venerdì 20 marzo 2015

La banalità del male, i due pesi e le due misure dell'ideologia

Maurizio De Tullio commenta, da par suo, alcuni recenti episodi di cronaca (purtroppo nera), inquadrabili nel difficile percorso dell'integrazione tra italiani e stranieri. In una società di fatto multirazziale come quella in cui viviamo, che episodi di violenza possano vedere protagonisti persone di diversa nazionalità, è purtroppo sempre più probabile. L'aspetto più interessante dell'articolo di De Tullio sta nella sua analisi delle reazioni e degli echi mediatici che questi episodi hanno suscitato, che confermano come a questi fenomeni si guardi ancora attraverso la lente, spesso deformante, dell'ideologia. Ecco il testo di Maurizio, che Lettere Meridiane ringrazia per i suoi contributi sempre lucidi ed apprezzabili.
* * *

Due uomini sono appena fuori da un bar, è sera. Uno è italiano, l’altro marocchino. Pochi attimi e uno dei due è a terra, esanime. È successo a Terni, dove qualche giorno fa un marocchino, dai precedenti complessi ma non violenti, in preda all’alcol, ha inveito contro un ragazzone italiano – Davide, volontario del “118” – colpevole solo di stargli di fronte.
Il marocchino, che brandiva una bottiglia rotta a metà e diventata quindi un’arma impropria e pericolosa, in un attimo di follia gli ha reciso la gola, uccidendolo in pochi istanti. Subito arrestato, l’omicida da quel momento è diventato – specie per quegli italiani che si riconoscono nel “Salvini pensiero” – l’ennesimo caso di feccia extracomunitaria da espatriare e far crepare in un carcere del Marocco. Peccato che la quasi totalità dei cittadini ternani – famiglia e amici del povero Davide in prima fila – nonostante l’accaduto, non abbiano reagito alla stessa maniera, invocando solo giustizia e non vendetta per un giovane trovatosi nel posto giusto ma nel momento sbagliato.
Un gesto di follia lo possono commettere tutti, si sa. A cominciare dagli italiani. Basta vedere cosa è accaduto ad una povera foggiana di 36 anni, Carmela Morlino, che da tempo aveva denunciato il marito “padano”, protagonista di ripetuti episodi di lucida follia, l’ultimo dei quali messo in atto con 15 coltellate ai suoi danni, giovane madre di due bambini, testimoni terrorizzati e involontari dell’assassinio della loro mamma ad opera del “civilissimo” papà italiano. Ultimo caso di una serie infinita, come è noto.
Ma la cronaca, col suo carico di luci della ribalta a corrente alternata, ci ha regalato – nelle stesse ore – un analogo episodio di violenza estrema e gratuita.
Due uomini sono appena fuori da un bar, è sera. Uno è italiano, l’altro marocchino. Pochi attimi e uno dei due è a terra, esanime. Questa volta, però, il dramma accade al contrario.
Succede più a sud di Terni, nella sempre più violenta San Severo, dove l’altra notte un tipaccio, “noto per il carattere violento e per reati contro la persona e contro il patrimonio” – come raccontano le cronache – per futili motivi si è scagliato contro un 42enne marocchino ambulante, Moustafa.
Con un pugno, il sanseverese ha colpito il poveretto, lasciandolo a terra privo di conoscenza. Battendo pesantemente la testa sul marciapiede, sembrava già quasi morto. Ma è proprio in quel momento che l’italiano, non contento dell’insano gesto, ha scatenato un supplemento di violenza inaudita, infierendo brutalmente con altri pugni, come accade di vedere sui ring, nelle fasi concitate di certi accesi match di boxe.
Tutt’attorno – lo si vede bene dalle immagini – una decina di persone resta quasi del tutto indifferente nel vedere a terra un moribondo, indifeso ed esanime, picchiato in modo barbaro e crudele.
Ora, la mia domanda non è se, quando e come i due protagonisti di queste due storie quasi simili subiranno un equo processo, come tutti ci auguriamo. Piuttosto mi chiedo a quale categoria umana appartengano gli spettatori di quest’ultima vicenda, accaduta nel pieno centro di San Severo, a due passi dal bellissimo Teatro Comunale.
Se non ci fosse stata la telecamera di sorveglianza, con le immagini seguite “in diretta” dagli agenti della Polizia di Stato intervenuti nel giro di pochi minuti e che proprio in virtù di quella visione hanno potuto arrestare il sanseverese – che nel frattempo, disfattosi del giubbotto, aveva tentato di depistare i poliziotti fingendosi uno dei soccorritori – beh, davvero credete che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di chiamare le forze dell’ordine e, “peggio”, di indicare il colpevole?
Ma, sollevando un’altra questione non meno grave, mi domando perché in casi come questi i giornalisti – quelli “professionisti” e ben pagati delle TV nazionali – sono capaci di imbastire interi cicli di puntate “a tema”, mentre col morto che questa volta ha la pelle scura, citano il fatto (ammesso che lo citino) in poche righe e, nei quotidiani, lo relegano nelle pagine interne, come se non avessero un comune denominatore.
Stesso grido di dolore? Stessa evidenza nella scaletta dei TG e delle trasmissioni di approfondimento? Stessa audience del pubblico conformista? Ovviamente no: piuttosto l’irritante e diseducativo “due pesi e due misure”.
Ma di marocchini assassini son piene le nostre strade, direte. Già, magari come nel caso di Prato, dove, pochi mesi fa, ad avere la peggio è stato proprio un giovane foggiano, figlio di un noto professionista della ‘Foggia Bene’. Lo ricorderete: una sera, uscendo da un locale, nell’attraversare una strada periferica (ma fuori dalle strisce pedonali, posizionate a una decina di metri), il giovane – in un gesto improvvido, atto a schivare l’auto – non aveva fatto in tempo a evitare la vettura, che lo investiva, morendo quasi sul colpo.
A guidarla era proprio un marocchino, ricercato per due giorni. Al terzo si era costituito, ammettendo le responsabilità. Ma, a differenza del picchiatore sanseverese – che, per evitare la cattura, aveva anche finto di soccorrere il malcapitato ambulante nordafricano – nel caso di Prato l’investitore marocchino aveva subito prestato soccorso, per poi fuggire preso dai sensi di colpa.
Mentre scrivo, Moustafa lotta ancora tra la vita e la morte, a San Giovanni Rotondo, presso la Casa Sollievo della Sofferenza.
Altre parole non mi vengono. Prego solo Padre Pio, cappuccino divenuto Santo, di salvargli la vita e di redimere i tanti, troppi che conoscono solo la violenza – fisica e delle parole – per affermarsi in questa nostra Comunità, sempre più assuefatta alla legge del più forte e tristemente orfana di valori minimi e, soprattutto, di un minimo senso della pietà.
Maurizio De Tullio

Le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza e montate dalla Polizia di Stato di Foggia sono disponibili a questo collegamento.

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