mercoledì 10 giugno 2015

L’Italia miope di Salvini che vince ragionando con la bava alla bocca

di Maurizio De Tullio

Mi piacerebbe invitare Matteo Salvini a Foggia e fargli conoscere la città che nessuno dei suoi sodali o elettori alle ultime Regionali gli ha fatto conoscere.
Gli direi che a Foggia, a due passi dal centro e dai grandi centri commerciali e, peggio, proprio alle spalle del Tribunale, da oltre 30 anni esiste un agglomerato di case sorte abusivamente e di pericolanti baracche, luoghi dove si vive ai limiti della decenza. Vi abitano almeno un migliaio di persone. Di queste non so dire quante sopravvivano legalmente e quante no. Qualche anno fa vi morirono due sorelline, in un tragico rogo. L’attenzione mediatica, anche nazionale, fece capolino ma, come sempre accade, tutto tornò all’anormale normalità.
In città, a macchia di leopardo, vivono decine di famiglie che un lavoro non ce l’hanno. Eppure, se andate a vedere il tenore di vita, il tipo di auto guidate, di telefonini usati e di quanto spendano in feste e matrimoni, si rimarrebbe basiti. Famiglie che vivono di spaccio di droga, estorsioni, furti e usura, i cui componenti entrano ed escono di carcere con disarmante frequenza.
Nei quartieri residenziali CEP e Candelaro, in via Luigi Sturzo, via Fratelli Biondi e via Telesforo, dove da decenni sorgono le case popolari “assegnate” dallo IACP e dal Comune, sono famosi – da sempre! – i casi di alloggi popolari assegnati, in base a regolari bandi, a famiglie che, negli anni, non si sono fatte scrupolo nel rivendere quel diritto, senza che alcuna Istituzione sia mai intervenuta, men che meno la forza pubblica, per far ripristinare la legalità. Clamoroso, in questo senso, il caso della famiglia Morelli. Nonostante le ripetute denunce fatte da un suo esponente (che anche a causa dello stress per quei dispiaceri, perse la vita ucciso da un infarto micidiale), nessun Sindaco, nessun dirigente dello IACP e nessun tutore dell’ordine fece in modo di ripristinare la legalità.
Nella zona dei quartieri settecenteschi – un’area a ridosso del centro della città di Foggia – decine di signorine, prevalentemente di colore, e molte altre di chiara nazionalità asiatica e dell’Europa dell’Est, praticano la prostituzione. Chi nelle case e chi “marcando” il viale della Stazione e strade limitrofe. Ipotizzo, senza troppi dubbi, che i rispettabili “consumatori finali” di questa millenaria pratica siano in gran parte, se non nella totalità, italianissimi foggiani, spesso anche “imprenditori” nel settore.
L’8 maggio scorso ad Aprilia (Roma) è accaduto un episodio quasi analogo (anzi con una peggiore contabilità dei danni) a quello verificatosi pochi giorni fa a Roma, che tanto sta facendo discutere. Un’auto con a bordo 3 o 4 persone, di etnia Rom, per sfuggire dalla polizia che la inseguiva, ha falciato nove persone che aspettavano l’autobus, uccidendo una 44enne di nazionalità filippina e ferendone gravemente altre. La notizia relativa all’episodio di Aprilia è stata data così dal “Corriere della Sera”:
 

Andavano a scuola

Aprilia, due fratelli travolti e uccisi alla fermata dell’autobus

La strage sotto gli occhi di un terzo fratello, rimasto gravemente ferito. Il conducente alla guida di una Fiat Uno, ha perso il controllo del veicolo


Nessun particolare circa la nazionalità dei due poveri ragazzi e del guidatore (come è giornalisticamente giusto che sia): erano indiani i due fratelli morti e di Aprilia il conducente.
Qualcuno, in tutta sincerità, può dire di aver sentito discutere e commentare questa notizia in qualche talk show, specie in quelli urlati come “La Gabbia” o in quelli di “Retequattro”?
Nessun Salvini ha pensato di minacciare le ruspe contro l’abitazione dell’italianissimo “conducente-assassino” di Aprilia né, quando è venuto a Foggia, di sfrattare – con l’uso magari dell’Esercito – i tanti che abusivamente, da anni, vivono in case non assegnate loro.
Uno dei penosi intervalli umoristici presenti all’interno del programma “La Gabbia” è quello in cui si tasta la presunta cultura di deputati e politici ponendo loro domande… insidiose, con test matematici, domande di geografia, o chiedendo il significato di alcune sigle.
L’ignoranza senza limiti dei nostri politici” – questo il titolo dei loro servizi – che a mio avviso andrebbe trasformato in “L’ignoranza senza limiti dei nostri giornalisti”: non tutti ovviamente, ma i tanti che, dall’alto di superstipendi, praticano un giornalismo virile che a mio parere finisce solo col fomentare l’odio razziale e a non far ragionare quasi mai le persone.
E che dire di quei penosi teatrini di strada, dove banali giornalisti tendono “agguati” ai politici di turno ponendo loro improbabili o strampalate domande perché, evidentemente, incapaci di ottenere una “regolare” intervista. Armati di… apodittiche convinzioni, come quella secondo la quale i giornalisti “devono fare domande”, non si rendono conto che quelle non sono domande ma plateali estorsioni per ottenere risposte a senso unico o, peggio, si trasformano in mini comizi che terminano con preordinate sentenze, con buona pace del dettato deontologico.
Ecco, godrei un mondo a porre domande magari sulla deontologia professionale dei nostri aggressivi giornalisti, a chiedere loro lumi sulla “Carta di Treviso” e – trattandosi di giornalisti con la ‘G’ maiuscola – a verificare se conoscono le cifre vere sui reati commessi dalla criminalità, in base alle nazionalità o a certe etnie.
La verità è che, in questi tempi penosi, per affermarsi certi politici e certi giornalisti non trovano di meglio – perché di meglio non sanno o non vogliono fare – che piegarsi alla ricerca di un consenso facile, che determini voti o audience.
Un comizio e un talk show senza pubblico darebbero gli stessi risultati?
La realtà italiana di questi tempi non è nata oggi ma è figlia di errori, sottovalutazioni, connivenze che – addirittura in breve tempo! – vengono artatamente rimossi, dimenticati.
La realtà italiana di questi tempi, e questo è assolutamente vero, è fatta di periferie esplosive, di convivenze non facili ma soprattutto di tanta ignoranza, che certi politici e certi giornalisti non cercano di interpretare ma di cavalcare, gettando benzina su un fuoco già pericolosamente acceso.
L’ignoranza genera sempre violenza, odio, divisioni. In passato, in Italia, per esempio nelle stesse nostre campagne, è accaduto che la violenza – per quanto da considerarsi sempre un orrore o, eccezionalmente, un male estremo – sia diventata lo strumento di una classe, quella degli ultimi, in risposta a quella dei potenti che negavano diritti e dignità. In tanti pagarono per il riscatto di quelle classi, col carcere, con dure punizioni, con la vita anche. E sotto il Fascismo ogni libertà individuale perse ogni connotazione, finendo col produrre le micidiali “leggi razziali” del ‘38.
Ma oggi come è possibile che questa crassa ignoranza sia appannaggio della classe dei potenti, nel caso di specie quella dei politici e, al loro guinzaglio, quella dei giornalisti?
Nel 2015, i tanti strumenti a nostra disposizione – con cui informarsi approfonditamente, verificare dati e fatti, discutere e confrontarsi civilmente – dovrebbero consentire a chiunque di tirare fuori il meglio di sé, per il bene degli individui, della collettività e del Paese.
Invece assisto schifato a un’Italia che cerca di affossare se stessa, che cerca addirittura lo scontro fisico, e che crede di avere i ‘prodotti’ migliori perché osa gridare di più. Al mercato del “Venerdì” o del “Rosati”, davvero credete che chi più grida più ha da offrire i prodotti migliori?

È tanto chiedere a certi politici di parlare senza bava alla bocca e ai giornalisti di staccare quell’odioso guinzaglio che li tiene incollati proprio a loro?
(m.d.t.)

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