martedì 14 aprile 2015

Iosa, Sabbetta, Paolella, eroi dimenticati. L'Italia li ricorda, non la loro Foggia.

Antonio Iosa

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo contributo di Maurizio De Tullio.
* * *
Coltivare la memoria storica, sia se riferita a un passato remoto che ad uno recente, è sempre un esercizio che fa bene.
Fa bene alla città, al territorio. Fa bene ai più giovani, perché possano crescere consapevoli di quale passato ha forgiato le vite dei nostri avi, dei luoghi in cui sono nati e dove hanno sviluppato speranze, progetti e sogni realizzati. Fa bene alle “Cattedrali laiche”, la bellissima espressione usata dalla collega Roberta Jarussi, l’anno scorso, per dipingere con straordinarie pennellate il senso di ‘essere’ e ‘fare’ Biblioteca, un luogo sempre più emarginato e vilipeso.
Parto con questa premessa per dolermi dell’oblio nel quale importanti pezzi di vita foggiana (intendendo per foggiana l’intera sua provincia) sono nuovamente calati, anche “grazie” alla memoria corta della nostra classe amministrativa e giornalistica.
Oblìo che fa da contraltare ai riflettori opportunamente accesi dalla stampa nazionale (e, solo in parte, regionale) su questi tre nostri personaggi.
Il primo è Antonio Iosa, di Casalnuovo  Monterotàro. Emigrato a Milano negli anni ’50, ebbe importanti ruoli nella vita politica e culturale milanese. Fondò e diresse per molti anni un Circolo politico di dichiarata espressione democristiana. Ma non si trattò del classico sodalizio chiuso al proprio interno. Non luogo di accettazione di pensionati dediti al gioco delle carte o al biliardo. Circolo come pensatoio politico, palestra per la libera circolazione delle idee, produttore di eventi culturali e di pubblicazioni, tant’è che vi transitarono eminenti figure della cultura nazionale, come anche Pier Paolo Pasolini e molti altri bei nomi.
Ma Iosa, 35 anni fa, finisce sulle prime pagine di tutti i quotidiani e dei telegiornali dell’epoca, per essere stato – con altri due compagni di circolo e di partito – preso di mira dai terroristi di sinistra con un sanguinoso attacco armato. Gli spararono alle gambe e si salvò per miracolo, ferito gravemente nel corpo e nella mente. Ma non si diede per vinto e continuò la lotta, anche contro il suo partito, la DC, che vergognosamente lo aveva abbandonato.
Una decina di giorni fa, il quotidiano “La Repubblica” ha voluto ricordare questo eroe senza glorie con un apposito docuweb, molto bello, ospitato sul sito del giornale di Scalfari.
Non un rigo sulle pagine locali, tranne un tardivo ricordo del suo concittadino ad opera del corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno” dai Monti Dauni.
Il secondo nostro piccolo, grande eroe è un personaggio scomparso solo qualche anno fa e già ben che dimenticato, nonostante un piccolo museo riservatogli all’interno dell’I.T.C. “Giannone”, sulla scorta dei reperti e dei ricordi che aveva raccolto nella sua abitazione.
Mi riferisco a Paolo Sabbetta, morto quasi centenario, praticamente cieco, ma con una grande vista interiore, che gli permise di restare sempre attaccato alla realtà, fatta di visite, interviste, conferenze.
Lo ha ricordato, domenica 5 aprile, il “Corriere della Sera”, nel supplemento “La Lettura”, addirittura con due bellissime pagine illustrate dalla china professionale del palermitano Giuseppe Lo Bocchiaro, coadiuvato nei testi dal tarantino Carlo Gubitosa.
Paolo Sabbetta
La rivista del “Corriere” ha voluto ricordare – col titolo ‘La cittadella degli eroi’ – la bella storia di resistenza popolare nonviolenta al nazifascismo di cui fu protagonista il cerignolano Paolo Sabbetta, che pure del Fascismo era espressione, in quanto agronomo di regime.
“Paolo Sabbetta – si legge nella tavola finale del racconto a fumetti – è morto il 2 agosto 2008 a 96 anni, lasciandoci in eredità un pezzo di storia dimenticata… quella degli uomini, donne e bambini che hanno lottato contro Hitler a mani nude”.
Peccato, non solo perché nessuno sembra più ricordarsi di Sabbetta, della sua coraggiosa storia di resistenza al regime nazifascista, ma presto, molto presto (cioè il 25 aprile), come ogni anno dovremo assistere al patetico e volgare sfregio che gli Ultras di Mussolini compiranno – complici le ignare pareti di molti palazzi cittadini – per ricordare il loro idolo.
Il terzo e ultimo personaggio, di grande spessore culturale e anch’esso cresciuto e cibatosi di cultura fascista ma poi esploso durante gli anni della ritrovata Democrazia, è il foggiano Domenico Paolella.
Fu un grande documentarista, regista, giornalista e scrittore. Diresse i più grandi attori del cinema italiano (e non solo italiano), scoprì Dario Fo e Franca Rame, girò il secondo film italiano a colori, diresse 600 numeri del famosissimo cinegiornale “Settimana Incom” e fu tanto altro. Come ad esempio l’unico pugliese a vincere al Festival di Cannes.
Io l’ho ricordato nel mio “Dizionario Biografico di Capitanata 1900-2008”, poi in una scheda nell’archivio telematico della nostra Biblioteca Provinciale ed ho contribuito – con altri studiosi e giornalisti, certamente più illustri di me – alla recente pubblicazione del volume “Il cinema di Domenico Paolella” (Edizioni dal Sud), curato dal candelese (ma ormai barese d’adozione) Alfonso Marrese. E, prima ancora di questo lavoro, con Geppe Inserra abbiamo pubblicato – sul blog “Lettere Meridiane” – un ebook a lui dedicato. [Domenico Paolella, il foggiano che vinse a Cannes (versione pdf);Domenico Paolella, il foggiano che vinse a Cannes (versione epub)].
Tutti i giornali nazionali, e qualcuno regionale, ne hanno parlato, ma a Foggia silenzio totale. Il foggiano Domenico Paolella a Foggia non risulta. Figurarsi se qualcuno penserà mai a dedicargli una via, una struttura pubblica o qualcosa di collegato al mondo dello spettacolo.
Non ho conclusioni da trarre, ma solo continuare a cercar tracce, per offrire spunti per ulteriori ricerche e, qualche volta, tentare qualche stimolante e utile riflessione.
Cordialmente
Maurizio De Tullio

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