venerdì 7 marzo 2014

Carlo Gentile fascista? No. Piuttosto un campione della tolleranza.

L’articolo di Maurizio De Tullio sull’adesione giovanile alfascismo di Carlo Gentile, celebre intellettuale e filosofo foggiano, ha suscitato diverse reazioni. L’articolo di De Tullio è un lungo commento ad un saggio breve sulla razza che Gentile scrisse nel 1939, quando aveva appena 19 anni, ma già si segnalava prepotentemente negli ambienti culturali cittadini per la sua intelligenza e per la sua vivacità intellettuale.
La prima reazione all’articolo di Maurizio è di Ninì Russo che scrive: “ ... mi viene in mente "La mosca cocchiera" di Gramsci e il ruolo degli intellettuali. Si cavalca di volta in volta lo spirito del secolo pur non avendo fatto nulla per suscitarlo. Grato a De Tullio per la curiosità trasmessami di conoscere meglio questo personaggio. Lo farò.”
Importante la testimonianza di Luigi Paglia, altro noto scrittore, saggista e intellettuale foggiano, che ha conosciuto bene Carlo Gentile, essendone stato alunno, come tantissimi altri foggiani (me compreso) che hanno avuto la fortuna di esserne allievi. 
”Sono stato alunno del prof. Carlo Gentile – scrive Paglia - e per l’esperienza scolastica vissuta con lui non mi sarei mai aspettato simili …trascorsi giovanili (ma a meno di 20 anni è possibile commettere errori che in età adulta si superano e si stigmatizzano) poiché ho conosciuto poche persone aperte e democratiche come lui nell’insegnamento altissimo e nel colloquio con gli studenti.
Penso che la sua grande intelligenza, la sua onestà intellettuale e la sua ricerca filosofica lo indussero a cambiare orizzonti, e non sarei tanto sicuro che solo la guerra e la caduta del fascismo lo abbiano… preservato da una luminosa carriera fascista. (Vorrei ricordare che Benedetto Croce, a quasi 60 anni, nelle votazioni al Senato del 24 giugno 1925 votò la fiducia al governo Mussolini, per poi rompere definitivamente col fascismo).”
Come Paglia, ho avuto anche io l’onore di essere un allievo del professore. Più precisamente, Gentile è stato per me – come si dice per le persone il cui insegnamento di segna per tutta la vita - un Maestro. Di filosofia ma anche di vita. Da lui ho imparato che bisogna guardare al mondo con lo sguardo della filosofia, senza accontentarsi della prima percezione. Chiedersi perché una cosa o un fenomeno appaiono in un certo modo, e se il loro apparire coincida con l’essere, o non sia appunto una impressione.
Da Carlo Gentile, dal modo con cui insegnava e si relazionava con noi studenti, in quella caldissima stagione della contestazione giovanile, ho imparato soprattutto la tolleranza, la non violenza. Sorrideva di fronte ai nostri ardori sessantottini: li comprendeva e li rispettava, ma ci invitava a pensare che tra il bianco e il nero esiste un’infinità di sfumature.
Nel 1939 era difficile non essere fascisti, e Carlo Gentile non appartenne a quella ristrettissima cerchia di intellettuali che non aderì a quello che fu (troppo spesso lo si dimentica) un fenomeno di massa. Se si legge con attenzione l’articolo recuperato da De Tullio, è però facile vedere come Gentile utilizzi l’idea e il concetto di razza non nel senso che porterà diversi anni dopo alle leggi razziali (queste sì, vero punto di non ritorno della ideologia mussoliniana) ma piuttosto in quello di nazione.
Non si può negare che Gentile sostenga implicitamente l’idea dell’Impero Coloniale e della missione civilizzatrice della guerra che proprio nel 1939 raggiunse l’acme, con l’invasione dell’Albania. Nemmeno un anno dopo la pubblicazione dell’articolo, il 10 giugno del 1940, l’Italia sarebbe entrata in guerra, in quella guerra che avrebbe definitivamente chiuso l’avventura coloniale e le manie di grandeur ad essa sottese.
Carlo Gentile avrebbe preso le distanze dal fascismo per aderire alla massoneria di cui fu un esponente di primissimo piano. La vedeva come una sorta di filosofia suprema, che si traduceva in un’adesione profonda e incrollabile verso i valori della tolleranza, del rispetto verso la vita in ogni sua forma.

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