sabato 6 dicembre 2014

Maurizio De Tullio: "Ma che fine hanno fatto i giornalisti?"

A forza di assistere all’invasione di innovazioni tecnologiche, all’interno del già assortito campo degli strumenti atti a comunicare, mi domando (e vi domando) dove siano finiti i comunicatori.
Ma non quelli col ditino perennemente incollato a uno smartphone o ad un computer. Intendo per comunicatori quelli che un ruolo lo hanno da quando il giornalismo è nato. Evito per decenza di considerare giornalisti quelli che hanno “lavorato” durante i regimi – fascista ieri, democristiano dopo, berlusconiano in tempi più vicini – e quindi, quando parlo di giornalisti, penso a quelli che non aspettano l’amico politico o il confidente di turno che regali una perfida soffiata per intraprendere una seria indagine sul campo, una inchiesta dentro la notizia, una intervista senza bavagli.
Me lo chiedo perché l’esplodere dei social network sta portando alla massificazione della cosiddetta “pubblica opinione”, che in Italia, men che meno a Foggia, non esiste più da troppo tempo. Una massificazione che porta a elevare i livelli di scontro basati non sulle notizie e sui dati reali ma sui pregiudizi e sui (nemmeno troppo) reconditi interessi di parte. 
In tempi di “darwinismo sociale”, stiamo aggiungendo a questo male un nuovo elemento altrettanto pericoloso: la Velocità elevata a sistema, a misurazione delle nostre sensazioni e dei nostri bisogni. Vogliamo tutto e sùbito (ma qui l’irrisione sessantottesca non c’entra), costi quel che costi.
Invece la pubblica opinione – coadiuvata da un giornalismo di servizio e non piromane – tutto dovrebbe essere tranne che il sentire volubile condotto alla velocità di una Ferrari da una comunità di milioni di persone che nel giro di pochi mesi porta, per es., a premiare Renzi col 41% e, solo qualche mese dopo, a “punirlo” negandogli il consenso, si badi: non attraverso l’espressione del voto ma con un premeditato astensionismo elettorale. Il che, per carità, è legittimo proprio perché siamo (anche se non so fino a quando) in Democrazia. Ma proprio perché siamo in Democrazia, avesse votato anche un solo elettore, quel voto va rispettato e non ridicolizzato.

Già, ma l’astensionismo – sostengono in tanti – in una regione a forte vocazione partecipativa va capito e interpretato, e questo è anche vero; ma il sistema democratico è fatto così e – può piacere o meno – è quello che consente a tutti di avere idee diverse e di manifestarle, a tutti di fare attività politica, a tutti di organizzarsi, a tutti di votare chi gli pare e a tutti di non andare a votare.
Certo, il livello bassissimo di elettori alle urne è indice che qualcosa non va, ma fino a quando c’è qualcuno che prende un voto più di altri, quello ha ragione e quello governa. Se qualcosa non va, oltre a “lanciare un segnale”, gli assenti dovrebbero pure organizzarsi in forme più convincenti e pratiche di alternativa politica, altrimenti si finisce per restare sudditi e non – come dovrebbe essere – corresponsabili della vita democratica di un Paese, di una regione o di una città.
Ma torniamo ai giornalisti. A me, per esempio, danno tremendamente fastidio quelli che, nei talk show nazionali (cito un nome non a caso: Pierluigi Paragone, ma non è l’unico), allestiscono studi che sembrano autentiche curve sud e non luoghi dove ragionare; e così finiscono per praticare il peggiore degli sport: appiattire l’informazione sul presente come se il passato (anche quello più recente) non abbia detto nulla; e basta un’alzata di voce di tizio, che tocchi la pancia e non il cervello degli astanti (e dei telespettatori a casa), per far scattare l’urlometro e quando tre quarti di studio approva urlando a scena aperta si trasmette l’idea che quella idiozia appena detta dal politico indecente sia equivalente a una verità divina.
La politica – come ricorda opportunamente Michele Partipilo sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” di qualche giorno fa – per sua natura e definizione deve invece progettare il futuro imparando possibilmente dalle esperienze del passato. Gli italiani, ammaestrati da certi giornalisti “aizzapopolo”, preferiscono, invece, non ricordare o, quantomeno, dimenticare in fretta.
Quindi, molto meglio, se davvero si vuol capire di cosa si sta parlando in un talk show, fare come fa Mentana (sulla stessa La7 che ospita Paragone) che sceglie un tema, invita protagonisti e commentatori di tesi opposte, fa domande di ogni tipo e senza peli sulla lingua ma è attorniato da una ventina di spettatori assolutamente fedeli al ruolo di spettatori e non di tifosi. Non ricordo litigate da lavandaie tra gli ospiti, toni urlati, né pubblico invadente, ma solo un civile confronto dal cui esito ognuno potrà dirsi arricchito, informato ma dubbioso, soddisfatto o non convinto.
Questa estate, sulle pagine del dorso di Capitanata della “Gazzetta del Mezzogiorno”, in un sussulto di creatività che solo per qualche settimana ha sollevato dal grigiore perenne questo giornale, ebbene sulla cara, vecchia “Gazzetta” hanno avuto la bella idea di porre le fatidiche 100 domande a una serie di personaggi nati o legati alla Capitanata (nella maggior parte, se non erro, erano nomi dello spettacolo e dello sport). Alla richiesta di indicare il miglior programma televisivo, la stragrande maggioranza ha votato la trasmissione domenicale di RAI 3 “Report” e alla successiva domanda di indicare la miglior giornalista, l’altrettanto stragrande maggioranza ha fatto il nome di Milena Gabanelli, cioè mente e conduzione di questo storico e ineguagliabile programma della nostra sessantenne RAI. Ciò significa che, sotto sotto, c’è voglia e domanda di qualità, di rigore, di diversità.
E a Foggia, nella nostra piccola città e provincia, nuovamente sprofondata nell’estremo bassofondo delle statistiche del “Sole 24 Ore”, come se la passano i giornalisti?
La crisi economica ha certamente contribuito a rendere più debole il rapporto (contrattuale?) tra chi esercita la professione e i rispettivi datori di lavoro, ma ciò non può, da solo, giustificare lo smarcamento, quel continuo fare passi indietro da parte di giornalisti che – per capacità indubbie – potrebbero fare altrove i giornalisti, in linea con lo spirito professionale e la correttezza deontologica ed uno stipendio migliore, ma si ostinano a fare i megafoni dell’”editore” di turno o a fare interviste compiacenti sulle emittenti televisive locali.
Siccome, come asserisco da sempre, nessun medico ci obbliga a fare i giornalisti (come nessun geometra o nessun ragioniere), nel momento che decidi di essere “altro” (la figura del giornalista è un tantino diversa da quella del libero pensatore sul web o del libero commentatore in TV) devi essere questo “altro”, altrimenti suggerisco di cambiare… passatempo, perché alla fine questo è l’impegno del (presunto) giornalista che riempie i siti di “informazione” locale, o i telegiornali, di comunicati-stampa o che, peggio, continua a copiare e incollare indegnamente.
Ha un’anima il giornalista foggiano? Se sì, lo dimostri, tenendo fede al dettato professionale che è chiamato a rispettare e al rispetto che deve a chi lo sostiene, acquistando in edicola il giornale per cui scrive o creando un audience in quanto telespettatore.
Da anni vedo in campo solo pochissime firme autentiche, pochi colleghi “combattenti” (che non vuol dire terroristi o esagitati del bit) e poche ma consolanti firme e volti femminili.
Quello che vorrei vedere, concedetemi almeno questo, sono soprattutto meno colleghi “pantofolai”, intellettualmente e fisicamente intesi.
E se tenere seriamente in piedi una redazione giornalistica in televisione costa – e qui mi rivolgo agli editori, o ai presunti tali – perché non fate in modo di aprire le vostre belle televisioni ai giovani, alle associazioni, ai gruppi di lavoro? Perché non fate una specie di bando e chiamate a raccolta i più volenterosi e i più capaci, quelli almeno che aspirano a diventare operatori dell’informazione? Metteteli alla prova: fateli andare nei quartieri, nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei luoghi di cura, in quelli di sport e di svago, o dove si produce cultura. Fateli parlare con gli anziani, questa preziosa fonte orale che va ormai svanendo. Fate raccontare loro la Foggia come la vedono da un punto di vista diverso.
Ma come è possibile – mi chiedo e vi chiedo – che nell’era del digitale facile, dei telefonini potenti come una telecamera d’altri tempi, con internet veloce, con Skype che ti collega con l’altra parte del mondo, non ci sia nessuno a Foggia che s’inventi qualcosa di diverso, di creativo e – soprattutto – di utile? E se qualche pazzo editore dovesse accettare tutto questo, abbia almeno il buon gusto di sguinzagliare sì questi ragazzi, ma non alla maniera di quegli imbecilli che, nelle TV nazionali, tentano di estorcere una finta intervista al ministro o al sindaco di turno quando costoro sono evidentemente in mezzo alla folla o presi da altri impegni! Faremmo di nuovo cattivo giornalismo e pessima informazione.
E da ultimo chiedo a Geppe Inserra che fine abbia fatto la mia proposta di fungere lui, giornalista di lungo corso e apprezzato ad ogni latitudine, da “arbitro” nella mia civile “disputa giornalistica” con il collega Davide Grittani a proposito del grande ingegnere navale foggiano Francesco Rotundi.

Naturalmente il concetto di “giornalista pantofolaio” non è in nessun modo riferito all’amico e collega Inserra che, anzi, considero senza indugi il “Mentana di Capitanata”. 
Maurizio De Tullio
* * *
Ringrazio affettuosamente Maurizio per assimilarmi a Mentana, giornalista che amo molto, sia per la sua altissima professionalità, sia per la comune fede nerazzurra. Ritengo il paragone azzardato: il buon Enrico è un grande professionista, chi scrive questo blog un umile cronista, artigiano della parola. 
Però ringrazio Maurizio soprattutto per la lucidità del suo intervento. I temi che affronta nella sua riflessione sono tanti da sollecitare una discussione, spero il più possibile condivisa e partecipata. Quanto a me, cercherò di dare il mio contributo nei prossimi giorni, affrontando le diverse questioni poste da Maurizio da un punto di vista particolare: quello dell'informazione sul lavoro, ovvero sul problema più percepito, e di fatto più grave, del nostro territorio. A presto, dunque.
Geppe Inserra

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