sabato 26 agosto 2017

Gargano, terra sperduta. Giuliani riscopre Beltramelli.

Puntuale e rigoroso filologo, Francesco Giuliani è tra i più geniali scrittori pugliesi, e sicuramente il più borgesiano. L'ho amato in modo particolare per certe pubblicazioni, edite da "Il Rosone" in cui racconta e parla di francobolli così come lo scrittore e poeta argentino ha saputo fare in modo supremo in Finzioni e ne La Biblioteca di Babele. Di Borges ha il gusto del dettaglio che custodisce in se stesso un universo. E nella sua certosina opera di filologo, s'industria meritoriamente a recuperare la memoria e le parole di scrittori dimenticati. Come il grande Antonio Beltramelli, che fu tra i primi a raccontare il Gargano.
Giuliani ha ritrovato un articolo di Beltramelli, scritto qualche anno prima che venisse pubblicato il suo reportage garganico, che uscì nell'ambito della collana Italia Artistica (Lettere Meridiane ne ha parlato in diversi post, che potete trovare qui). L'articolo, intitolato Terre Sperdute e comparso sulla rivista milanese Varietas, nel 1905, è di notevolissima fattura giornalistica e letteraria. Francesco Giuliani lo ha ripreso, commentandolo con la consueta mastria critica, e pubblicato per le edizioni digitali del Centro Interuniversitario Internazionale di Studi sul Viaggio Adriatico (C.I.S.V.A.). Potete leggere i ltuo qui sotto. Se volete scaricare il documento originale, lo trovate qui.
Le fotografie che illustrano il post sono tratte dal reportage garganico di Beltramelli, e sono state colorizzate utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification). Buona lettura.

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ANTONIO BELTRAMELLI NEL GARGANO D’INIZIO NOVECENTO

Lo scrittore Antonio Beltramelli è da tempo caduto in disgrazia e i suoi libri non si leggono più, anche se non mancano delle riedizioni. L’ultima, in ordine di tempo, è rappresentata dal volume di novelle che il «Corriere della Sera» ha dedicato alla narrativa della prima guerra mondiale [1] .
I suoi testi, in ogni caso, sono molto presenti nelle biblioteche, a testimonianza della ben diversa considerazione di cui ha goduto nella prima parte del Novecento, quando fu uno tra gli scrittori di maggiore successo.
Nato a Forlì, in quella Romagna spesso al centro delle sue opere e di cui doveva diffondere il mito di un positivo ed esuberante vitalismo, si pose subito al centro del mondo letterario e giornalistico, cimentandosi in diversi generi, dal racconto al romanzo, dalla poesia alla produzione per ragazzi, e collaborando a varie testate, nazionali e regionali. Da notare che la data di nascita riportata in quasi tutti i testi, inclusa la monografia di Antonio Piromalli [2] , è l’11 gennaio 1879, ma altre fonti di area romagnola, compreso lo stradario della città di Forlì [3] , spostano l’anno al 1874. Scrive a tal proposito Antonio Castronuovo che «era un vezzo dello scrittore ringiovanirsi di cinque anni» [4] , e dunque, a quanto pare, Beltramelli ha vissuto 56 anni, non 51.

I suoi spiriti nazionalistici, ben presto rivelati, lo portarono a sostenere l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale e, in seguito, ad aderire sin dalla prima ora al Fascismo, con una coerenza che anche i suoi più acri detrattori gli riconoscono. Nel 1923, ad un anno dalla marcia su Roma, pubblicò una nota biografia del suo conterraneo Mussolini, L’uomo nuovo, che venne ristampata più volte durante il Ventennio; era un’opera scritta in chiave apologetica, com’è facile comprendere, che il diretto interessato gradì molto, non dimenticandosi mai di lui.
Il nome di Beltramelli si ritrova in calce al Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile, nel 1925, e pochi anni dopo, nel 1929, nell’elenco dei membri dell’Accademia d’Italia. Lo scrittore giunge così all’apice della fortuna, ma la sua esistenza è prossima alla fine e nel 1930 si spegne prematuramente a Roma, a causa di un tumore.
Nel 1940 la Mondadori, nella collezione Omnibus, pubblica in due volumi tutti i romanzi, sette per la precisione. Il primo, Gli uomini rossi, apparso originariamente nel 1904, è legato alla descrizione delle accese lotte politiche che caratterizzavano la zona nativa del Nostro; nell’opera compare già quel vigoroso e prepotente cavalier Mostardo, al cui nome, nel 1921, sarà intitolato un successivo romanzo, che è stato il personaggio più noto creato da Beltramelli.
L’anno dopo, nel 1941, la stessa casa editrice pubblica un corposo volume di oltre mille e duecento pagine, intitolato Le novelle, altrettanto significativo per comprendere i caratteri della produzione del Forlivese e per evidenziare i suoi modelli letterari, a partire dagli scritti di d’Annunzio.
Letti oggi, senza farsi condizionare dai riferimenti e dai condizionamenti ideologici, che nel tempo hanno non di rado condizionato le valutazioni critiche, in entrambi i sensi, i tre volumi in questione rendono difficile una riscoperta del Beltramelli narratore. Il mondo rappresentato è lontanissimo dal nostro, reso con una penna che oscilla tra impennate liriche e momenti più realistici, senza riuscire a dare alla pagina un tono unitario. Beltramelli appare talvolta manierato, talaltra incapace di dare ai suoi personaggi una caratterizzazione che vada oltre un disegno sommario. Anche la sua ironia riesce convincente solo di rado, svelando chiaramente dei limiti.
Insomma, in queste circa duemila pagine abbiamo trovato poco di realmente convincente. Eppure nel quadro dell’amplissima produzione del Forlivese si trova anche dell’altro, e ci riferiamo in particolare ai libri di viaggio, che si leggono ancora con grande interesse. Beltramelli, pur vantandosi sempre delle sue origini e della sua dimora di campagna, La Sisa, tra Forlì e Ravenna, pur esaltando il mondo provinciale e contadino, nel quale si trovava a suo agio, aveva viaggiato molto, «aveva girato mezzo mondo, s’era spinto fino al limite dei due deserti, quello africano e quello polare», come scrisse l’amico Antonio Baldini, componendo un brillante ritratto che porta la data del 1930, l’anno della morte del Nostro [5] .
Giovanni Pischedda, che nel 1941 ha pubblicato un Saggio su Antonio Beltramelli, ha tra l’altro scritto:
Collaboratore dal 1907 al 1910 del “Corriere della Sera”, che lo fece viaggiare in Norvegia, in Grecia, nel Nord-Africa, in Libia, il Beltramelli dai suoi viaggi e dalla sua permanenza in Libia durante l’occupazione trasse materia per varî volumi: “Il diario di un viandante”, “Attraverso la Svezia”, “Paesi di conquista”, “Le Novelle della Guerra” [6] . L’elenco comprende anche dei libri dedicati a luoghi e città italiane, come Da Comacchio ad Argenta. Le lagune e le bocche del Po, del 1905, e Ravenna la taciturna e Il Gargano, del 1907.
In generale, si può dire che il contatto con la realtà dei luoghi stimola positivamente Beltramelli, permettendogli di esprimere al meglio le sue doti di letterato, senza però perdere di vista la concretezza, con un ancoraggio che si rivela proficuo.
Di qui, pertanto, il fascino della sua monografia garganica, che a dispetto dei romanzi e dei racconti ha superato il traguardo del secolo senza perdere nulla della sua originalità. Anzi, l’effetto di queste pagine viene amplificato dal passare degli anni, dagli abissali cambiamenti che si sono avuti nel frattempo.
Il volume Il Gargano, con 148 pagine e 156 fotografie, appare nel 1907 nell’ambito della collezione di monografie Italia Artistica, diretta dal noto storico dell’arte Corrado Ricci. Ancor oggi molto diffusi e considerati, i testi di Italia Artistica, editi dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, sono affidati ad autori spesso illustri, da Giuseppe Lipparini a Giuseppe Antonio Borgese, da Enrico Corradini a Federico De Roberto. In ogni volume monografico la parola si sposa con l’immagine, ragion per cui la trattazione viene completata da un ricco repertorio di fotografie, scelte con cura.
Nel 1905 appare il quattordicesimo testo, il già ricordato Da Comacchio ad Argenta. Le lagune e le bocche del Po [7] , scritto da un Beltramelli che aveva ormai guadagnato una certa considerazione nell’ambito letterario e giornalistico. È un riuscito itinerario, che lo rende affidabile anche per il volume sul Gargano, dove Beltramelli non era mai stato prima.
Sull’argomento, possediamo delle utili informazioni lasciateci dallo studioso peschiciano Michele Vocino, il quale, oltre ad essere stato un autorevole esperto di diritto marittimo, ha dedicato numerosi libri alla sua terra nativa. In Alla scoperta della Daunia con viaggiatori d’ogni tempo, apparso nel 1957, Vocino ricorda:

Ma il Ricci lo aveva prescelto, come poi questi ebbe a dirmi, perché pensava che il Gargano meglio poteva descriverlo un poeta anziché uno storico o un freddo osservatore, visto che il Beltramelli aveva appunto anima d’artista e di poeta [8] .
Vocino cita anche una missiva indirizzata a lui dal Forlivese nel febbraio del 1906, in cui questi si dichiara «entusiasta di quella terra meravigliosa» [9] .
Ma in che anno Beltramelli giunge sul Gargano? La data è di sicuro anteriore all’ottobre del 1905, quando sulla rivista mensile illustrata «Varietas», che si pubblica a Milano, appare l’articolo Terre sperdute, ricavato dall’esperienza pugliese. È molto probabile che il viaggio risalga proprio all’estate del 1905.
Lo scritto ospitato da «Varietas» occupa cinque pagine ed è accompagnato da sette fotografie, tutte scattate da Beltramelli, che le riutilizzerà anche nel libro del 1907.
Il titolo è di per sé emblematico della volontà dell’autore di calcare la mano sull’isolamento e sulle peculiarità della terra garganica. Nello sperduto Gargano la civiltà moderna non è ancora giunta e sopravvivono ancora moltissime superstizioni, come esemplifica l’episodio iniziale, nel quale viene descritto l’incontro con un vecchio pastore, espressione di un’antichissima civiltà, che porta al pascolo un gregge di pecore tutte nere e dagli occhi gialli. Gli animali, però, sono vittime del laùro, un folletto dispettoso e permaloso, tipico, in verità, del folklore della Puglia meridionale, dell’area salentina, dove si ritrova al centro di tantissime narrazioni popolari, alle quali evidentemente Beltramelli si rifà. Scrive il Forlivese:

Il mio vecchio parlava volontieri, senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le cose imprescindibili alla vita errabonda di chi non è signore se non della via sterminata [10].

L’uomo è loquace e aggiunge molte notizie sul comportamento del laùro, che tra l’altro si era accanito contro una sua cugina, fino a portarla alla morte.
Sono incontri che possono avvenire in questa realtà periferica, sembra dirci Beltramelli, che però non inserirà questa scena nel libro del 1907, nel quale, nel secondo capitolo, si limiterà ad osservare un pastore con il suo gregge di capre, soffermandosi sul suo canto melodioso.
L’articolo affianca agli episodi significativi anche dei momenti di sintesi, in cui il Forlivese mostra di avere già le idee ben chiare sul futuro libro garganico. Nel secondo paragrafo, pertanto, lo scrittore si diffonde sui pregi geografici della regione:

Se v’è un paese prediletto dalla varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si lancia nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d’Italia [11] .

In pochi righi, Beltramelli compendia con grande efficacia la diversità degli ambienti garganici, che rendono la zona incantevole, giustificando i sacrifici richiesti al viaggiatore, rappresentati in primo luogo dalla mancanza di strade, ferrovie e alberghi:

Il viaggiatore che voglia chiuder gli occhi su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni che potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è costato [12] .

I rilievi ovviamente fotografano la realtà dell’epoca ed erano stati colti già dai viaggiatori che avevano preceduto il Forlivese nella regione, così come i pregi naturalistici. I due proverbiali lati della medaglia sono illuminati con efficacia dall’esperto letterato, anche se con una nota di colore che sarà attenuata nel volume della collana Italia artistica. L’episodio del pessimo albergo di Vico del Gargano, la visita nella Foresta Umbra, il riferimento ai briganti e ai mille rifugi naturali offerti dall’impervia natura della regione, sono altri tratti di pennello dalle tinte decise, con cui Beltramelli completa il suo quadro.
Il momento più forte è rappresentato dalla descrizione del flagello della malaria, nella zona del lago di Varano, dove la gente vive nelle capanne, nell’estrema povertà:

Vidi in quel singolare paese che sia mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti, gialle, inebetite; vidi fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano piccoli otri più che esseri umani; vidi l’abbrutimento del male, l’incoscienza dell’orrore, la dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca, florida, ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori… [13] .

Il letterato, alle prese con uno spettacolo che anche in Il Gargano sarà alla base di pagine commosse, calca la descrizione con un’anafora insistita («Vidi») e con una forte aggettivazione, evocando per un istante degli scenari danteschi. Dopo aver raggiunto il suo culmine, l’articolo si chiude ribadendo ulteriormente il carattere di zona isolata della regione, con quest’ultima, riassuntiva considerazione:

Tanta miseria è fra tante bellezze. Il Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo volge il suo pellegrinaggio annuale per la fede nell’Arcangelo che vi apparve, si domanda ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non sia il più lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto [14] .

Nel libro del 1907 le pagine di Terre sperdute non saranno riprese pedissequamente, il che si spiega anche pensando al fatto che i volumi della collezione venivano presentati come nuovi ed inediti. Oltre alla scomparsa di ogni riferimento al laùro, l’albergo di Vico del Gargano lascerà spazio ad uno di Manfredonia, mentre il nome degli ultimi briganti della zona, Fraccaroli, verrà corretto in Frattarulo (più precisamente, Frattaruolo), e Beltramelli non dirà più di essersi imbattuto in un loro cugino, ritenendo evidentemente di essersi lasciato troppo trasportare dalla penna e dalla ricerca di forti effetti. Non c’è dubbio, d’altra parte, che le pagine di Terre sperdute siano ancor oggi godibilissime e di grande interesse, consegnandoci il ritratto d’autore di una terra ricca di varietà e di peculiarità, nella quale di lì a pochi anni sarebbe sorto l’astro di padre Pio da Pietrelcina.
FRANCESCO GIULIANI

1 ANTONIO BELTRAMELLI, Novelle della guerra, «Corriere della Sera», Milano, 2016.
2 Cfr. ANTONIO PIROMALLI, Antonio Beltramelli, in Letteratura Italiana. I contemporanei, IV, Marzorati, Milano, 1974, p. 99.
3 Cfr.www.comune.forli.fc.it/servizi/gestionedocumentale/.
4 Cfr. ANTONIO CASTRONUOVO, Antonio Beltramelli: il successo e l’oblio, in «la Biblioteca di via Senato», Milano, ottobre 2016, p. 7. 14 Ibidem.
5 Cfr. ANTONIO BALDINI, Beltramelli, in Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace, Sansoni, Firenze, 1953, pp. 389- 390.
6 Cfr. GIOVANNI PISCHEDDA, Saggio su Antonio Beltramelli, Giuseppe Intelisano Editore, Catania, 1941, pp. 86-87. 
7 Il libro è stato ristampato nel 1994 dall’editore Boni di Bologna.
8 Cfr. MICHELE VOCINO, Alla scoperta della Daunia con viaggiatori d’ogni tempo, Studio Editoriale Dauno, Foggia, 1957, p. 80.
9 Ivi, p. 81.
10 ANTONIO BELTRAMELLI, Terre sperdute, in «Varietas», Milano, ottobre 1905, p. 459.
11 Ivi, p. 460.
12 Ivi, p. 461.
13 Ivi, p. 463
14 Ibidem.

TERRE SPERDUTE

Scendevo da Monte Sant'Angelo verso la Selva Umbra che sorge nel cuore del Gargano, in una solitudine corsa unicamente da uno scarso popolo di pastori e di carbonaî; m'era compagno di cavalcatura un barocciajo che mi s'era offerto quale guida nell'interno del promontorio, percorso da sentieri rupestri e da poche vie mulattiere; scendevo in silenzio verso la profonda Valle delle Rose, dominata, ad oriente, dall’erta cresta su la quale si eleva Monte Sant'Angelo, la bianca città sorta, nei secoli, intorno alla caverna sacra all’arcangelo San Michele.
Rompeva l'aurora negli estremi cieli; innanzi a noi alcuni carbonaî cavalcavano verso la selva non lontana.
Ci fermammo ad una fonte al principio dell’aspra valle animata da qualche vigneto e da poche case, le ultime che si incontrano sul cammino; un pastore s'era fermo a dissetare il suo gregge. Aveva un gregge di pecore tutte nere, dagli occhî gialli; erano agili come cerbiatti. Quando mi vide tolse un suo secchiello che teneva appeso alla cintura, lo appressò alla fonte e mi offerse da bere, sorridendo. L'atto di squisita cortesia ci rese amici in un battibaleno. Appresi così gli antichi insegnamenti che i popoli pastori si tramandano da immemorabili età. Il mio vecchio parlava volontieri, senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le cose imprescindibili alla vita errabonda di chi non è signore se non della via sterminata.
- E vedi, signoria, diceva fissandomi negli occhî, ora che la rugiada è ancora sul serpillo e su la menta, non le faccio pascolare le pecore mie, ché ne morrebbero, e cammino sempre col sole alle spalle, perché il sole acceca le pecore e le fa morire di consumamento.
Stretto in una massa compatta stava il gregge immobilmente attendendo una voce di avvio del suo signore per riprendere qualche sentiero verso le lontane macchie. Osservai come qualche pecora dondolasse il capo senza posa, quasi volesse sbarazzarsene.
- Le ho segnate, disse il pastore notando la mia attenzione, domani forse salirò a Monte Sant'Angelo per venderle. Sono vittime del Laùro.
E mi descrisse poi il nano maligno che si compiaceva di simili scherzi.
- È alto così, due palmi, non più; veste sempre di velluto nero e porta un gran cappello alla calabrese, coi fiocchi. È capriccioso, vano e cattivo. Se fosse un gigante avremmo a temerlo! Se tu gli chiedi quattrini ti regala dei cocci, e se gli chiedi sabbia t’empie le mani di belle monete d'oro. Ho veduto gente che il Laùro ha arricchita, gente che non possedeva un grano di sabbia e che mangiava la farinella [Farinella è una farina di granturco mista con farina di piselli e di castagne. In Puglia la povera gente mangia detta miscela senza pur tentare cuocerla o impastarla. (n.d.a)] . E io lo conosco il piccolo mostro; una volta prese ad odiare la mia cugina e le era sempre attorno e non le lasciava pace mai, né giorno, né notte. Passava presso una macchia? e il Laùro l'afferrava per le gonne e la faceva cadere; tentava dormire? non aveva appena chiuso gli occhi che il nano maligno le si sedeva su lo stomaco e le dava l'incubo. Una persecuzione, un malanno! Un giorno Cajèla viene ad incontrarmi e mi dice: «Vecchio, io non posso reggere, io me ne vado.» Non potevo dirle: «No!» Risposi: «Fa ciò che credi», ed ella decise cambiar casa. Quando fu per andarsene, aveva già posto tutte le masserizie sue sul traino, ricordò di aver dimenticato una scopa e tornò in casa per prenderla; ma non era appena apparsa nella stanza vuota, che eccoti sbuca fuori il Laùro, le si pianta innanzi e le dice: «Questa la porto io. Andiamo alla casa nuova!» Tu non lo crederai, signoria, fu tale la guerra del nano che la povera figlia ne morì.
«E i suoi dispetti? Molte volte entra nelle stalle e toglie l'avena ad un cavallo per darla ad un altro; oppure li lega insieme per la coda o per la criniera o li tosa in un modo strano che fanno ridere. Perché è anche buffo e vuol ridere ed ha una bocca larga come un otre. «Però ha paura; ha paura dei morti. La notte del 2 novembre, quando tutte le povere anime dei morti appajono vestite in bianco recando grandi torcie accese e si aggirano in fila come un serpente sterminato, il Laùro piange e trema e corre a nascondersi sotto le sottane delle donne. Chi vuol chiedergli un favore conviene attenda quella notte; allora fa tutto ciò che gli si domanda. Molte altre cose avrebbe dette il buon vecchio loquace se avessimo voluto ascoltarlo; ma la via era lunga e difficile. Quando si allontanò pe' suoi sentieri remoti, udii la sua voce cantare, quasi sul ritmo dei campanacci delle guidajuole, una dolce nenia antica:
«Di te sonn ‘ammurate
l'acqua di ‘sta fonte
ch'ogne malate sane...»
E ci avviammo verso l'antichissima selva.
***
Se v'è un paese prediletto dalla varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si lancia nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d'Italia. Dalle campagne di Manfredonia corse dai grandi trattùri (che son le vie degli armenti) fiorite dalle selvagge macchie dei fichi d’India, squallide in parte, nella loro desolata vastità, alle altitudini di Monte Sant’Angelo, la città che, a 890 metri sul livello del mare, domina l'intatta compagine dì tutto il promontorio; dagli incanti della Selva Umbra alle miserie del Lago di Lesina e del Lago di Varano, nei quali la febbre fa strage; dalla Riviera di Rodi, che supera incomparabilmente le bellezze della Riviera Ligure, ai bianchi scogli di Vieste, la bella abbandonata che si trova a sedici ore dalla ferrovia in una zona in cui fa capo una sola strada carreggiabile; da Santa Maria di Merino, a Porto Greco, a Mattinata è un panorama continuamente diverso che si presenta al viaggiatore il quale voglia avventurarsi in un paese civile che non possiede ferrovie ed alberghi; che ha poche strade e pessime diligenze; che è isolato dal mondo ed è caro quanto Genova! II viaggiatore che voglia chiuder gli occhî su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni che potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è costato. II problema più grande è quello del dormire. Su per giù, nel resto d'Italia, ogni persona che viaggi è abituata ad aver la sua piccola tana col suo giaciglio più o meno comodo, nel quale può riposare da sola o, se vuole, in compagnia di un amico o di una amata; al Gargano, no: vige laggiù la legge patriarcale, la legge di fratellanza universa e conviene farle buon viso.
A Vico Garganico, un ameno paese che sorge fra selve di aranceti, fra boschi di olivi e domina una corona di colli ridenti che muojono sul mare di zaffiro, a Vico Garganico poi che chiesi di una locanda, mi dissero di rivolgermi a Baldassarre, il quale, a quel che mi parve, era un personaggio famoso in tutta la regione.
Quando gli comparvi innanzi in un'innominabile tana che serviva ad un tempo da cucina, da negozio di generi diversi, da trattoria e da porcile (v'erano alcuni audaci suini che si ficcavano fra le gambe di tutti), mi squadrò con quel fare sdegnoso che hanno un po' tutti nella regione, e mi chiese che domandavo: «Da dormire!» risposi. Egli mi fece un cenno di assentimento, accese una lucerna arcaica e si avviò per una scaletta di legno, così stretta e così scivolosa, per il sacro sudiciume che la ricopriva, che mi convenne reggermi al muro per non ritornare ruzzoloni al punto dal quale ero partito. Salimmo e, per un labirinto di anditi bui, sbucammo in una grande soffitta. Un insopportabile fetore mi tolse quasi il respiro; ma non ero giunto fin laggiù senza aver provati già tutti gli agguati di madonna loja!
Quando alla scarsa luce della lucerna potei scorgere tutt’intero l'ambiente nel quale mi trovavo, poca non fu la mia meraviglia nel vedere otto o dieci letti messi tutti in bell'ordine, uno vicino all’altro come in un dormitorio pubblico, e nel vederne più della metà occupati da persone, delle quali, allo scarso barlume, non potei ben definire il sesso. Come mi incamminavo per andar oltre, Baldassarre mi guardò levando la lucerna e mi chiese con quel suo tono confidenziale che avrei tanto volontieri contraccambiato con un onesto scapaccione:
- Dove vai?
- Nella camera che ti ho chiesto.
- Tu mi hai chiesto da dormire.
- Ebbene?
- Se vuoi dormire, dormi qui: c'è un letto laggiù.
E tese un braccio ad indicarmi un lurido giaciglio che scompariva quasi sotto le travi. Stanco com'ero, non pensai a protestare; d'altra parte sarebbe stata opera perfettamente inutile. Seguii il mio giudice che s'era avviato innanzi. Durante la traversata ebbi ad incontrare, proprio in mezzo alla soffitta, una terracotta, che non era precisamente un'opera d’arte, posta là pel disbrigo degli affari comuni. Ah dolcezze dei sognati falansterî, io vi ho conosciuto troppo da vicino per potervi amare! Mi gettai, vestito com'ero, nel miserabile giaciglio, e fra il russare degli ignoti masnadieri che mi dormivano a lato ero quasi per prender sonno, allorché una salva di fucilate mi fece balzar su le coltri, con gli occhi sbarrati.
Qualcuno, che era vicino a me, si rivoltava nel suo giaciglio grugnendo. Accesi un fiammifero.
- Che cosa fai? mi chiese un vecchio ceffo che sbucò dal letto vicino al mio.
- Non hai udito?
- Ho udito, e con questo?
- Ma a chi sparano?
- Sparano alle civette, che Iddio ti consumi! Lasciaci dormire.
Il giorno dopo seppi che è consuetudine degli abitanti di un'intera contrada uscire nel bel mezzo della notte e sparare tutti insieme agli uccelli notturni per tenerli lontani dalle case.
***
Di simili consuetudini molte ne potrei raccontare se lo spazio me lo permettesse, come potrei raccontare le delizie di una notte trascorsa alla cella Diana su gli scogli di Vieste (e ciò per mia elezione, ché preferii la libera aria del mare all'ospitalità di una lurida cameraccia); ma inoltriamoci un poco nella selva selvaggia che fra monti e vallate si estende solitaria per un’estensione che supera i tremila ettari. Io non ho visto mai bellezza maggiore. Come ci internammo per i difficili sgarugli che percorrono la selva e si perdono a volte fra i rovi, e serpeggiano e scendon le valli scoscese per lanciarsi ripidissimi su per i monti opposti, provai ciò che sia la compiuta sensazione dell'isolamento. Il sole penetrava a pena fra il fitto intrichìo delle chiome arboree; eran qua e là barlumi d'oro fra le rame, tremolii di luce, scintillanti penombre, piccole trame ed aghi di sole che passavan rapidi nell'azzurra oscurità per punteggiare tratti del suolo come il dorso di un leopardo; e quanto più il sottobosco s’infittiva, quanto più annose e spesse di frondame eran le alte piante, tanto meno la luce trovava facile via al cammino; in certi punti si era in una perfetta penombra corsa solo dai suoni speciali che si odono nelle selve, suoni che dettero già origine ai mille numi abitatori delle foreste. Ora è un fruscìo che giunge di lontano, passa, è sopra ai nostri capi, si disperde; era uno scricchiolìo lieve come di foglie secche rotolanti al vento di autunno; ora un rimbombo lontano come di un'acqua che si incaverni muggendo; ora un fremito, un grido, un rapido trascorrer di peste, uno schianto di rame nell'impeto di una corsa; i nostri sensi, come nella notte, percepiscono con tale intensità, nell'isolamento della selva, ogni suono, da trasformarlo, da ingigantirlo e renderlo pauroso a volte. Il non poter vedere, il non poter rendersi esatto conto di nulla, lascia libero il campo alla fantasia e alla paura. Ebbi a persuadermi poi come i carbonaî che praticano la selva siano superstiziosi fino all'esagerazione. Ne incontrammo un gruppo in una radura: lavoravano in silenzio intorno alle loro buche; vestivano il costume del Gargano; erano giovani belli e forti. Ci soffermammo a conversare con loro per qualche tempo. Come chiesi al più vecchio della compagnia se avesse conosciuti i fratelli Fraccaroli (gli ultimi briganti del Gargano), mi guardò aggrottando le ciglia e rispose: «Erano cugini miei!» Poi, dopo una pausa: «Li hanno presi perché abbandonarono il bosco. Qua dentro non avrebbero perduta la loro libertà!»
Ed è vero. Più di mille uomini furono sguinzagliati alla caccia dei feroci banditi e per varî mesi non riuscirono a catturarli; solo quando sentirono il bisogno di riaccostarsi a Monte Sant'Angelo, quando vollero rivedere i loro luoghi, caddero nell'agguato e furon condotti prigioni.
Chi non sia nato nel luogo, difficilmente può conoscere tutti i sentieri, i meandri, i rifugi della selva che si estende per chilometri e chilometri sopra un terreno montuoso e difficile; i nativi vi son padroni, i forestieri prigioni.
***
Molti non penseranno che in Italia vi possano essere ancora interi villaggi di capanne intessute unicamente di cannuccie palustri; eppure al lago di Varano ne esistono ancora e completano l'aspetto strano del paese. Su la diga che divide il lago dal mare e che i nativi chiamano Isola, si elevano caratteristiche capanne divise l'una dall’altra da una cannicciata: sono abitate dai pescatori. Tali capanne comprendono un solo ambiente. Alle pareti sono appesi reti, fiocine e varî arnesi da pesca; in un angolo è il giaciglio; in mezzo alla stanza un focolare, e nel soffitto un'apertura praticata per dar libera via al fumo; una tavola e qualche sedia: questo l'arredamento.
Vidi in quel singolare paese che sia mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti, gialle, inebetite; vidi fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano piccoli otri più che esseri umani; vidi l'abbrutimento del male, l’incoscienza dell’orrore, la dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca, florida, ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori; ma fra i lenti canali, nell'inavvertito impaludarsi delle acque, fra i biodi e la stipa, sui fondi grigiastri dove si snodano, tremano, si allungano le viscide alghe, è lo scarno viso della febbre, il viso dagli occhi terribilmente lucenti, dalle avide labbra che si schiudono in un delirio di insaziata concupiscenza.
Tanta miseria è fra tante bellezze. Il Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo volge il suo pellegrinaggio annuale per la fede nell'Arcangelo che vi apparve, si domanda ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non sia il più lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto.

ANTONIO BELTRAMELLI

(Da «Varietas», Milano, ottobre 1905, pp. 459-463)


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