domenica 31 dicembre 2017

L’esplosione lentissima di un seme (di Francesco A. P. Saggese)

Inizierò il nuovo anno aprendo la finestra di casa e guardando gli alberi che ho di fronte.
C’è in particolare un albero, che con i suoi rami di anno in anno si avvicina sempre di più alla mia finestra, e adesso posso quasi toccarlo.
Penso di essere un uomo molto fortunato, perché ho la certezza di poter accarezzare un albero dalla mia finestra.
Un anno è un tempo lunghissimo e lentissimo che lascia sempre un segno, come farà la natura con il nuovo cerchio che scriverà sugli alberi.
Così ognuno di loro disegnerà a proprio modo questo ed altri orizzonti.
Fuori dalla finestra avrò davanti ai miei occhi la più antica e silenziosa lezione vivente dell’universo – penso ancora tra me e me; una lezione che sfugge all’universo umano.
Sono un uomo fortunato perché, tra le mie certezze, posso anche accarezzare un albero.
Ciascuno avrà le sue fondamentali certezze, penso ancora.
Ma basta il tempo di mandare giù il respiro per capire che non è così, non per tutti, non per ‘ciascuno’.
Ho visto nei giorni trascorsi molte persone camminare alla ricerca della propria certezza: una casa, un diploma, una legge, una mamma, un contratto, una guarigione, un Paese, una famiglia, un messaggio, la verità, … 
Gli alberi m’insegnano la certezza che siamo uguali perché siamo diversi. Ma l’uomo questa uguaglianza non l’ha voluta, ha preferito il peso delle differenze; ha preferito oltraggiare l’uguaglianza soffocando la dignità.
Lo ha fatto, ad esempio, con il futuro dell’umanità, con i bambini.
Li ha armati, li ha costretti in molti casi a fare chilometri a piedi per andare a scuola; molti li ha affamati, altri li ha abbandonati per le strade o li ha strappati alle proprie madri con la forza delle onde del mare. Sono molti quelli di cui ha abusato, che fa lavorare come schiavi per ore e ore, che tiene sotto le bombe o confinati nelle periferie delle città.
L’uomo che non si prende cura dei suoi figli – nessuno escluso – a qualsiasi latitudine del mondo, che uomo è? 
Che uomo è l’uomo che lascia dissetare una bambina da una pozzanghera sulla strada?

Il passato si tinge di colore: il calendario 2018 di Lettere Meridiane

Saluti da Foggia e dalla Capitanata. Si intitola così il calendario 2018 che a partire da domani Lettere Meridiane offrirà in dono ad amici e lettori: più di quaranta immagini d'epoca di Foggia e della Capitanata, all'origine in bianco e nero, restaurate e colorizzate grazie ad un algoritmo di intelligenza artificiale profonda. Alcune sono già note, per essere state oggetto di apposite lettere meridiane nei mesi scorsi. Dieci sono del tutto inedite.
Tingere il passato di colori, farlo rivivere nella memoria collettiva per una identità ed un'appartenenza più consapevole alle terra che ci ha dato i natali.
L'idea di fondo del calendario è speculare a quella per cui è nato questo blog. Non vi sembri insolito, dunque, se Lettere Meridiane vi fa gli auguri per il nuovo anno, offrendovi un pezzo di passato e di memoria.
Il futuro sta scritto nel passato: sapere da dove veniamo, ci aiuta a capire dove andiamo.
Come sempre, accanto alle immagini, il calendario contiene le date più significative della storia della città e della provincia: un contributo alla sedimentazione di una memoria collettiva e condivisa.
Nel porgervi gli auguri per un anno nuovo ricco di serenità e di soddisfazioni, vi chiedo, cari amici e lettori, di aiutarmi a diffondere il calendario. Purtroppo, Facebook mi ha nuovamente inibito la possibilità di pubblicazione nei gruppi, e perciò vi chiedo di farlo al posto mio: condividete questo post e quelli al quale verrà allegato il Calendario sulle vostre bacheche social, sulle pagine e nei gruppi di cui fate parte. Auguri!
G.I.

sabato 30 dicembre 2017

"Dance and the City", la bellezza che danza per Foggia

La bella Foggia che ti sorprende e ti emoziona attraverso le immagini. Il foyer del Teatro Comunale Giordano ospita, fino al 6 gennaio prossimo, una mostra fotografica bella e insolita, frutto della riuscita convergenza e della positiva sinergia tra Gianmaria Pironti, fotografo particolarmente vocato alla narrazione della bellezza, e Giada Ordine, insegnante ed animatrice di quella eccellenza foggiana che è Tersicore Danza.
L'avevamo anticipata in un post precedente dedicato alle iniziative di arte fotografica che stanno impreziosendo l'offerta culturale delle settimane natalizie a Foggia, ed eccola qui.
L'idea da cui è nata la mostra è originale, e nello stesso tempo ardita: fotografare gli angoli esteticamente più significativi di Foggia, facendoli assurgere a set per le plastiche coreografie delle ballerine e dei ballerini della Tersicore, con la sapiente regia di Giada Ordine, per "cogliere - come dicono i curatori - la Bellezza tanto nel significato che nel significante, sottraendoli all’ovvietà e conferendo all'uno e all'altro rinnovato lustro."
Dance and the city è il tema della mostra, e mai inglesismo si è rivelato tanto azzeccato: guardando le sorprendenti immagini di Pironti e le incantevoli coreografie di Tersicore Danza si ha veramente l'impressione di stare in un altro posto. A Londra, in una capitale europea.
Sulle prime, guardando da lontano le fotografie, ci ero cascato anche io, ma è bastato uno sguardo più attento per essere ripagato dalla meravigliosa sorpresa: guarda un po' è proprio Foggia. Foggia nelle sue bellezze risposte e nascoste, Foggia che non d'aspetti, Foggia e la sua arte (c'è una foto scattata nel cortile di Palazzo Dogana, che ha come set una scultura di Corrado Terracciano, d'una bellezza che ti fa accapponare la pelle), Foggia nei suoi luoghi culturali troppo spesso sottovalutati o dimenticati, Foggia nei suoi luoghi simbolici. E così ti accorgi che "Piazza Mercato, la Villa Comunale, corso Vittorio Emanuele, paesaggi del quotidiano - come si legge nella brochure che accompagna la mostra - hanno una Bellezza non solo oggettiva ma anche e soprattutto affettiva: la corporeità della Danza personifica e rende esplicito il legame emotivo tra chi guarda e ciò che viene guardato."
"Il progetto cattura l’espressività e l’armonia della ballerine e dei ballerini inseriti nella scenografia di alcuni tra i posti più significativi della nostra città, dove il Bello emerge sempre, in alcuni casi in modo più evidente e in altri solo agli occhi di un osservatore attento. Il Bello è nel museo di Arte Moderna e Contemporanea; il Bello è nel Conservatorio in cui fotografia, danza e musica si sono incontrate, in un connubio tra le arti; il Bello è nella Biblioteca “La Magna Capitana” dove si conserva e si tramanda la memoria del nostro patrimonio, custodita per esempio nei Fondi speciali".
Il disvelamento della bellezza è pienamente raggiunto.
Bravo Gianmaria Pironti, brava Giada Ordine per averci regalato questo piccolo, inatteso capolavoro.
Geppe Inserra
(2. fine - La prima puntata, dedicata alla mostra di Michele Sepalone in corso all'Università del Crocese, è leggibile cliccando qui).

Se il campionato si giocasse fuori casa, il Foggia sarebbe in zona play off

La gioia di Berretta per la bella rete che aveva portato
il Foggia in vantaggio
Foggia dalle due facce. È la peggiore squadra della serie B per rendimento casalingo (soltanto 8 i punti conquistati allo Zaccheria su 10 partite giocate, frutto di una sola vittoria, 5 pareggi e ben 4 sconfitte), ma quando gioca lontano dalle mura amiche esibisce numeri da primato o quasi: 14 punti conquistati nelle partite esterne, con 4 vittorie, 2 pareggi e cinque sconfitte.
Se il campionato si giocasse soltanto fuori casa, il Foggia sarebbe all’8° posto, praticamente in zona play off, a soli 4 punti dal Palermo. E non è tutto: i satanelli detengono anche il record del migliore attacco fuori casa: 22 le reti messe a segno nelle 11 partite esterne.
La media punti ottenuta nelle partite giocate allo Zaccheria è molto magra, addirittura inferiore all’unità, essendo pari a 0.8, mentre fuori casa il Foggia ha raggranellato una media punti di 1.4 a partita.
Queste strane e, per alcuni versi, sconcertanti statistiche devono indurre ad un’approfondita riflessione soprattutto in vista del mercato invernale: non si tratta di comprare giocatori purchessia, ma di effettuare acquisti mirati, in grado di colmare le lacune della squadra.
Per quanto bizzarri, i numeri che abbiamo riferito rivelano una verità piuttosto evidente: il Foggia, soprattutto in attacco, si trova più a suo agio quando può disporre di spazi ampi, come accade fuori casa. Inoltre, il 4-3-3 con cui Stroppa ha giocato per quasi tutto il girone di andata funziona meglio nelle ripartenze, ed accusa invece difficoltà quando gli spazi sono stretti, come succede quando i satanelli affrontano gli avversari allo Zaccheria.
Questa sensazione viene confermata analizzando i dati relativi alle reti segnate e subite nelle partite casalinghe ed in quelle esterne. Il rendimento della difesa è quasi lo stesso: allo Zaccheria, il Foggia ha incassato 19 reti (1,9 a partita), nelle partite fuori casa 22 (2 a partita). In un caso e nell’altro si tratta di numeri pesanti, che attestano che la fase difensiva ha rappresentato uno dei problemi più serie del Foggia in questa prima fase del campionato. Ma, pur nella loro negatività, questi numeri dicono che la difesa ha giocato allo stesso livello, sia in casa che fuori.
Le cose cambiano sensibilmente prendendo in esame le reti segnate: 13 allo Zaccheria (1,3 a partita), 20 nelle partite esterne (1,8 a partita). L’attacco rossonero è stato dunque molto più performante fuori casa, che non allo Zaccheria. Il migliore del torneo, come abbiamo detto.
Per proteggere maggiormente la difesa, Stroppa ha corretto il tiro schierando spesso la squadra, nelle ultime partite, con un 3-5-2 che sembra avere effettivamente migliorato la fase difensiva, ma non ha risolto il problema offensivo e le difficoltà manifestate dai satanelli a rendersi pericolosi, soprattutto nelle partite interne.
C’è poi anche un problema di natura psicologica, che sembra angustiare i giocatori del Foggia. Quando gioca fuori casa e riesce ad andare in vantaggio, costringendo gli avversari a scoprirsi, il Foggia ha spesso messo al sicuro la vittoria segnando altre reti, com’è accaduto nella tripletta inflitta alla Salernitana.
Allo Zaccheria subisce invece la reazione avversaria, e non riesce a tenere il vantaggio, com’è accaduto l’altra sera col Frosinone.
Ma proprio la sfortunata partita con la seconda forza del campionato dovrebbe indurre a riflessioni prudenti: non è vero che i giocatori del Foggia non sono “da serie B”, come si sente in certi ambienti della tifoseria.
Con il Frosinone, il Foggia è stato costretto a patire la quarta sconfitta casalinga, ma con i laziali, i satanelli non hanno demeritato. La gara ha messo in evidenza un netto divario tecnico, ma si deve tener presente che due stagioni fa il Frosinone giocava in serie A e il Foggia in Lega Pro.
La partita è stata equilibrata, e la differenza l’ha fatta alle fine quel grande attaccante che è Ciofani, mentre il Foggia non poteva contare sul suo miglior attaccante, quel Mazzeo la cui assenza sta pensando molto più del previsto.
Le stesse statistiche della gara attestano una sostanziale parità, con 9 tiri (di cui 5 in porta) per parte, 5 corner dei ciociari contro i 3 del Foggia ed un possesso palla a vantaggio del Foggia (56 a 44%).
Da questi dati si deve ripartire, guardando al futuro con maggiore ottimismo. Del resto, se è vero che il Foggia conclude il girone di andata in piena zona play out, e con un solo punto di vantaggio sulla zona retrocessione, è vero anche che la classifica è corta: sopra i satanelli, nello spazio di 4 punti sono intruppate ben 7 squadre.
Sarà importante il mercato di riparazione, ma sarà ancora più importante che il Foggia e i tifosi ritrovino fiducia.

giovedì 28 dicembre 2017

L'antica stazione di Foggia nella magia della colorizzazione

Come da tradizione, anche quest'anno Lettere Meridiane regalerà ai suoi affezionati amici e lettori il calendario 2018, con le date che hanno contrassegnato la storia di Foggia e della Capitanata. Il corredo fotografico sarà quest'anno particolare: un'antologia delle foto colorizzate, sia edite, che inedite, elaborate dal nostro blog grazie all'applicazione dell'algoritmo messo a punto da  Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification) che prevede il ricorso a tecniche di intelligenza artificiale “profonda” per la colorizzazione di antiche foto in bianco e nero.
Amici e lettori già conoscono le fotografie così trattate, perché Lettere Meridiane gliene ha fatto dono nel corso del mesi estivi. Abbiamo pensato così di riunire le più belle (ma anche di offrirne delle nuove) in un calendario, che possa accompagnare per tutto il nuovo anno la (ri)scoperta degli angoli e dei posti più belli della provincia di Foggia.
Un piccolo assaggio di quello che sarà il calendario: la Stazione di Foggia, com'era prima che i bombardamenti della seconda guerra mondiale la radessero completamente al suolo e la nuova stazione ferroviaria, in una foto del 1954.

Si tratta di uno dei luoghi più simbolici del capoluogo dauno, che si trovò al centro della tragiche incursioni aeree degli Alleati proprio a causa dell'importanza del suo nodo ferroviario (e aeroportuale).
Come di consueto, offriamo ad amici e lettori la possibilità di scaricare le immagini in alta risoluzione, sia nella versione colorizzata che in quella in bianco/nero, restaurata digitalmente. Per guardare o scaricare le fotografie in alta risoluzione, fare clic sui relativi collegamenti.





mercoledì 27 dicembre 2017

Sapori della memoria | Semola battuta, ovvero il cous cous alla pugliese

C’è un piatto per ogni tempo. Dopo le scorpacciate natalizie, la tradizione alimentare pugliese prescrive menù di magro per i giorni successivi: per depurarsi e per prepararsi alle ulteriori libagioni di fine d’anno.
Via libera a brodi e minestre, dunque. In proposito, la tradizione foggiana mette in campo uno dei suoi gioielli, che è anche tra i piatti più rappresentativi del legame profondo tra gastronomia e i prodotti della terra dauna, e in particolare del Tavoliere.
La più grande pianura dell’Italia Meridionale è famosa in tutta Europa per il suo grano duro, che celebra il suo trionfo culinario nella Semola battuta, piatto semplice, ma pieno di gusto che ricorda il cous cous.
A Foggia si usa come pasta alimentare fresca da consumarsi in minestra, con brodo vegetale o di carne. È stata recentemente inserita nell’Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali tenuto dal Ministero dell’Agricoltura.
La preparazione è semplice, ed anche abbastanza veloce. Per 4 persone sono necessari 200 grammi di semola normale (per chi non lo sapesse, la semola è la farina di grano duro, mentre con farina s’indica, genericamente, quella ottenuta dalla macinazione del grano tenero), 100 grammi di formaggio pecorino grattugiato, due uova, e un ciuffetto di prezzemolo, da tritare finemente.
Porre tutti gli ingredienti su una spianatoia: prima la semola, a formare una sorta di fontana, quindi  il formaggio,  il trito di prezzemolo e il sale. Impastare lentamente, procedendo dall’esterno verso l’interno, in modo che gli ingredienti si amalgamino omogeneamente in un panetto, che dovrà risultare né troppo consistente, né eccessivamente morbido. Se l'impasto risultasse eccessivamente duro, può essere ammorbidito con l'aggiunta di un altro uovo.
Lasciarlo riposare per una ventina di minuti, coperto da un canovaccio, quindi “battere” il panetto per allungarlo, tagliarlo a pezzi, battendo ancora ciascun pezzo fino ad ottenere una sfoglia  di uno spessore di qualche millimetro. Con l’aiuto di un coltello lungo ed affilato tagliare i pezzi di pasta in modo irregolare in modo da ottenere vere e proprie briciole, che vanno quindi sgranate, per farle asciugare meglio. La consistenza dei grani dipende dal gusto personale.
Le briciole vengono, infine, cotte nel brodo bollente: bastano pochi minuti di cottura.
La tradizione vuole che la Semola battuta si mangi il giorno di Santo Stefano. Però a Foggia si usa tutto l’anno: è il must quando si tratta di accompagnare brodi, sia di tipo vegetale che di carne. Diciamo la verità: trasforma un anonimo e malinconico “brodino” in una delizia del palato.
Ricordo che, a casa mia, l’uso della Semola battuta non era limitato soltanto al brodo: personalmente, mi piaceva ancora di più quando mia mamma o mia nonna la condivano con pomodoro fresco.
In realtà, data l’evidente parentela della Semola battuta con il Cous Cous e con la Fregola Sarda (che però viene tostata in forno prima di essere lessata), ci si potrebbe sfiziare a sperimentare altri accostamenti, per esempio con i sapori marini (in Sardegna preparano una Fregola con le Arselle che è sublime, così come il Cous cous di pesce alla trapanese il cui bordo è il fumetto…).
Altre parentele la Semola battuta ne ha, come mi suggerisce l'amico Luigi Starace con i manfredoniani malinband (male impastati), e con certi sapori più nordici, come la Pasta Trida che fanno a Mantova, o la Pasta Rasa che si prepara in Emilia.
La differenza sta negli ingredienti base (faina di grano tenero nel primo caso, farina e pangrattato) e nella tecnica di preparazione: il panetto ottenuto dall’impasto viene grattugiato. Però come nel caso della ricetta pugliese, entrambi i tipi di pasta accompagnano il brodo, esaltandone il sapore e conferendogli una insospettata nobiltà.

martedì 26 dicembre 2017

Michele Sepalone riscopre Foggia, grande paese e piccola città

La Foggia bella, che non t'aspetti, e che ti induce a riflettere su come si potrebbe vivere meglio questa città e in questa città se fossimo tutti un po' più consapevoli di questa sua sommessa bellezza: questa Foggia sorprendente può essere scoperta e ammirata in due distinte mostre fotografiche di cui vi parlerò in questa e nella prossima lettera meridiana.
La fotografia sta conquistando meriti notevoli nel riconoscimento e nella valorizzazione di questa insospettata dimensione estetica della città. Potete accorgervene grazie alle preziose mostre di Michele Sepalone e Gianmaria Pironti (con la collaborazione di Giada Ordine) che resteranno aperte fino al l'Epifania, rispettivamente all'Università del Crocese in viale Candelaro e nel foyer del Teatro Comunale Giordano.
Non è forse un caso che ad ospitare queste belle mostre, siano da un lato il tempio della cultura popolare cittadina, e dall’altro il tempio della cultura, per così dire, ufficiale. Due luoghi simbolici, ma civici, che convergono a svelare un’immagine nuova della città.
Nell’Università di viale Calendaro, miracolo di partecipazione e di sinergia tra pubblico e privato (l’Università del Crocese guidata da Antonio Tannoia, è a tutti gli effetti una istituzione del Comune, ma viene gestita da un gruppo di studiosi, ricercatori e appassionati “corsisti” gratuitamente e senza fine di lucro), Michele Sepalone prova - con successo - ad intraprendere un viaggio nella dimensione più intima e forse sconosciuta della città: i quartieri, che per certi versi declinano  ancora la dimensione di Foggia grande paese o piccola città, tipica degli anni Sessanta del secolo scorso.
Il viaggio non può che cominciare dai due rioni per eccellenza: Candelaro e Borgo Croci, che Sepalone racconta con la consueta abilità, scoprendo e svelandone angoli, prospettive, dettagli che sfuggono a quel nostro “sguardo quotidiano” con cui osserviamo la città, senza vederla del tutto.
La reazione dei visitatori di fronte alle fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero, quasi a sottolinearne la non-quotidianità, l'epicità, è generalmente improntata a stupore. Mi è successo si sentire qualcuno che chiedeva dove si trovasse una bella statuina di San Pio immortalata  da Sepalone. La risposta è che la statua, voluta dalla pietà popolare, sorge soltanto a poche decine di metri dal luogo della mostra. Ecco, viviamo la città, ma senza vederla...
L’obiettivo di Sepalone sottrae strade, monumenti, chiese, statue, edicole votive, balconi e persino muri di cinta alla loro “quotidiana ordinarietà”, svelandone una bellezza inattesa: come nella sorprendente e simbolica simmetria tra lo storico olmo che si trova al centro dell’omonima piazzetta a Borgo Croci e una delle ultima fontanina dell’Acquedotto Pugliese o la sorprendente primavera foggiana che prorompe dalle stradine dietro la Chiesa delle Croci.
Gli ordinari quartieri della città raccontano, grazie a Michele Sepalone, una storia straordinaria, e ci insegnano a guardare alla città (e a viverla) con occhi diversi.
Fino all'Epifania un'altra mostra fotografica di Sepalone, Di-segni divini, dedicata alle Chiese della provincia di Foggia, è ospitata nella Chiesa del Carmine Vecchio.
(1.continua)
Geppe Inserra

lunedì 25 dicembre 2017

Gli auguri di Luigi Paglia con la deliziosa poesia natalizia di Thomas Eliot

A tutti gli amici gli auguri affettuosi per il Natale e per un 2018 ricco di poesia, di fantasia, di creatività, di realizzazioni, in buona salute, con la mediazione della poesia di Eliot.
Luigi Paglia
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Thomas S. Eliot
La coltivazione degli alberi di Natale 

Vari sono  gli atteggiamenti verso il Natale,
e alcuni li possiamo trascurare:
il mondano, l’apatico e quello commerciale,
il rumoroso (i bar  aperti fino  a tarda notte) e
il bambinesco – che non è quello del bambino
per cui ogni candelina è una stella e l’angelo
tutto d’oro che spiega le ali in cima all’albero
non è solo una decorazione, ma è un vero angelo.

Il bambino stupisce di fronte all’Albero di Natale:
lasciatelo al suo senso di miracolo
per la festa che è evento e non pretesto,
così che il fulgente rapimento, lo stupore
di quella prima volta ricordata, le sorprese,
l’incanto dei  primi  doni ricevuti
(ognuno con un suo eccitante profumo),
quell’aspettare l’anatra o il tacchino
e l’evento atteso e lo  stupore al loro apparire,

così che la reverenza e la gaiezza 
egli non scordi quando sarà grande,
nella grigia abitudine, nel logorio, nel tedio,
nel saper che si muore, nel senso dello scacco,
o nella pietà del convertito
che può tingersi di una vanità
a Dio sgradita e irrispettosa verso i bambini
(E qui io ricordo pure con dolcezza
Santa Lucia, la canzone, la sua coroncina di fuoco):

così che prima della fine, al Natale ottantesimo
(con ciò intendendo ogni ultimo natale),
le accumulate memorie dell’emozione annuale
si concentrino in una grande gioia
che sarà anche un gran timore, come nell’occasione
in cui il timore giunse ad ogni anima
perché il principio ci farà ricordare la fine
e il primo avvento la seconda venuta
                              (Traduzione di Luigi Paglia )

"Perché nasce ancora il bambinello": la poesia di Natale di Giovanni Battista Roselli

Non si può ascoltare la poesia sul Natale declamata da Giovanni Battista Roselli, senza lasciarsi prendere da una profonda commozione (potete scaricarla dal collegamento alla fine del post). È una poesia gioiosa, ottimista: “Natale è la festa della prijezza”, "Natale è la festa dell’allegria" sottolinea l’autore, e sembra quasi vederlo sorridere, mentre declama i suoi bei versi, che Lettere Meridiane pubblica grazie a suo figlio Gilberto, che ha custodito la preziosa registrazione e ha voluto condividerla con gli amici e i lettori del blog.
Il nodo alla gola nasce non soltanto perché sono versi belli, intrisi di gioia, di speranza, di augurio sincero. I Natali di Giovanni Roselli dovevano essere molto particolari, fintanto che è rimasto in vita. Perché due Natali li aveva vissuti in una particolarissima situazione, che avrebbe lasciato una traccia indelebile nella sua vita:il Natale del 1943 e quello del 1944, Roselli li aveva passati nel lager di Dachau, il più antico dei campi nazisti, fondato da Heinrich Himmler, tristemente noto per aver fatto da modello a quello di Auschwitz.
Su quella drammatica esperienza, Roselli ha lasciato un memoriale, pubblicato tempo fa da Lettere Meridiane, che potete leggere e scaricare qui.
Gli si può dunque credere quando, concludendo con un velo di commozione la sua bella poesia natalizia, dice: "e ‘ppe questa umanità, che non s’vol cchiù acconcià, mezz’au vov e ll’asinello nasc’ancora u Bambinill”. "È per questa umanità, che non si vuol più sistemare, che nasce ancora il Bambinello".
Versi ancora attualissimi, visti i venti di razzismo, di egoismo e di nazifascismo che soffiano ancora sull’Europa.
Ascoltateli scaricando la poesia declamata dalla voce di Roselli al collegamento qui sotto:
https://www.dropbox.com/s/17om20wupq9j8jg/NATALE.aiff?dl=0



Gli auguri natalizi di don Tonino Intiso e Savino Russo

Natale è la festa della memoria per eccellenza, perché si fonda sul far memoria dell'evento che per i credenti cambiò il mondo, e il corso della storia: la nascita di Gesù, l'arrivo in Terra del Dio che si fa Uomo, scegliendo di nascere, vivere e morire come un Uomo, per redimere l'umanità.
Alla memoria è dedicato il dossier natalizio che don Tonino Intiso ha preparato nel suo Eremo di via Risorgimento (sempre aperto a quanti vogliano incontrarlo, per ricevere qualcuna delle schegge di pensiero che predispone quotidianamente o anche semplicemente per farsi ascoltare, per riflettere, per pregare con lui: via Risorgimento 5, a Foggia tel. 0881-748041, cell. 329-3727236).
Il dossier, le cui pagine iniziali potete scaricare a questo link (il dossier completo sarà pronto nei prossimi giorni) parte su un prezioso disegno della Natività realizzato nel 1975 dal compianto Savino Russo, grafico e intellettuale, che fu molto legato a don Tonino Intiso. (Lo vedete all'inizio del post e lo trovate integralmente nel dossier che trovate qui).
Presentando il dossier e porgendo ai suoi amici gli auguri natalizi, il sacerdote ricorda il “sentire natalizio” di Savino, sottolineando che egli vive oggi il “compimento” di quella “attesa 75”, ed oggi ne diventa annuncio profetico da accogliere nel presente 2017, "in cui viviamo una “attesa" non diversa da quella
espressa negli auguri di allora."
"A che punto è l’attesa, lo stupore, l’entusiasmo - si chiede ancora don Tonino - per la venuta del BAMBINO GESÙ?". E conclude: "Buon Natale di rinnovata meraviglia di un Dio che attende che ci arrendiamo al suo AMORE senza tempo."

domenica 24 dicembre 2017

Manlio Guberti, il magico artista che amò il Gargano e visse a Torre Montepucci

Soffro della sindrome di Stendhal. La prima volta me ne sono accorto davanti alla Venere di Botticelli. Poi è successo al cospetto del David di Donatello. Più recentemente i sintomi si sono ripetuti davanti ai quadri di Wolfgang Lettl.
Fino a qualche giorno fa, era sempre accaduto davanti ad un'opera d'arte reale, tangibile. Poi, per la prima volta, la sindrome mi ha sorpreso mentre mi perdevo davanti ad una riproduzione digitale di una opera d'arte. Quella che apre e illustra questa lettera meridiana.
Allora non conoscevo né avevo letto nulla di Manlio.
Sono rimasto semplicemente abbacinato. Più che vertigine o spaesamento è stato come essere risucchiato da quella visione. Diventarne parte. Starci dentro e attraverso.
Poi Teresa Maria Rauzino mi ha “presentato” Manlio Guberti, inviandomi l’articolo che potete leggere qui sotto, in occasione della retrospettiva che la Galleria Medina ArteRoma gli ha dedicato per celebrare il centenario della nascita dell’artista(Se siete a Roma in questi giorni di festa, andate a visitarla, resterà aperta fino al 27 dicembre).
Artista sorprendente, che parla dritto all’anima, e la conquista, lasciandoti dentro l’insopprimibile desiderio di vedere ancora, di scoprire ancora. È quanto Lettere Meridiane cercherà di fare con la preziosa collaborazione di Teresa, per celebrare com’è doveroso la memoria di questo grande personaggio che ha amato molto la Capitanata e il Gargano, scegliendo di vivere nella Torre di Monte Pucci e  immortalando gli splendidi paesaggi del Gargano, promuovendoli nel mondo (g.i.). 
* * *
MANLIO, L’ ARTISTA CHE VISSE NELLA TORRE DI MONTEPUCCI (PESCHICI)
Intorno agli anni Cinquanta, la Torre di Montepucci divenne, per qualche anno, la residenza di Manlio Guberti che vi aprì un ospitale “Club della Tavolozza”. Pittore, incisore e poeta, era un uomo coltissimo, curioso di tutto, che amava molto la solitudine del selvaggio Gargano, e di Montepucci in particolare. 
Manlio era capace di contemplare un’onda, intuendo l’ordine nell’apparente disordine e leggendovi armonie “frattali”. Scrive nel suo epistolario dal Monte Orcius: «In questi giorni ho fatto diversi studi di onde, specialmente vedendole dall’alto capisco perché gli antichi aggiogarono al carro di Poséidon i cavalli, che sono forse gli animali più belli della terra…».

Gianni Ruggiero interpreta "La vigilia" di Raffaele Lepore

Una vigilia di Natale trascorsa "alla foggiana": tra pettole, mangiate pantagrueliche, poesie recitate dai nipotini... alla frustrante ricerca di un po' di tranquillità e di pace. Ne "La vigilia", pubblicata all'interno della raccolta Carosello foggiano (Foggia 1970), Raffaele Lepore offre un impareggiabile saggio di poesia dialettale, contaminata da una profonda teatralità e da una vena di delicata malinconia.
Si sorride, si ride ma alla fine ci si interroga su quale sia il vero senso del Natale.
Egli stesso poeta, esponente di punta della nouvelle vague dei poeti dialettali dauni, cantautore e finissimo dicitore, Gianni Ruggiero ha interpretato da par suo questo classico della poesia foggiana (che potete leggere nel bel sito di Tonio Sereno sul dialetto foggiano, cliccando qui) durante la bella conversazione di storia locale promossa dalla Biblioteca Provinciale di Foggia, e svoltasi il 13 dicembre scorso, sul tema "Poesia e poeti dialettali foggiani".
Lettere Meridiane fornirà un ampio resoconto della conferenza nei prossimi giorni.
Per il momento gustatevi "La vigilia" di Raffaele Lepore, interpretata da Gianni Ruggiero.

sabato 23 dicembre 2017

In regalo un cd con le più antiche incisioni di canti natalizi

Da sempre, i canti e le melodie natalizie fanno parte della storia della musica e sono tra i brani più incisi di tutti i tempi, e su tutti i supporti. Perfino quando i dischi ancora non esistevano, e la canzoni veniva registrate su cilindri.
Il bello è che la rete ha reso disponibili al grande pubblico queste sonorità e queste melodie, in precedenza riservate ad una ristretta cerchia di appassionati.
Lettere Meridiane regala ad amici e lettori un cd contenente un'ampia selezione di questi brani, che fanno parte della preistoria delle tecnologie di incisione. Si tratta di brani della tradizione natalizia internazionale, diversi dei quali hanno più di cent'anni.
È certamente suggestivo ascoltarli nel loro suono originale, e pensare che la digitalizzazione ha sottratto questi preziosi supporti al rischio di un'usura irreversibile.
Tutti i brani sono stati selezionati e tratti dalla straordinaria collezione 78 RPMs and Cylinder Recordings di Archive.org.
Potete scaricarlo per intera, zippato, a questo link: https://www.dropbox.com/s/ld4b3pejsc52mq8/disconatale.zip?dl=0
oppure, traccia per traccia cliccando sui relativi collegamenti, qui sotto
  1. Silent Night, Hallowed Night (Haydn Quartet, 1905) - 2' 12"
  2. Adeste Fideles (John McCormack and William Reitz, 1915) - 3' 56"
  3. Sleigh Ride Party / Jingle Bells (Edison Male Quartette, 1898) - 2' 32"
  4. Cantique De Noel (Albert Quesnel, 1915) -  3’ 46
  5. O, Tannenbaum (Nebe-Quartett, 1905) - 2 ‘ 04”
  6. The Star of Bethlehem (Harry MacDonough, 1909) - 3' 43"
  7. Ring Out The Bells for Christmas (The Edison Concert Band, 1912) - 3’ 52”
  8. Weihnachtslieder-Potpourri - Christmas Carol Medley (Nebe-Quartett, 1908) - 4' 13"
  9. Come and Spend Christmas With Me (Byron G. Harlan , 1909) 3 ’09”
  10.  Noel - Holy Night (Venetian Trio, 1916) - 3' 33"

Infine, i collegamenti agli altri gadget di Lettere Meridiane, offerti in omaggio nei giorni scorsi:

Quando un piatto diventa un bene culturale: la Zuppetta natalizia di San Severo

Ci sono piatti legati indissolubilmente all’identità più profonda di una comunità, che rappresentano qualcosa di più di una tradizione, perché si trasformano in un tratto comune, in un forte momento di condivisione.
Uno di questi è sicuramente la Zuppetta che si prepara a San Severo, il giorno di Natale. Come dice la mia cara amica e collega, Cristina Mundi: “a San Severo esiste una sola certezza: la Zuppetta. Poi possiamo parlare di tutto, le bombe, le estorsioni, l’Amministrazione che piace o non piace. Ma la Zuppetta,  regina del nostro Natale, unisce. Vessati e vessatori, amministratori e amministrati, amati e detestati, guardie e ladri,  se sono di San Severo mangiano la Zuppetta il 25 dicembre. E quel giorno, una volta all’anno, c’è un’unione. L’ho sempre pensata così. Ogni volta che mi siedo a tavola a Natale, penso e spero che i miei concittadini provino quello che provo io. La condivisione. Una grande Comunità che sta vivendo lo stesso  momento. Tutti, e dico tutti, siamo lì a fare la stessa cosa."
È così che un piatto, seppur monumentale come la Zuppetta, diventa un autentico bene culturale. Sconfinando perfino nella letteratura. Troverete alla fine del post una divertente e raffinata poesia dialettale di Attilio Littera che racconta la storia e la ricetta. Ma di recente la Nostra si è conquistata perfino gli onori della letteratura fiction che conta. La mitica Zuppetta di San Severo figura infatti tra i piatti preferiti di Lolita Lobosco, commissaria di polizia creata dalla penna e dalla fantasia della scrittrice barese Gabriella Genisi, protagonista di una fortunata serie di romanzi.
Lolita, equivalente femminile del commissario Montalbano, confessa nell'ultimo romanzo della serie, Dopo tanta nebbia, la sua nostalgia per la Zuppetta di San Severo, ricordando quando la Zia Chiarina, originaria della zona, la preparava in gran quantità per il pranzo di Natale.
E veniamo alla ricetta, e alla sue molte varianti.
Alla base c'è il pane che dev'essere raffermo e "a pagnotta". Suggerirei più quello di Monte Sant'Angelo o comunque garganico, che non quello di Altamura che col pancotto non c'entra granché. Va tagliato a fette, né troppo spesse, né troppo sottili. La preparazione ricorda quella delle lasagne: quindi le fette dovranno essere piuttosto sottili, ma spesse quanto basta per assorbire il brodo durante la lunga cottura, senza perdere consistenza. Le fette vanno abbrustolite.

La Carpinese, archetipo che canta con la voce e la chitarra di Aronne Dell'Oro

La Carpinese è tra i brani più ripresi e più citati di You Tube. Ogni tanto spunta fuori una nova versione, sempre diversa rispetto alle altre. Perché La Carpinese invita alla sperimentazione, come una sirena nelle acque del Gargano. Non è trendy, non è una moda. Semplicemente è. Archetipo che canta, e t’incalza e ti strugge.
Ultima in ordine di tempo a comparire sulla piattaforma di condivisione dei video, ma tra le prime e più importanti per qualità, originalità e spessore è la versione di Aronne Dell’Oro, il cui “Canto alla Carpinese” offre sonorità inedite e profonde, suggestioni avvolgenti e ammalianti all’archetipo che canta. Cantante e chitarrista milanese con genitori salentini, virtuoso delle tecniche fingerstyle tipiche del folk britannico, Dell'Oro si cimenta con successo con il fascino della taranta pugliese, sfornando una interpretazione originale e sorprendente dell’antica canzone garganica, esaltata anche dalla bellezza delle immagini del videoclip che l’accompagna e che potete vedere qui sotto.
Il canale YouTube del talentuoso cantautore e musicista, autentico menestrello del Mediterraneo, come ama definirsi, è una piacevole scoperta anche per gli appassionati di canzone partenopea e vi suggerisco di farci un salto. Qui la pagina Facebook di Aronne, che merita un “mi piace”.
Il Canto alla Carpinese è disponibile anche su Spotify e su Apple Music.
Guardatelo. Cantatelo. Suonatelo. Amatelo. Condividetelo.

venerdì 22 dicembre 2017

Biccari lancia l'appello: un film in crowdfunding su Ralph De Palma, l'uomo più veloce del mondo

Quello di Ralph De Palma è uno dei casi più clamorosi di “smemoramento collettivo”. Stiamo parlando del pilota automobilistico che ha vinto più di tutti, nella storia delle quattro ruote. Famosissimo e celebratissimo negli USA, in provincia di Foggia e nella sua Biccari lo conoscevano in pochi, prima che a Maurizio De Tullio, bibliotecario, tenace cercatore di tracce, giornalista e saggista, non venisse in mente di recuperarne la memoria e raccontarne la storia nel bel libro Ralph de Palma. Storia dell'uomo più veloce del mondo che veniva da Foggia.
Da allora, è stato tutto un susseguirsi di iniziative di valorizzazione di questa gigantesca figura di uomo e di sportivo, nel tentativo di ritessere il legame con la terra che a De Palma ha dato i natali: Biccari, Monti Dauni, provincia di Foggia, Puglia.
Si sta distinguendo in questo l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Gianfilippo Mignogna, che dopo una mostra, un convegno e diverse altre iniziative di sensibilizzazione, adesso intende puntare ancora più in alto per onorare la memoria di Ralph De Palpa e consolidare il suo legame con Biccari.
Il sindaco Mignogna, assieme al regista romano Antonio Silvestre (che vanta genitori biccaresi e un profondo legame con i Monti Dauni) sta pensando ad un’opera cinematografica che racconti all’Italia la storia di questo grandissimo e straordinario campione, capace di imprese che lo hanno portato di diritto nell'olimpo dell'automobilismo americano e mondiale. Lo stesso Enzo Ferrari, rispondendo a domande su chi avesse ispirato la sua carriera e i suoi successi, fece il nome di Ralph De Palma.
A firmare la regia del documentario sarà Antonio Silvestre. Del tutto originale la modalità di produzione individuata dai promotori dell’iniziativa: il docu-film sarà realizzato attraverso un’azione di crowdfunding, cioè attraverso le libere donazioni da fare on line sul sito https://www.produzionidalbasso.com/project/ralph-de-palma-luomo-piu-veloce-del-mondo/
Raffaele “Ralph” De Palma è nato a Biccari nel 1882. Emigrò negli Stati Uniti nel 1893 ed iniziò a guidare le auto da corsa nel 1908 dopo aver praticato ciclismo e motociclismo con altrettanta capacità e conseguendo numerose vittorie. Nel 1915 vinse la “500 Miglia di Indianapolis” con una Mercedes, casa automobilistica della quale segnerà i principali successi internazionali. Dal 1915 a oggi, nessun altro pilota italiano ha più vinto a Indianapolis!

I ragazzi della Casermette: un pezzo di storia di Foggia sottratto all'oblio

Le Casermette hanno scritto un pezzo importante della storia di Foggia. All’indomani dei bombardamenti che rasero al suolo la città, nella tragica estate del 1943, ospitarono infatti centinaia di famiglie rimaste senza tetto. Nelle costruzioni militari della Caserma Pedone nacque un vero e proprio villaggio, che rimase in vita fino a quando la ricostruzione e i programmi di edilizia popolare postbellici non assicurarono una dignitosa sistemazione agli sfollati, scrivendo pagine importanti, ma ancora poco note della storia del capoluogo dauno.
Le Casermette rappresentarono quasi una enclave nella città che faticosamente andava rialzandosi dalla guerra: vi si formò una intera generazione di ragazzi, un universo di microstorie all’interno della più generale (e nota) storia della città, fortunatamente strappate all’oblio dalla penna di Gino Sciagura.
Nato a Foggia nel 1949, Sciagura visse la sua adolescenza alle Casermette. Al suo esordio letterario, ha raccontato quella esperienza in un bel romanzo autobiografico, I ragazzi della Casermette, la cui nuova edizione è uscita da qualche giorno, per i tipi di Schena Editore.
Al centro del volume il grande senso di solidarietà degli ufficiali e dei militari di stanza alla Caserma Pedone, e la storia della forte amicizia che legò Gino ad un coetaneo, affetto di disabilità. Grazie alla loro reciproca amicizia, i due ragazzi riuscirono a superare con successo le dure prove che la vita aveva loro riservato.
Ha scritto il col. Vincenzo Cipullo, che all’epoca della pubblicazione della prima edizione dell’opera comandava il 21° Reggimento di artiglieria terrestre Trieste: “La lettura di questa storia vera,sincera e commovente emozionerà il lettore, facendogli comprendere l’importanza dei valori etici e morali che dovrebbero sempre guidare il nostro operato, nonché quello della società in cui viviamo.”
Il romanzo trasmette un alto messaggio morale: l’invito a mantenere sempre un atteggiamento positivo verso la vita, e a non arrendersi mai.
All’uscita della prima edizione, il volume venne presentato al pubblico in una bella serata svoltasi nella Caserma Pedone nel corso del Festival del Cinema Indipendente di Foggia, alla presenza di Michele Placido, che lesse alcune pagine del volume.

La seconda edizione, pubblicata dall’editore Schena, si presenta in una veste grafica rinnovata, ed è disponibile nelle migliori librerie foggiane. Se volete fare ad un vostro amico o ad un vostro caro, appassionato della storia di Foggia, ma anche di storie ben scritte e coivolgenti, il libro di Sciagura fa decisamente al caso vostro.

giovedì 21 dicembre 2017

Foggia, cuore smisurato

Che Foggia all'Arechi di Salerno. Gioca per 90' minuti a viso aperto, con il cuore in mano al cospetto di una Salernitana che fino a stasera sul suo terreno di gioco aveva dettato legge o quasi, senza uscire mai sconfitta. Ribatte colpo su colpo ai padroni di casa, e al momento giusto, non perdona: 3-0, con doppietta di uno straordinario Floriano (gol da cineteca il secondo messo a segno addirittura al 95', un attimo prima del triplice fischio dell'arbitro) e Agazzi, protagonista di una gara maiuscola, come il resto del centrocampo e non solo. Se stasera il 3-5-2 mandato in campo da Stroppa è apparso irresistitibile, la vera notizia della serata sta nel comportamento della difesa: è vero che i campani hanno colpito per tre volte i legni, ma i difensori rossoneri hanno concesso molto poco ai salernitani, e Tarolli ha fatto il resto.
Difficile trovare un simbolo per una serata così, che riaccende e legittima speranze in un campionato più sereno. Sicuramente quel ragazzino tra i pali: le ha prese tutte, dimostrando una maturità ed un'affidabilità che torneranno preziose nel prosieguo del torneo. Ma poi senz'altro Martinelli, spesso contestato dal pubblico rossonero. È stato stasera un guerriero al centro dell'area, non ha perso un duello che sia uno. E ancora: il ritrovato Rubin, il solito, inesauribile, capitano Agnelli, l'intelligente Agazzi e soprattutto Deli. Sembra essere il centrocampista che all'inizio del campionato aveva balbettato, la chiave di volta di quella che potrebbe essere la rinascita rossonera: protagonista della rimonta casalinga con il Venezia, a Salerno ha fatto la differenza, per classe, per intelligenza, per senso del gioco, per il prezioso assist ad Agazzi che ha portato al secondo gol e ha messo in ginocchio la Salernitana.
Gli attaccanti, tutti sugli scudi: Floriano ha giocato 28' segnando due gol. Roba da fantascienza. Ma prima di lui Chiricò aveva messo spesso in crisi la difesa salernitana e Beretta, pur senza mai rendersi pericoloso si era sacrificato correndo come un dannato e recuperando spesso palloni preziosi.
La vittoria rossonera è impreziosita dal fatto che la Salernitana non ha demeritato, anzi. È stata una bella partita, come se ne vedono poche nel torneo cadetto. Forse lo 0-3 punisce più del dovuto la squadra di Colantuono, ma dà il giusto merito a quello che è il grande protagonista della serata: Giovanni Stroppa, domenica scorsa aspramente contestato dalle curve, non ha sbagliato nulla. Ha rischiato, proponendo un modulo di gioco diverso dal consueto 4-3-3-, ha (ri)trovato in Deli un regista in grado di interpretarlo e, soprattutto, ha azzeccato tutte le sostituzioni: Floriano ha segnato la doppietta, Calderini ha fatto impazzire la difesa avversaria con le sue ripartenze, Figliomeni, fatto entrare al posto di Rubin ha chiuso i varchi e le residue speranze in una possibile rimonta.
È stata però prima di tutto la vittoria del cuore. I rossoneri sono scesi in campo convinti che doveva fare il possibile per evitare un altro passo falso. E che bel regalo di Natale hanno fatto i satanelli ai loro tifosi.

Ecco il Presepe Vivente di Ascoli Satriano: un tripudio di fede, spettacolo, luci e sapori

È tutto pronto, ad Ascoli Satriano, per la terza edizione del Presepe Vivente. L’attesa manifestazione che, per numero di attori e figuranti, ambientazione, qualità culturale e offerta gastronomica si sta segnalando come una delle più belle che si svolgano in Puglia e in Capitanata, si terrà il 22 e il 23 dicembre, a partire dalle ore 18.00, nella spettacolare cornice del centro storico dell’antica città dauna.
A mettere in scena il Presepe vivente è l’Associazione Ausculum in Apulia, in collaborazione e con il patrocinio gratuito del Comune di Ascoli Satriano. La rappresentazione della Natività viene riproposta in chiave ebraica, secondo lo spirito dell’epoca, e si snoda attraverso l’irripetibile itinerario offerto dal centro storico di Ascoli, città ricchissima di storia e di passato, ma anche di tradizioni e cultura millenarie.
Oltre che visitato ed ammirato, il percorso va anche gustato, grazie alle degustazioni enogastronomiche realizzate con i prodotti della ricca produzione agro-alimentare ascolana. A rendere ancora più suggestivo l’evento, suoni, luci ed effetti speciali, con sorprese tutte da scoprire e personaggi storici in costume d'epoca.

Ascoli Satriano aspetta tutti i pugliesi e i dauni, per offrire loro un’esperienza che resterà sicuramente scolpita nel ricordo.

Antichi sapori perduti del menù natalizio

Ci sono tradizioni che durano ed altre che si appannano, fino a scomparire o quasi. Perfino a Natale, festa della tradizione per eccellenza. I piatti che vi racconto in questa lettera meridiana facevano parte una volta dei menù delle feste di fine d'anno. Ormai sono quasi del tutto in disuso: se ne ha memoria perché le ricette sono state pubblicate nei libri che si occupano di tradizione culinaria.
Se siete ancora indecisi sul menu natalizio, forse vale la pena di provare.
Anguilla e capitone sono un must a Natale, ma soprattutto come secondi, consumati fritti oppure arrosto. A Rignano Garganico, ma anche in altre località del Gargano e della Puglia in generale, si usava mangiarli come ingrediente base del ragù magro con cui veniva condita la pasta, la sera della vigilia.
Ho trovato la ricetta sull’ottimo volume Natale tra ieri e oggi che Angelo Capozzi e Antonio Del Vecchio hanno dedicato alle tradizioni, agli usi e ai costumi natalizi di Rignano. Con alcune varianti, la ricetta è pubblicata anche nella “bibbia” della gastronomia pugliese, La cucina pugliese di Luigi Sada.
La differenza riguarda il tipo di pasta cui abbinare il sugo di anguilla: tagliatelle nel caso della cittadina garganica, mentre nel libro di Sada si parla di lagane, lasagnette casalinghe che si preparano con sola farina, acqua tiepida e sale.
La sfoglia ricavata dopo l’impasto viene tagliata a strisce sottili, a mo’ di fettuccine, che vanno fatte asciugare per qualche ora prima di metterle a lessare.

L'antimeridionalismo di Sergio Marchionne

Tutto si può dire di Sergio Marchionne, ma non che non sia sincero. Personalmente lo ritengo un’icona, un oracolo del capitalismo aggressivo che si è impadronito del mondo. Ogni volta che parla dice verità profonde, perfino quando sbrocca, come gli è successo durante il pranzo di Natale della Ferrari quando ha esortato il pilota di punta della scuderia, Sebastian Vettel, ad essere meno meridionale nella prossima stagione.
"Non leggo fragilità in quei suoi moti di rabbia. Piuttosto di carattere - ha detto il presidente della Rossa-. Credo che Sebastian Vettel sia un po’ meridionale e ogni tanto gli saltano un po' i nervi. Seb ha dimostrato però che studia molto se stesso, si impegna. Nel 2018 credo che la sua componente meridionale non la vedremo, ha imparato abbastanza".
Con il garbo e lo stile che lo distingue, Marchionne ha svelato il suo pensiero in materia di questione meridionale e dintorni, iscrivendosi allo stereotipo del meridionale focoso e poco riflessivo, in preda alle emozioni e per ciò stesso incapace di vincere.
E pensare che qualche anno fa, l’allora premier Matteo Renzi benediceva il meridionalismo di Marchionni. Lo ricordate? “Io penso che in questo paese abbia fatto più Marchionne, più alcuni imprenditori, che certi sindacalisti. Oggi le jeep si fanno in Basilicata.”
La verità è che il presidente della Ferrari, che doveva essere per le Rosse l’uomo della Provvidenza, riscattandole dal disastro della gestione Montezemolo, non trova di meglio di scaricare le responsabilità dell’ennesima sconfitta sui lavoratori, e in questo caso sul pilota.
È appena il caso di ricordare che Vettel il napoletano, prima di approdare alla casa di Maranello, di titoli mondiali che aveva collezionati ben quattro guidando la Red Bull. Non sarà che a far cilecca non è tanto il carattere del pilota tedesco, quanto la macchina che Marchionne l’oracolo gli ha affidato?

mercoledì 20 dicembre 2017

Gino Caiafa legge la storia di Natale di Alfonso Foschi

Il bel racconto di Natale di Alfonso Foschi, in cui l’autore racconta la storia di un fortuito incontro che ha illuminato un Natale di tanti anni fa, è stato particolarmente apprezzato dagli amici e i lettori di Lettere Meridiane. Foschi racconta una vicenda esemplare di “come eravamo” alcuni decenni fa, quando erano gli italiani a cercare fortuna all’estero, spesso senza trovarla, e pagando un prezzo molto elevato al lavoro in miniera.
Grazie all’attore Gino Caiafa (che ringrazio molto per la sua squisita sensibilità), il racconto “Pane e carbone” è diventato un’audiostoria, ben recitata, intensa, coinvolgente. Potete ascoltarla, e guardarla nella sequenza di diapositive che l’accompagna, qui sotto. Con il commento "una bella, umanissima storia  vera  di Natale, piena di incanto e di nostalgia...", Caiafa l’ha pubblicata sul suo bel canale You Tube, dove offre ad amici e fan deliziose interpretazioni, sia di poesie o prose di particolare valore letterario, che di canzoni classiche (Gino è anche un bravo cantante).
Ascoltate/guardate l’audiostoria. Commuovetevi. Condividetela.

martedì 19 dicembre 2017

Papa Francesco a San Giovanni Rotondo. Il vescovo Castoro: "Lo aspettiamo con grande apertura di cuore"

Il sogno si è avverato, e non poteva esserci momento più propizio per comunicarlo di questi giorni d’avvento: il 17 marzo 2018, papa Francesco sarà in visita pastorale a San Giovanni Rotondo, per il cinquantesimo anniversario della morte di San Pio da Pietrelcina. Lo ha riferito il direttore della Sala stampa vaticana Greg Burke.
Bergoglio sarà il terzo Papa a recarsi a San Giovanni Rotondo, dopo san Giovanni Paolo II il 23 maggio 1987 e Benedetto XVI il 21 giugno 2009. Francesco dedicherà l’intera giornata a rendere omaggio alla memoria di padre Pio. In mattinata, prima di raggiungere il Gargano, sarà infatti a Pietrelcina, per il centenario delle stimate che colpirono il frate, indicando l’inizio del percorso che lo avrebbe portato alla Santità.
Dopo una breve sosta di preghiera nella Cappella delle Stimmate, il Santo Padre incontrerà i fedeli sul piazzale della Chiesa, quindi saluterà la Comunità dei Cappuccini e una rappresentanza di fedeli, per riprendere l’elicottero vaticano che lo porterà a San Giovanni Rotondo, atterrano nel campo sportivo della cittadina garganica. Il Pontefice sarà accolto dall’Arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Mons. Michele Castoro, e dal Sindaco di San Giovanni Rotondo,  Costanzo Cascavilla. Il Papa si recherà quindi all’ospedale voluto e costruito da San Pio, Casa Sollievo della Sofferenza, dove incontrerà i piccoli ospiti del reparto di Pediatria Oncologica.
Alle 11.00, sul Piazzale della Chiesa di San Pio da Pietrelcina la Concelebrazione Eucaristica, durante la quale Francesco pronuncerà l’omelia.
Al termine della Santa Messa il saluto di Mons. Castoro. Come a Pietrelcina, anche a San Giovanni Rotondo il Santo Padre saluterà la Comunità dei Cappuccini e una rappresentanza di fedeli.
Alle 12.45 il decollo dal campo sportivo di San Giovanni Rotondo, e il ritorno a Città del Vaticano, previsto alle 13.45.
“È la notizia che allieta il nostro Natale di quest’anno” commenta mons. Michele Castoro in una dichiarazione rilasciata all’agenzia SIR.

lunedì 18 dicembre 2017

La storia calpestata: il Tg3 sbaglia re!

Il ritorno in Italia delle spoglie mortali di Vittorio Emanuele III ha rilanciato il tema della memoria condivisa che il Paese fa fatica a darsi. A giudicare dal modo con cui alcune testate nazionali hanno dato la notizia, non c’è però soltanto il problema della condivisione della storia nazionale, ma anche quello della pura e semplice conoscenza dei fatti.
La redazione del Tg3 di ieri sera ha commesso un imperdonabile errore, denotando una conoscenza piuttosto approssimativa di alcuni passaggi cruciali della storia del Paese. Ecco come la conduttrice della edizione delle 23.15 ha presentato il servizio: “Tumulate nel Santuario di Vicoforte di Mondovì le spoglie di Vittorio Emanuele III rientrate dall’Egitto tra le polemiche. Fascismo e leggi razziali segnano il giudizio storico su quello che è stato l’ultimo Re d’Italia fino al 1946, quando il Paese scelse la Repubblica.”
Sbagliato. L’ultimo re d’Italia non è stato Vittorio Emanuele III e, quando il Paese scelse la Repubblica, il sovrano i cui resti sono tornati ieri in Italia era già da tempo in esilio. L’ultimo re d’Italia nonché il sovrano cui è toccato dover prendere atto della sconfitta della monarchia al Referendum costituzionale non è stato Vittorio Emanuele III, ma suo figlio Umberto II, a favore del quale il primo abdicò il 9 maggio del 1946.
Il regno di Umberto II è stato  brevissimo, non a caso è passato alla storia come “re di maggio”. Poco più di un mese dopo, appresi i risultati del referendum costituzionale che premiava la Repubblica, e non senza laceranti polemiche che avrebbero potuto innescare una nuova guerra civile, re Umberto II lasciò l’Italia, stabilendosi in Portogallo.
Pur essendo divenuto formalmente sovrano dopo l’atto di abdicazione di Vittorio Emanuele III, già da tempo Umberto esercitava i poteri regali, essendo stato nominato dal padre il 5 giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, luogotenente generale del Regno. Sembra che sia stato il solo componente della famiglia Savoia ad opporsi alla fuga da Roma, che portò il Re e la sua corte a Brindisi e che durante il viaggio manifestò più volte la volontà di tornare nella Capitale per organizzarvi la resistenza armata.
Per un paradosso della storia, mentre sono tornate in Italia le spoglie di Vittorio Emanuele III, il re che trascinò l’Italia in guerra e firmò le leggi razziali, quelle di suo figlio Umberto II riposano ancora all’estero, presso l’Abbazia di Altacomba, a Saint-Pierre-de-Curtille, in Francia
Si tratta di un periodo storico oscuro, tormentato, ancora difficile ma comprendere e metabolizzare, operazioni che sarebbe propedeutiche alla sedimentazione della memoria condivisa che da qualche parte si invoca.
Ma proprio per questo, sviste  e leggerezze come quella commessa ieri sera dal Tg3 sono ingiustificabili.

domenica 17 dicembre 2017

Una storia di Natale / Pane e carbone (di Alfonso Foschi)

Ringrazio molto Alfonso Foschi, docente originario di San Severo, che da tempo risiede a Genova per aver voluto regalare agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane questo struggente racconto natalizio. Una storia di povertà, emigrazione e di solidarietà che deve farci riflettere.
Il racconto mi ha profondamente commosso. Se commuove anche voi, fate una preghiera per Mario. (g.i.)
* * *
In un primo mattino, buio e piovoso, dei primi giorni di dicembre 1964, con la mia “cinquecento” avevo da poco lasciato l’estrema periferia nord di Genova e imboccato la SS 45 per raggiungere la mia piccola scuola rurale di Olcesi, un pugno di casette in cima alia collina. Pioveva a dirotto e con tale violenza che a stento il tergicristallo riusciva a darmi brevi e intermittenti spazi di visibilità. Ad un tratto intravidi la tremula sagoma di una persona che procedeva incerta lungo il ciglio della strada; camminava lentamente, un po’ curva, per difendersi dalla pioggia che tuttavia la flagellava impietosamente.
Quando giunsi alla sua altezza, si fermò, si voltò verso di me e, timidamente fece un cenno di autostop. Ebbi qualche istante di esitazione, ma poi prevalse la pietà: feci una breve marcia indietro, raggiunsi l’uomo, aprii lo sportello e lo invitai a salire.
Il mio ospite, che da ora in poi chiameremo Mario, era un uomo sulla cinquantina, di media statura, esile e visibilmente sofferente nel corpo e nello spirito, indossava un vecchio e logoro impermeabile; sedendosi sistemò sulle ginocchia un fagotto informe e fradicio e si scusò per il fastidio che mi dava.
Incominciammo a parlare e capii subito che era un uomo del sud e la sua parlata mi sembrava familiare. Gli chiesi di dov’era e mi rispose che era pugliese, di Foggia.
“Foggia Foggia?” Lo incalzai.
“No” rispose lui “ di un paese vicino, San Severo.
San Severo! A quel nome rimasi per un istante silenzioso, la commozione mi impediva di parlare, poi, quando mi sentii pronto, dissi a Mario che io quel paese, San Severo, lo conoscevo e mi era anche molto caro perché vi ero nato 29 anni prima e poi, subito dopo la guerra, ancora bambino, trasferito a Genova con la famiglia.

La leggenda di Cristalda e Pizzomunno (di Giuseppe D'Addetta)

Garganici entusiasti, com'era del resto lecito attendersi, dalla notizia dello sbarco in pompa magna nell'olimpo della canzone italiana della Montagna del Sole, grazie a Max Gazzé (e naturalmente al direttore artistico del Festival di Sanremo, Claudio Baglioni, che ha selezionato il brano) che porterà sul palco del teatro Ariston la storia garganica per eccellenza, La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.
È già scattato il conto alla rovescia e cresce l'attesa per il 6 febbraio, data in cui per la prima volta il popolare cantautore romano eseguirà la canzone.
Aspettando con ansia l'esordio sanremese del brano, ecco per gli amici e i lettori la storia dei due più celebri innamorati pugliesi, resa in qualche modo attuale dal recente sceneggiato televisivo sulle Sirene, che nella vicenda garganico hanno un ruolo, purtroppo, decisivo.
La presentiamo nella versione scritta da Giuseppe D’Addetta in uno dei primi numeri da La Tribuna di Foggia, settimanale di ispirazione democristiana che si pubblicava negli anni Cinquanta.
Se fosse ancora vivo, l'autore certamente non starebbe nella pelle per la notizia della canzone di Gazzé che porterà la storia sul palco canoro più importante d'Europa.
D'Addetta è stato tra gli intellettuali garganici più attenti alla valorizzazione del promontorio, e tra i più abili a raccontarne le millenarie radici. Nato a Carpino nel 1899, ha scritto molti libri sulla Montagna del Sole, ed è stato tra i primi ad intuirne il potenziale, battendosi tenacemente per superare i localismi e i campanilismi, e privilegiando la narrazione del Gargano come unicum.
D’Addetta fu molto attivo come scrittore e come giornalista. Fondatore del periodico Rinascita Garganica, ebbe il merito di rilanciare la pubblicazione de Il Gargano Nuovo.
La novella è intitolata Ogni cent’anni e come detto racconta la leggenda di Pizzomunno (che nel testo viene chiamato con il nome più antico di Pizzimunno) e Vesta, che l'autore usa al posto di Cristalda, probabilmente per sottolineare il profondo legame che la storia ha con le radici di Vieste. Una storia di rara delicatezza, resa ancora più struggente dalla notevole capacità letteraria di Giuseppe D’Addetta, che si spense a San Menaio, nel 1980.
Buona lettura. (g.i.)

Ogni cent’anni

di Giuseppe D’Addetta

Era buio sul mare, quella notte ormai lontana. Ed era tutto silenzio e  mistero.
Mormorava solo l’acqua che la prora spartiva, e la grande vela arancione della paranza qualche volta batteva sgonfia per il cessare della brezza.
Tacevamo, stretti seduti a prua, sognando la luna bianca nella notte nera, mentre ascoltavamo i battiti dei cuori vicini che si sentono quando intorno è quiete e nell’animo garrisce la giovinezza.
A poppa, il marinaio di mezza età che governava la barca s’indovinava dal chiarore che arrossava l’apice della pipa ad ogni boccata di fumo. Neanche lui parlava; taceva con noi e con la notte.
La mia compagna mi si strinse di più.
- Hai paura?
- No; ma vorrei scendere a riva, guardare da terra questo buio misterioso che pesa sull’acqua,  temerlo ancora di più e poi provare più forte la sensazione di andare incontro all’ignoto quando riprenderemo il mare.
La vela fu spostata e docile la paranza, dopo qualche minuto,  si arenò con la chiglia.
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