mercoledì 10 febbraio 2016

Foggia città dei crolli, così cominciò il triste primato

Il pianto disperato della madre di una delle vittime
Oltre a quelli che ci fanno precipitare in basso nelle classifiche nazionali della qualità della vita, c’è un altro triste primato che la città di Foggia può vantare. È la città italiana che negli ultimi decenni ha fatto registrare il più elevato numero di crolli con vittime. Ancora prima di viale Giotto, via delle Frasche e via De Amicis, la città aveva fatto parlare di sé per simili infausti eventi.
La drammatica serie si aprì alle 21 del 10 febbraio del 1958, quando un forte boato scosse la tranquillità degli abitanti del rione del Piano delle Fosse.  Ci fu chi pensò che fosse improvvisamente tornata la guerra, la città piombò immediatamente nella angoscia. 
Uno dei più antichi palazzi della città, denominato Palazzo Angeloni dal cognome della famiglia che l’aveva acquistato e ristrutturato tempo prima, era crollato. Si era accartocciato improvvisamente su se stesso, dopo che qualche anno prima era stato pesantemente danneggiato dai bombardamenti.
L’edificio era stato dichiarato inabitabile da tempo, ma in una città sventrata dalla guerra e dalle incursioni aeree della tragica estate del 1943, che registrava una crisi abitativa durissima, era stato occupato da famiglie di senza tetto, pare provenienti da Monte Sant’Angelo, in attesa dell’assegnazione di un alloggio popolare. 
Come raccontarono i giornali dell’epoca, il sindaco era sul punto di far sgomberare quegli appartamenti giudicati pericolanti. Soltanto qualche giorno prima del crollo, una famiglia che abitava al piano terra aveva spontaneamente lasciato l’edificio.


Nel tragico evento persero la vita tutti quelli che in qual momento si trovavano all’interno del palazzo: si contarono in tutto nove vittime. Per estrarre i cadaveri dalle macerie, i Vigili del Fuoco dovettero lavorare per tutta la notte, e per buona parte del pomeriggio. Per molte ore si temette un bilancio ancora più drammatico: una famiglia era stata vista entrare nello stabile poche ore prima del sinistro, forse allo scopo di far visita a conoscenti. Sotto le macerie vennero però ritrovati soltanto i corpi senza vita dei residenti: una coppia di anziani coniugi ultrasettantenni ed un’intera famiglia di sette persone. Particolare straziante: i pompieri e i soccorritori che scavavano tra le macerie rinvennero banconote e buoni del tesoro per circa due milioni di lire: erano i risparmi di una vita dei due coniugi.
Dell'altra famiglia  rimasta uccisa dal crollo si salvò soltanto il figlio maggiore, che non si trovava in casa al momento della tragedia: erano i giorni di carnevale, ed era andata a ballare.
Un filo di memoria e di solidarietà collega il crollo del palazzo Angeloni a quello di viale Giotto dell'11 novembre 1999. Nella prima sciugura aveva perso la vita la famiglia di Agostino Laquaglia, l'eroe di viale Giotto, che restò incessantemente alla guida della pala meccanica per tre giorni e tre notti, nel tentativo di salvare quante più vite umane possibile.
Agostino Laquaglia
Al crollo del Piano delle Fosse, l’Unità dedicò un ampio articolo in prima pagina, firmato dall’inviato Giacinto Di Leo: “Il  palazzo Angeloni era vecchio come tutte le altre case del quartiere. Venne costruito nel secolo XIII da Federico II, ed adibito a carcere. Più tardi fu trasformato in grande forno, ove confluivano,  sino alla fine del secolo scorso, con la mena delle pecore, i pastori abruzzesi a far provvista di pane. Nel luglio del 1943. una bomba fece saltare un'ala del fabbricato; i terremoti di questi ultimi anni hanno fatto il resto. Vivere tra queste mura marcite, mancanti dei più elementari servizi igienici, in condizioni tremende di promiscuità, era da tempo un incubo per tutti gli abitanti; i quali tuttavia non avevano altra alternativa.”
Il giornalista del quotidiano comunista raccoglie anche lo sfogo di alcuni residenti della zona, una delle più povere della città e delle più colpite dalla furia delle bombe alleate: “Del pericolo incombente sono consapevoli tutti, nel rione. In mattinata, mentre si estraevano i corpi, decine e decine di donne che abitano alla Maddalena, nell’ex caserma della Bruna, e via di seguito, premevano contro gli agenti e gridavano: «Così,  come dei topi, dobbiamo morire noi poveretti!».
L’inchiesta giudiziaria non riuscì mai a far piena luce sull’accaduto e sulle eventuali responsabilità. Destò una certa impressione il fatto che il palazzo fosse crollato su se stesso, e qualche ipotizzò che il cedimento fosse dovuto alla debolezza strutturale, ma anche alla costruzione di un tramezzo, all’ultimo piano, per consentire la creazione di una stanza da destinare ad una coppia di giovani che stavano per sposarsi.
Il tragico evento di Foggia suscitò una vasta eco sulla stampa nazionale. Ne parlarono, oltre che l’Unità, anche il quotidiano della Democrazia Cristiana, Il popolo e La Stampa di Torino. Potete trovare i relativi ritagli nella sezione documenti del gruppo Facebook Amici e lettori di Lettere Meridiane. Se ancora non vi siete iscritti, è dunque una buona occasione per farlo.

Il palazzo sorgeva tra via San Lazzaro e vico Aquila.  La zona interessata al crollo venne successivamente bonificata: dell’antica struttura medievale sopravvivono oggi gli archi (visibili nel cantiere di un palazzo in costruzione in via Cappuccini) mentre del palazzo Angeloni (impropriamente chiamato così, perché la famiglia che lo ristrutturò, di origine abruzzese, si chiama in realtà Angelone) si conserva nella sezione lapidea del museo civico il portale in pietra, con lo stemma scolpito nell’architrave (per saperne di più potete consultare questo bell’articolo di Lucia Lopriore La storia di Foggia sulle pietre su FoggiaRacconta)

1 commento :

Matteo Pio Pazienza ha detto...

Il palazzo era di proprietà della famiglia dei Baroni Angeloni, ricchi abruzzesi impegnati in politica fin dalla metà ottocento.
Infatti un Angeloni fu senatore del regno ( titolo che all' epoca si acquisiva con nomina regia - vedi Statuto Albertino ).
Tutto ciò lo posso dimostrare in quanto mi pregio di avere documenti notarili di famiglia che dimostrano i rapporti economici e di buona conoscenza che avevamo con il casato degli Angeloni

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