martedì 28 gennaio 2014

I "foggiani di Mussolini" che sottoscrissero il Manifesto della Razza

di Maurizio De Tullio
In occasione del “Giorno della Memoria” (*), vorrei dare un piccolo contributo alla conoscenza di un pezzo di storia pugliese e – soprattutto – foggiana, poco noto.
Ne parlai la prima volta nel 2010, in un articolo pubblicato sul n. 2, anno 2, fasc. di maggio-giugno della rivista “Diomede. Tra passato e futuro”, da me diretta, senza che ciò suscitasse quel minimo di reazioni che, almeno in parte, mi aspettavo. Ricordo che il solo prof. Giuseppe Trincucci, di Lucera, mi chiese copia di quell’articolo per una ricerca che, probabilmente, intendeva avviare ma di cui non seppi più nulla.
Poiché ritengo che i temi del razzismo siano una costante dei nostri giorni, e anche se il “Giorno della Memoria” rischia solo di essere celebrato ma non intimamente vissuto, rigenero in parte quell’articolo portando alla conoscenza del pubblico la partecipazione dei cosiddetti “foggiani di Mussolini”, tre illustri personalità della cultura dell’epoca, originari di Foggia, che firmarono il “Manifesto della Razza” (1938) insieme al barese Nicola Pende, erroneamente considerato unico pugliese a sottoscrivere quell’infame testo.
Il “Manifesto della Razza”, voluto da Mussolini, fu pubblicato la prima volta – in forma anonima – il 15 luglio 1938 sul quotidiano romano “Il Giornale d’Italia” e comparve poi sul primo numero della famosa rivista “La Difesa della Razza”, il 5 agosto dello stesso anno.

Giorgio Almirante – noto uomo politico e simbolo della destra italiana dal dopoguerra all’anno della sua morte, avvenuta nel 1988 - di quella rivista fu segretario di redazione. A lui, già Sottosegretario agli Interni del governo fascista, firmatario di bandi che prevedevano anche la pena di morte mediante fucilazione alla schiena per coloro i quali non volevano arruolarsi nell'esercito nazista, la città di Foggia non molti anni fa ha dedicato una strada, a differenza di città come Roma (quando Sindaco era addirittura Gianni Alemanno!), Milano e, a seguire, la quasi totalità di tutte le altre città italiane. Civitanova Marche ha fatto addirittura di più: recentemente il Comune ha pensato di eliminare dalla toponomastica locale il nome di Almirante, preferendogli una personalità decisamente più significativa: Nelson Mandela.
Ma non desidero parlare di Almirante - la cui consorte, tra l’altro e per chiudere questo inciso, continua a godere di così tanta visibilità mediatica da surclassare personaggi come la giovane pachistana Malala o Rita Borsellino! – bensì dei tre foggiani che quel “Manifesto” lo condivisero e lo firmarono: Mario Massa, Domenico Paolella e Vittorio-Tedesco Zammarano.
Di essi troverete, a breve, mie schede bio-biblio-filmografiche ne “La Meravigliosa Capitanata” (http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/mc/mc_argomenti.aspx) una delle Sezioni presenti nel sito della nostra Biblioteca Provinciale di Foggia, ampliate e aggiornate rispetto a quelle che pubblicai nel 2009 nel mio “Dizionario Biografico di Capitanata – 1900-2008”.
Se parlo di loro è per rivelare che non fu Nicola Pende l’unico pugliese a firmare quel farneticante documento. L’endocrinologo di Noicattaro (Bari), nato nel 1880 e morto nel 1970, era di certo uno degli scienziati più noti in Italia e nel mondo e fu tra i dieci che contribuì a redigere il “Manifesto”, ma figure abbastanza di rilievo erano i tre foggiani, che quel documento non furono certo obbligati a firmare, visto che a quel tempo in Italia scienziati, intellettuali, giornalisti e personaggi della cultura erano certamente ben più dei 320 che lo approvarono e firmarono!
Ma vediamo di conoscere meglio queste tre personalità, autorevoli sia durante che dopo il regime fascista.
Mario Massa (Foggia, 1897 - Genova, 1967) fu un discreto giornalista, sceneggiatore e scrittore. E’ l’unico pugliese ad aver vinto, nel 1935, il prestigioso “Premio Letterario Viareggio” (per la cronaca: nel 1933 lo vinse Achille Campanile e nel 1936 Riccardo Bacchelli), autore soprattutto di testi teatrali e cinematografici.
Domenico Paolella (Foggia, 1915 – Roma, 2002) fu critico cinematografico, giornalista, scrittore, documentarista, sceneggiatore e regista tra i più versatili e interessanti del cinema italiano. Risulta aver diretto oltre 60 film, molti dei quali con i maggiori attori italiani dagli anni Cinquanta e Settanta (diresse un eccezionale Totò in “Destinazione Piovarolo” e “Il coraggio”).
Si occupò di cinema sin da giovane, recensendo e scrivendo per riviste nazionali come “Lo Schermo” e “Film”. Quest’ultima testata, nata nel 1938, fu volutamente sostenuta dal MinCulPop (il Ministero della Cultura Popolare) che non potè ignorare la campagna razziale ormai in atto da tempo anche in Italia. Nello stesso periodo diversi articoli di Paolella furono pubblicati su “La Difesa della Razza” ed erano di contenuto chiaramente antiebraico.
Con Marco Ramperti, Domenico Paolella fu il critico cinematografico che più di altri affrontò i problemi del razzismo nel cinema. Nel dopoguerra fu, per molti anni direttore tecnico-artistico della celebre INCOM per la quale, nel settore del cinegiornale, sarà redattore-capo dei primi 500 numeri e nel 1958 ne diverrà Direttore Generale, anche se per pochi anni.
Il terzo dei tre foggiani, Vittorio Tedesco-Zammarano (Parigi, 1890 - Roma, 1959), in realtà nacque in Francia, anche se da genitori foggiani. Tedesco era il cognome del padre, morto prematuramente. La madre, in seguito, sposò Adolfo Zammarano.
Fu un celebre esploratore, zoologo, antropologo, cartografo, documentarista, regista e scrittore e, non a caso, è da molti considerato il più grande scrittore italiano di ‘caccia grossa’.
Famose e fruttuose furono le sue spedizioni nell’Africa Orientale e le sue scoperte, in campo naturalistico. La sua scoperta geografica più rilevante fu l'individuazione del corso finale del fiume Uebi; con un’altra spedizione in Etiopia, nel seguire il corso del Nilo Blu alla sua fonte – e fu il primo europeo a farlo – riuscì a identificare e mappare tutti i tributari del suo bacino superiore.
Ricoprì diverse cariche di governo, in Italia ma soprattutto all’estero; combatté in vari fronti di guerra (battaglie sul Carso e sul fiume Piave) comportandosi valorosamente e ricevendo, per questo, medaglie d’argento, di bronzo e Croci di Guerra.
Anche lui firmò vari articoli sulla rivista “La Difesa della Razza”, a sostegno delle teorie e dei provvedimenti razzisti voluti dal Regime fascista.
Maurizio De Tullio
(*) Vorrei “ricordare” a politici, amministratori e giornalisti, che quella del 27 gennaio – e non da ieri ma da molti anni, ormai – si chiama “Giorno della Memoria”.
Quella che, sbrigativamente, è invece intitolata “Giornata del Ricordo” (tanto, è lo stesso, dicono i soliti ignoranti!) è un’altra cosa. Non si tratta di banale puntigliosità, ma di rispetto della Storia, delle vicende umane e della buona prassi giornalistica.

5 commenti :

Anonimo ha detto...

E' certo una disfatta dell'umanità lo sterminio di 6 milioni di ebrei da parte dei nazisti, ma anche l'assassinio di 30 milioni di russi ad opera di Stalin non è fatto da poco, mai commemorato da nessuno, eppure anche loro erano esseri umani. Molti che allora inneggiavano a baffone, oggi sono ancora in politica attiva. Giusto per non dimenticare.

Tommaso Palermo ha detto...

Grazie per questo tuo contributo.

Anonimo ha detto...

Una doverosa precisazione al mio intervento: quella che ho definito "Giornata del Ricordo", che ricorre da alcuni anni il 10 febbraio, ricordavo si differenziasse non solo nel secondo termine ('Ricordo' invece di 'Memoria') ma anche nel primo ('Giornata' invece di 'Giorno').
E sbagliavo: anche quello del 10 febbraio è un 'Giorno'. Del Ricordo per l'appunto.
Di ciò chiedo scusa a Inserra e ai lettori del Blog.
(m.d.t.)

Anonimo ha detto...

Ai nostalgici del Ventennio appena gli tocchi il Capo assoluto, o chi lo supportò eseguendo anche le più ignobili delle efferatezze, reagiscono come ha fatto il temerario... anonimo.
Al solito, in Italia, si risponde sbrigativamente portando il discorso sull'1 a 1, come se ciò bastasse a spiegare i drammi. Ma la Storia non puoi ridurla a mera tautologia.
In Germania - nell'arco di pochi decenni - i nipoti di Hitler hanno avuto il coraggio di fare "solo" un paio di "cosette": presa di distanza, autocritica, rinnovamento, riunificazione; in Italia, invece, molti di quelli che inneggiavano proprio a Baffone sono stati premiati da Berlusconi portandoli con sè fino al governo! E molti altri, sempre sotto il mantello berlusconiano, non hanno ancora avuto il buongusto di eliminare dal loro status (e qui uso un eufemismo) il saluto romano, figurarsi il resto.
Moltissimi comunisti italiani - non vorrei ricordare male - ebbero invece il coraggio di rompere pubblicamente col PCI e, in parte, con l'URSS (nel 1956, nel 1968 e nel 1976).
Non avendolo potuto fare nel 1922, nel 1924 o nel 1943, mi auguro che molti bisnipoti foggiani di Mussolini abbiano avuto il coraggio e lo spessore morale di guardarsi allo specchio, almeno dal 1994 a oggi.
(Maurizio De Tullio)

Anonimo ha detto...

Dimenticavo di ringraziare Tommaso Palermo per il cortese apprezzamento.
E sappia che... non lo perdo mai di vista e che i miei commenti - per mia scelta e forma mentis - sono sempre "a prescindere".
(m.d.t.)

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