mercoledì 22 gennaio 2014

Il pasticcio della riforma elettorale: peggio del porcellum

In un paese in cui la gente non è mai stata così distante dai palazzi dei governi, abolire il sacrosanto diritto dell’elettore di scegliersi chi dovrà rappresentarlo non è soltanto immorale e abominevole: è immondo.
Non sto parlando del voto di preferenza, attenti, ma di un elementare diritto democratico, che viene prima di ogni discorso di legge elettorale. Sto parlando di un’idea di Stato, di Democrazia come valori in se stessi, che non possono essere limitati da alcuna legge elettorale. 
Se non si vuole l'espressione di un voto di preferenza, che ci siano allora collegi uninominali: l'importante è votare non per una lista, ma per qualcuno con una faccia, un'anima, una proposta.
Chi pensa che il ripristino del voto di preferenza possa provocare il ritorno a sistemi di corruzione e di malaffare, si schieri allora apertamente ed espressamente per un sistema elettorale fondato sui collegi.  Almeno così il voto di preferenza non c’è, ma c’è comunque modo di votare per un candidato in carne ed ossa. E i partiti sono comunque  costretti a metterci la faccia scegliendo questo o quel candidato, correndo il rischio di venire puniti dall’elettorato, nel caso in cui sbaglino la scelta, o candidino personaggi impresentabile. 
L'elettore deve poter dire sì o no. La scelta di chi dovrà sedere in parlamento non può essere delegata ai partiti, soprattutto a partiti come quelli che ci governano che, chi più chi meno, hanno del tutto rinunciato ad affidare la designazione dei loro gruppi dirigenti a sistemi minimamente democratici.
E sbaglia di grosso anche chi ritiene che l’asfissia della democrazia indotta dai listini bloccati possa essere esorcizzata dalle primarie. È falso, come dimostra proprio la storia del Pd, il partito che ha fatto maggiormente ricorso a questo sistema di designazione preventiva dei propri leader. 
Le primarie sono ineccepibili fin tanto che si tratta di votare uno ad uno, ovvero un elettore vota per un candidato, alla guida del partito o a quella della città, della regione, del paese.

Il problema sorge - come ho già avuto modo di osservare in un precedente articolo -  quando il candidato si trascina dietro listini (manco a dirlo bloccati) con cui vengono designati gli organismi dirigenti del partito. Allora diventano uno stupido paravento. E sono peggio del porcellum.

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