delle teorie sui meridionali incapaci e del Sud come "palla al piede" dell' Italia con la conseguente convinzione che lo sviluppo possa avvenire senza tener conto delle problematiche delle aree arretrate da lasciare al proprio destino; la nascita di una "Questione Settentrionale" che ha avuto sfogo con l’avvento della Lega Nord, partito che quando al governo ha voluto ed ottenuto l'ampliamento del divario nord-sud, come mai avvenuto in precedenza.
L' intervento straordinario per il Mezzogiorno, frutto di scelte oculate della classe politica del secondo dopoguerra, ha ridotto sensibilmente il divario nord-sud nel ventennio 1950-1970. Poi, la crisi del settore industriale a metà degli anni Settanta ha bloccato il processo in atto. In ogni caso, la critica di aver speso ingenti risorse economiche per uno sviluppo del Sud mancato è da respingere, perché la Cassa del Mezzogiorno ha destinato risorse straordinarie al Sud mentre la spesa ordinaria destinata ad esso decresceva di pari passo.
Lo studioso Pasquale Saraceno, come ricorda lo storico Giuseppe Galasso, riteneva che in investimenti produttivi sia stato destinato solo lo 0,5% del Pil, i soli che potevano generare sviluppo e occupazione. Oggi siamo a livelli ancora più bassi.
Già negli anni Sessanta del secolo scorso Paolo Cinanni, l'ultimo dei meridionalisti volutamente dimenticato, aveva capito l'ultima evoluzione del capitalismo e il collegamento certo tra emigrazione, imperialismo e colonialismo.
Se i giovani continuano ad emigrare, portando altrove, a costo zero, cultura e competenze, è semplicemente perché siamo ancora una colonia interna.
Abbiano pazienza gli accademici, la nostra è finita. E abbia pazienza anche Lei! La saluto cordialmente e La ringrazio per il commento.

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