giovedì 10 novembre 2016

Quando Foggia sarà una vera Comunità (di Maurizio De Tullio)

Ricevo e pubblico molto volentieri questa lucina riflessione di Maurizio De Tullio, che sollecita un mio commento, che mi riservo di pubblicare domani: il contributo di Maurizio è lungo, e vale la pena leggerlo senza appesantimenti. Per il momento, mi limito a ringraziare Maurizio, osservando che - grazie ancheai suoi contributi - Lettere Meridiane sta diventando sempre  di più un blog civico, ovvero uno strumento di accompagnamento nel delicato percorso che porta una città a sentirsi comunità, o per dirla con Danilo Dolci, utopia che diventa buon luogo. Come la bella foto di Bruno Caravella che illustra il post, ad indicare la bellezza possibile, e spesso nascosta, di Foggia. (g.i.)
* * *
Cosa distingue una città da un’altra, al di là, ovviamente, del suo aspetto estetico o storico-architettonico? A mio avviso la differenza sta tutta, o quasi tutta, nel suo essere (o non essere) Comunità viva, autorevole, presente e partecipe.
Una Comunità è tale ed è credibile se di fronte a un problema – di piccola entità ma tanto più se di grossa portata e incidenza – dimostra di saper interpretare il senso di quel problema, lanciando segnali autentici, muovendosi in prima persona e non attraverso l’esercizio della delega digitale che oggi sempre più avviene battendo un tasto del computer o dello smartphone.
Una Comunità è tale quando ogni singolo sa contestualizzarsi nel plurale, e sa farlo credendo nel valore del gesto pubblico, partecipato e civile.
Una Comunità cresce e si rafforza se sa essere rete, intreccio di saperi e di condivisioni, se sa confrontarsi senza sconfinare nell’oltraggio, nell’urlo becero e nell’autoreferenzialità di chi da singolo pretende di assurgere immediatamente a un protagonismo fine a se stesso.
Una Comunità è fatta soprattutto di sguardi attenti e gesti delicati, che, a volte, possono anche risultare dirompenti come la furia di un improvviso acquazzone ma che sanno situarsi nelle pieghe di una Storia comune e covare buone pratiche.
La città, infatti, cos’è se non una Storia comune? E una Comunità è il risultato di quel processo che chiamiamo crescita civile, e che diventa tale senza necessariamente passare sotto il vaglio di considerazioni di natura politica, economica e sociale. Rispetto ad una idea di Comunità siamo quel che siamo al di là del conto in banca, dell’abito che indossiamo, da come ci esprimiamo. Piuttosto può aiutare una lettura audace l’interpretazione antropologica dei segnali, dei modi e dei sentimenti che, tendenzialmente, fanno Comunità.

Oggi abbiamo perso di vista il significato profondo di questa parola. La Treccani ricorda che Comunità è l’insieme di persone che hanno comunione di vita sociale.
Una città, poniamo la nostra Foggia ma vale per tante altre, non può definirsi una Comunità se la consideriamo solo nel suo indistinto e grigio “insieme di persone” ma diventa tale se i suoi cittadini hanno anche una “comunione di vita sociale”. Può sembrare poco e semplice ma sta tutta qui l’essenza del concetto di Comunità. Se manca, abbiamo l’assenza dell’essenza, per usare un gioco di parole che ho introdotto qualche tempo fa su “Lettere Meridiane”.
Per poter essere più chiaro e, soprattutto, volendo formulare un minimo di proposte pratiche, vorrei entrare nello specifico del contesto. Naturalmente parlerò avendo di fronte la realtà della nostra città e dei suoi abitanti.
Foggia, per esempio, in quest’ultimo anno ha perso una grossa occasione per dimostrare di comportarsi in modo maturo. La prova? Il famoso “attentato” nei confronti della sua Biblioteca Provinciale, la seconda più importante del Mezzogiorno d’Italia dopo la “Nazionale” di Napoli e con oltre 180 anni di storia. Eppure questo grosso problema ha rappresentato un buon motivo per far vedere realmente di che pasta era fatto il vero Cittadino di una vera Comunità.
I foggiani hanno fatto, invece, quel che è quasi sempre accaduto in passato: hanno agitato il problema ma non nelle sedi dove andava agitato e dove si doveva agire (Roma e Bari) ma si sono limitati a parlarsi addosso, in un crescendo di autoreferenzialità digitale che, non dimentichiamolo, si è comunque attivato solo dopo il mio famoso sberleffo provocatorio, pubblicato sabato 12 dicembre su “Lettere Meridiane” e intitolato da Geppe Inserra Orgoglio foggiano? Macchè!”.
Il giorno dopo, infatti, partì la gara all’ultimo “Mi Piace” e all’ennesima “Condivisione” con una apposita pagina di FB, attivata dal signor Tulino (che non conosco) ma che aveva il pregio di raccogliere idee e formulare proposte. In tutta onestà, però, tra i post lasciati dai circa 10.000 iscritti a quella pagina credo di averne riscontrati non più di tre o quattro dal carattere propositivo.
Questo “correre ai ripari”, abbagliati sulla via digitale di Damasco, alla fine male non fa se si gioca su più fronti e con più strumenti: ma così non è stato. E la riprova l’ho avuta una settimana dopo.
Al 21 dicembre, infatti, si era giunti dopo quella indigestione mediatica di messaggi, foto, video, scazzi politici che al “poco qualitativo” avevano aggiunto solo un “tanto quantitativo”.
Nell’auditorium della “Magna Capitana”, quelli che a mio avviso sono i veri Assessori Comunali e Provinciali alla Cultura della città capoluogo e della Provincia di Foggia, cioè Francesco Andretta e Saverio Russo, avevano alzato per l’ennesima volta la disperata voce per levare il lucido grido di protesta contro quanti ritenevano di far correre il rischio di chiudere o, nella migliore delle ipotesi, depotenziare una biblioteca come “La Magna Capitana”. I due furono accompagnati dall’intervento del direttore Mercurio e da altri soggetti, politici e non, che a vario titolo ritennero di dire la loro, con toni più o meno forti.
Ma quel giorno – se si escludono il nutrito e interessato personale della Biblioteca, la cinquantina di aderenti all’Associazione “Amici della Magna Capitana”, i tanti esponenti politici che non potevano far vedere di essere assenti e parecchi giornalisti e video-operatori – in Biblioteca c’erano in totale non più di 300 persone, nonostante su FB si fossero sbracciati in 10.000, nonostante Foggia conti 154.000 abitanti e l’intera provincia sia popolata da oltre 650.000 persone…
Quando ci si comporta così, cioè da un lato sbagliando a convogliare le proprie energie e dall’altro delegando il proprio impegno in un effimero passaggio su FB, si finisce per essere tutto tranne che una vera Comunità.
L’ennesimo “armiamoci e partite” è stato il chiaro ‘bis!’ di uno spettacolo indecoroso foraggiato dalla vacuità sistematica dei mitici Social.
Ma passo ad altro, entrando nello specifico della mia modesta critica propositiva.
Oggi assistiamo ad una insistente dicotomia tra l’autorità politico-amministrativa (cioè la cosiddetta ‘sfera decisionale’) che governa quella che una volta si chiamava “cosa pubblica” e la città degli amministrati, che quasi sempre non ha voce in capitolo, nonostante leggi, norme e strumenti di comunicazione di massa lo consentano.
Quando le due sfere riescono a dialogare, è quasi sempre per il soddisfacimento di motivi contingenti e pratici, al prezzo di un tacito consenso (a volte nemmeno richiesto dalla parte politica!). Ciò determina l’inquinamento di un rapporto paritario e, quando non soddisfatte certe richieste, può produrre effetti nefasti, come il darsi battaglia in nome di un malinteso senso della politica o, peggio, portare a denunciare parte della classe politica ormai in campo e al governo per mancato rispetto delle regole e dei patti.
Occorre ribaltare, anzi rifiutare questa prassi e considerare la città un vero “bene collettivo”. Propongo un primo tema volutamente trasversale, perché coinvolgente gli interessi di tutti i cittadini: le strade e i marciapiedi, che sono un patrimonio collettivo, quindi di tutti. È compito del governo cittadino occuparsene seriamente. Ma se ciò non avviene (e non avviene, al di là degli interventi di facciata), è normale che una città come Foggia si ritrovi le peggiori strade e i peggiori marciapiedi d’Italia?
Capita, di tanto in tanto, che su qualche sito web locale vengano pubblicate foto di freelance o di cittadini che denunciano lo stato di degrado delle nostre arterie cittadine. La speranza è che al Comune qualcuno (già: ma chi?!) si trovi a cliccare quel sito e a dare un’occhiata a quelle foto. Ed anche se ciò avvenisse, è credibile attendersi che… da cosa nasca cosa? Direi proprio di no.
Ma è qui che la Città può cominciare a sperimentare piccole forme di partecipazione attiva, facendosi piano piano, quasi senza saperlo, una vera Comunità.
Restiamo in questo esempio. I tanto declamati Social possono tornare utili una volta tanto. Si avvii una tematica comune, quale appunto la degenerazione dello stato delle nostre strade e dei nostri marciapiedi. Chiamiamola simbolicamente “Strada maestra”, perché dà l’idea di un argomentare a sfondo didattico. È la maestra (o il maestro, non ne faccio una questione di distinzione sessuale!) a svelare mondi nuovi ai bambini, a usare strumenti che aiutano a crescere, a insegnare le differenze con le parole e l’ingegno, i suoni, i colori, gli odori.
Dobbiamo istruirci a ingegnare: forme semplici di “essenza della presenza”, presidiare pezzi di città dividendoci spazi e compiti.
Cominciamo a fare della zona di piazzale Italia (gli ex “Giardinetti”) un’area di nuova vivibilità, vista anche la sua totale assenza di anima, di vita, di battito. Scattiamo centinaia di foto in città e facciamone una prima mostra on line, denunciando il folle degrado in cui quell’area centralissima di Foggia è arrivata, con tutte le strade – da corso Roma a piazza Goppingen, da via Ammiraglio da Zara ai marciapiedi adiacenti – rese impraticabili ad un uso normale di auto, velocipedi e pedoni. E invitiamo tutti a fare altrettanto: a segnalare con scatti fotografici (io ne ho centinaia!!) il degrado nelle loro strade e marciapiedi di pertinenza (sotto casa, andando a scuola, al lavoro, facendo jogging o passeggiando in bici, ecc.). Portiamo questa grande mostra digitale all’Isola pedonale, a Parco San Felice e poi davanti al Comune in corso Garibaldi e raccogliamo firme con le quali non chiediamo solo un ripristino reale di tutto il manto stradale (e non solo i famigerati rappezzi) ma la richiesta simbolica di danni ai dirigenti che si sono occupati di quei lavori, delle ditte che li hanno eseguiti, dell’Assessore al ramo che non se ne è occupato e del Sindaco cui spetta la responsabilità di gestire al meglio una città e i servizi dei suoi sottoposti. Fare questo è un segnale di ‘vigilanza attiva’ e di ‘minaccia’ per prossime denunce, che scatterebbero sul serio e non più in forma simbolica.
Ma questa è la dimensione corale della partecipazione attiva funzionale al miglioramento della propria città. Prima deve scattare la dimensione personale, quella vissuta al singolare, dove ognuno deve comprendere la situazione di fatto, elaborare il proprio livello di conoscenza e partecipazione e muoversi di conseguenza. Quest’ultimo tassello è forse il più ostico perché il meno (o poco) praticato in una città come Foggia.
Muoversi significa osare, alzare la voce (in senso metaforico e, se serve, anche in senso reale), e prendere dimestichezza che “una parte” della “grande parte” lo riguarda direttamente. Significa esprimere un gesto qualificante come ad esempio cominciare a scattare delle foto e mentre le si scatta parlare volutamente ad alta voce quando passa qualcuno nelle vicinanze. Fare in modo che queste altre persone ascoltino la nostra protesta e, con tatto e intelligenza, invitare anche costoro a fare altrettanto o a dare un contributo di altro tipo ma che vada nella giusta direzione, come partecipare alla “chiamata alle armi” sotto lo slogan (che ho coniato solo a titolo esemplificativo) “Strada maestra” attraverso il passaparola personale e mediatico, rendersi effettivamente disponibili a preparare dei volantini e distribuirli, o a stampare a colori le foto che faranno parte della mostra itinerante di cui si è detto in precedenza, a sollecitare giornali, siti web e TV locali ad occuparsene.
Ognuno, possibilmente, deve prendersi un pezzo di quartiere, di area, di condominio e farlo diventare un “problema”: analizzarne le criticità, le necessità, immaginare tempi, interventi ed eventuali costi realistici.
Occorre convincersi, poi, che uno dei mali profondi che intralciano il nostro vivere bene è la burocrazia, con i suoi mille rivoli anacronistici, l’ottusità dei funzionari, il ricorso da parte dei cittadini a pratiche illegali per superare intoppi e tempi lunghi.
La burocrazia non è un “mostro senza testa”, per parafrasare Claudio Lolli: è invece un male curabile, creato dagli uomini per gli uomini. Bisogna affrontarlo nei suoi lati deboli, per esempio con la conoscenza di leggi, regolamenti e buone pratiche che lo mettano K.O.
C’è un vecchio e mai pensionato messaggio, partito dall’America e reinterpretato in chiave pedagogica dal grande don Lorenzo Milani, che chiama ognuno di noi all’opera: “I Care”, cioè ”Me ne faccio carico”, che è l’esatto contrario del fascista “Me ne frego”. È un modo semplice ma chiaro e diretto per dire agli altri, per dire alla Città di cui siamo tutti – nessuno escluso – una piccola ma importante parte: “Io ci sono e sono con voi: contate su di me”.
Credo di non aver scoperto (quasi) niente di nuovo ma non ho dubbi sul fatto che questi sono i primi passi per partecipare alla costruzione di una Comunità vera.

E se Foggia potrà essere considerata una città bella o brutta lo verificheremo a cose fatte, cioè quando dimostrerà di essere diventata una vera Comunità.
Maurizio De Tullio

1 commento :

michele delcarmine ha detto...

Davvero una bellissima riflessione molto condivisibile.Bravo Maurizio.

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