giovedì 2 febbraio 2012

Rumiz scommette sul Gargano


La nostra civiltà, che vive ormai tutto e sempre in presa diretta e in tempo reale, sta perdendo la memoria di sé, ed è un rischio gravissimo. Un coraggioso tentativo di recuperare tracce della nostra memoria collettiva è partito in questi giorni da San Marco in Lamis e da altre località del Gargano. 
L'idea è di Maurizio Tardio, giornalista. Il progetto è di valorizzare quanto resta della miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo, che arrivò ad essere tra le più grandi d'Europa, salvo a venire chiusa quando la Montecatini, che ne era proprietaria, trovò più conveniente approvvigionarsi all'estero. Tardio ha dedicato alla miniera garganica il bel documentario "La polvere rossa", la cui proiezione ha concluso un'intensa serata dedicata  a San Marco in Lamis alla tutela e alla valorizzazione dei luoghi del passato.
A far da padrino all'intrigante sfida partita dalla Montagna del Sole è stato uno che di memoria se ne intende: Paolo Rumiz, scrittore, corrispondente di guerra e maestro indiscusso dei reportage "on the road" che ormai da alcuni anni deliziano nella stagione estiva i lettori di Repubblica. 
Al fascino discreto delle miniere, grumi di una memoria collettiva che si sta ormai disfacendo, Rumiz ha dedicato alcune tappe del viaggio compiuto l'estate scorsa alla scoperta de "Le case degli spiriti" ovvero quei luoghi "che hanno qualcosa di dirci anche se sono da tempo disabitati e che invece rappresentano risorse importanti, del nostro passato e del nostro futuro."

Il reportage su "Le case degli spiriti" è divenuto anche uno struggente documentario, che Rumiz  ha girato l'estate scorsa assieme ad Alessandro Scillitani, eccelso documentarista nato a Foggia, ma da tempo trasferitosi al Nord.
Il film si chiama "Le dimore del vento": "parole e immagini hanno la poesia di un racconto, ci ricordano le atmosfere di Diego Valeri o Cardarelli e certificano  il valore dell’immagine rispetto alla decadenza della Memoria e della capacità di rendere vivo ciò che pare morto e destinato all’oblio", ha commentato presentandolo nel corso della serata, Eusebio Ciccotti, docente di storia del cinema all'università di Foggia.
"Abbiamo cercato di raccogliere e raccontare le voci segrete di questi luoghi - ha detto Rumiz - e per quanto riguarda le miniere di cui abbiamo parlato nei reportage e nel film, è sintomatico che spesso neanche gli stessi amministratori locali le conoscessero."
Questa perdita di memoria, questa tendenza all'oblio nasconde - a giudizio dello scrittore - "una diffusa sottovalutazione del nostro patrimonio e porta a disconoscere l'immensa ricchezza della nostra provincia."
Eppure parlano le case degli spiriti e le dimore del vento: "nei miei viaggi mi sono spesso imbattuto in luoghi che mi dicevano qualcosa che non riuscivo ad interpretare."
È anche la conseguenza dell'accelerazione del tempo che viviamo, e che fa diventare subito vecchio ciò che non lo è. "Mi stupisce la velocità della decadenza: siamo la prima epoca dell'umanità in cui guardiamo le cose della nostra adolescenza con l'occhio dell'archeologia."
Chi usa più la sua prima macchina fotografica o la sua prima videocamera? Il problema è al tempo stesso economico e  politico. Secondo Rumiz, "la fretta del fare produce le cattedrali nel deserto, perché costruiamo opere che saranno vecchie nel momento stesso in cui saranno completate; la politica preferisce realizzare opere nuove, piuttosto che impegnarsi nell'oscuro lavoro di manutenere e tutelare ciò che esiste, il patrimonio."
Rumiz ha anche riferito delle impressioni ricevute dalla sua visita garganica: "San Giovanni Rotondo si presenta come un luogo nuovo, nato tumultuosamente, ha le caratteristiche di un luogo che ha perso il suo senso, e che potrebbe finire a ritrovarsi archeologia tra soli 10 o 15 anni. Lo scrittore ha puntato l'indice contro "la velocissima decadenza di ciò che costruiamo", effetto ed al tempo stesso causa, in una spirale perverse della "uscita della memoria dalla nostra vita".
Non è un fenomeno casuale: "la mancanza di memoria - ha spiegato Rumiz - serve a chi, per costruire il nuovo, fa decadere il vecchio; il decadimento della memoria è funzionale ai poteri criminali e provoca l'intorpidimento delle coscienze". 
Esemplare in questo senso la vicenda del terremoto de L'Aquila: "se dimentichiamo di essere un Paese interamente a rischio sismico, smettiamo anche di pretendere case ben costruite e sicure."
Lo scetticismo manifestato da Rumiz sulla capacità della politica di costruire il futuro non significa però rinuncia, anzi. "Mi sono sempre più convinto che è possibile valorizzare le mille risorse nascoste o rimosse del Paese attraverso la mobilitazione dal basso, non importa se di pochi. La resistenza dal basso, l'autocoscienza identitaria del territorio sono il solo possibile antidoto verso il crescente disamore verso ciò che abbiamo creato con le nostre mani."
La serata di San Marco in Lamis non è trascorsa tuttavia invano: "la valorizzazione della via sacra dei Longobardi - ha concluso Paolo Rumiz - può rappresentare un'ottima risorsa per uno sviluppo diverso del Gargano, ed anche il contesto più idoneo nel quale collocare la valorizzazione delle vecchia miniera di bauxite. Se vorrete impegnarvi dal basso, sarò con voi, vi darò una mano."

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