domenica 28 dicembre 2014

Gli intellettuali, Foggia e l'identità: un rapporto critico

"Non mancano alla città intellettuali di pregio, e istituzioni che fanno il loro dovere" La giornalista conclude la sua analisi con una menzogna , quella che ho virgolettato. Non ricordo i nomi degli intellettuali di pregio che si siano occupati dello scempio denunciato, né di Istituzioni che fanno il loro dovere. Rivolga a costoro le sue accuse, la giornalista dell'Unità e del Manifesto.

Aggiungo che mi sorprende che l'estensore del post, da sempre nelle stanze dell’Amministrazione provinciale quale funzionario con incarichi dirigenziali, nonché vecchio giornalista, nonché illustre iscritto o dirigente non so più di quale sinistra, con lunga memoria delle cose fatte e non fatte dalle Istituzioni, si permette di offendere i foggiani che non percepiscono ciò che piace a lui. Dove è cresciuto Geppe Inserra, se mi permette di chiederlo, e qual è la sua identità?
Così Anna Maria Bisciotti commenta la lettera meridiana che ho pubblicato qualche giorno fa, a proposito del reportage di Ella Baffoni sul capoluogo dauno, dall’emblematico titolo Foggia  e i suoi segreti.
Il post ha ricevuto numerosi, stimolanti commenti di cui parlerò in una prossima occasione. Chiamandomi in causa quello della professoressa Bisciotti direttamente e personalmente, e riguardando aspetti  tutt’altro che secondari del difficile rapporto tra Foggia e la sua identità, è opportuno cominciare proprio da qui una riflessione che mi auguro partecipata, così com’è già successo a proposito del post e del reportage in questione.
Premetto che, per strano che possa sembrare alla stessa autrice del commento, la sua tesi mi trova abbastanza d’accordo, se ragioniamo delle responsabilità che classe dirigente e istituzioni locali hanno avuto nel depauperamento o nella scarsa valorizzazione dei patrimonio indentitario, ovvero del complesso dei beni, risorse materiali e non, che esprimono in qualche modo i tratti costitutivi dell’identità locale.

Potevamo e dovevamo di più e meglio, e uso il noi non come plurale maiestatis ma perché, come ricorda la professoressa Bisciotti, faccio parte - per essere un dirigente pubblico - dell’establishment. Non mi sembra tuttavia di aver offeso i foggiani che non percepiscono ciò che piace a me. Anche perché - e così rispondo all’ultima domanda posta - sono nato e cresciuto a Foggia, ho scelto di rimanervi e mi offendo quando Foggia e i foggiani vengono gratuitamente accusati.
Ma veniamo al nocciolo della questione sollevata dalla professoressa Bisciotti. Anche a me pare che il ruolo degli intellettuali sia stato carente, se non addirittura marginale, per quanto riguarda la valorizzazione dell’identità. Sul tema si sono sprecati convegni, libri, iniziative che hanno ricevuto anche un notevole riverbero mediatico. Ma di concreto non si è fatto granché: gli scempi e le offese all’identità, alla memoria sono continuati tali e quali. Inarrestabili.
Troppo spesso questo ruolo si è limitato alla sterile denuncia o a forme più o meno velleitarie di mecenatismo. Troppo spesso questo ruolo è stato puramente autoreferenziale.
Che senso ha finanziare il restauro di un monumento o una piazza, quando non si pone argine ai fattori di degrado e di disgregazione sociale che innescano il vandalismo? La conseguenza è che per ogni monumento recuperato e restaurato ce ne sono stati due o tre oltraggiati e vandalizzati.
Se non riesce a tessere e ad annodare reti, se non produce partecipazione, la cultura resta qualcosa di elitario. L’identità è invece il prodotto di una cultura diffusa, condivisa, comune.
È stato questo il limite di un certo mecenatismo che è stato incoraggiato dalle stesse istituzioni locali. Negli ultimi decenni, sono sorti in città tanti contenitori culturali. Fa niente se gli edifici scolastici andavano poi in malora, privi di manutenzione. Ma sono riusciti tanti  teatri, musei. pinacoteche a produrre un’autentica crescita culturale collettiva? Non mi pare.
La cultura ha senso quando diventa patrimonio civile, bene della comunità. Allora la collettività sente la città come bene comune.
Qualche segnale positivo giunge dalla galassia del social network. Certo anche qui si indulge troppo spesso alla denuncia fine a se stessa, autoassolutoria. Ma non mancano serissimi tentativi di costruire una coscienza civile del bene pubblico, come quello che da anni sta portando avanti il gruppo degli Amici della Domenica, la cui marcia in più è rappresentata proprio dalla capacità di produrre aggregazione, partecipazione, o come sta cercando di fare, da qualche mese, il gruppo del Quartiere Ferrovia. E vanno segnalati i gruppi che con la loro paziente opera di difesa e ricostruzione della memoria stanno cercando di scrivere la public history della città: il Comitato "Un monumento a ricordo delle vittime del 43 a Foggia"; AUSER Foggia ; FOGGIA COM' ERA ; FOGGIA COM'ERA BELLA ; FOGGIA:RICORDI DEL CUORE ; FOGGIA "SPARITA" .
Ed è forse da qui che dovrebbe cominciare una riflessione - critica ed autocritica - sulle politiche culturali di cui la città ha veramente bisogno. Sull’identità da difendere e da ritrovare.

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