lunedì 27 novembre 2017

Liberismo o piuttosto feudalesimo? (di Michele Eugenio Di Carlo)

L'intervento di Vincenzo Concilio sul blog di Geppe Inserra, Lettere Meridiane, pubblicato il 19 novembre, introduce temi poco frequentati e desueti negli ultimi tempi (almeno nel mondo occidentale), quali colonialismo, geopolitica, imperialismo; quasi considerati tabù in una società in cui il consumismo sfrenato e il capitalismo senza regole dettano legge, orientando la politica e dirigendo i media col silenzio attivo di un’intellettualità quasi sempre subordinata, se non complice.
In un contesto nel quale non è difficile filtrare vaghi umori dal sapore feudale, sotto le mentite spoglie di un liberismo mondano, si stenta persino a porre l’accento – non è di moda, nemmeno conveniente ai più - sulle ragioni storiche che hanno determinato l'attuale sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia e quello dei tanti sud del mondo. Sottosviluppo che è maturato, almeno in Italia, nutrendosi del protagonismo essenziale del blocco politico sociale conservatore-liberale, costituito dall'alleanza del capitale del nord con gli agrari del sud. Un’alleanza che ha determinato, sin dall’unità, una gravissimo pregiudizio sociale ed economico alle popolazioni del Sud, in gran parte rurali e destinate al patibolo dell’emigrazione; il tutto con la benedizione e il pentimento tardivo di grandi intellettuali meridionali come Giustino Fortunato e Benedetto Croce.
Parlarne significherebbe, perlomeno, cercare di capire come sia possibile che 3 consiglieri comunali di Foggia passino nella lega di un imprevedibile e irriverente Matteo Salvini, alla conquista di un Sud sempre troppo tollerante con i funambolici giochetti del teatrino della politica.

Ma con chi parlarne? Se per capire l'attuale fase economica del Sud bisogna partire anche, e non solo, dalle dettagliate analisi di intellettuali del calibro di Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, mentre queste vengono ritenute, a torto e in maniera non sempre disinteressata, antiquate e sorpassate. Non fosse altro per la constatazione che l’economia e la geopolitica hanno proprio nel passato la matrice per capire il presente e il futuro.
Chi non ne vuol tenere conto rischia analisi parziali, circoscritte, persino viziate da pregiudizi e pulsioni ideologiche devianti, probabilmente atte a non ostacolare le grandi manovre del neo-capitalismo, ovunque imperante.
Vincenzo Concilio, sul blog citato, parla apertamente di queste tematiche con la sicurezza di chi padroneggia la materia e sulla globalizzazione in atto ci lascia un dubbio: crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra diverse aree del mondo o neocolonialismo?
Il dubbio si può risolvere partendo proprio da Gramsci: già nel 1916 scrive che "il capitale va a trovare le forme più sicure e redditizie di impiego...". Non è forse così ancora oggi? Visto che nell’ultimo anno 160.000 meridionali hanno lasciato la propria terra e quel rischio di desertificazione del Mezzogiorno annunciato circa 100 anni fa sta diventando realtà.
In questo momento, più di un secolo fa, fenomeni migratori diffusi e desertificazione di intere aree arretrate, compreso il Mezzogiorno d’Italia, attestano in maniera inconfutabile che la globalizzazione in atto è la nuova forma di neocolonialismo, in cui le logiche imperialistiche restano la maniera più efficace di sviluppo del sistema capitalistico, che continua ad aver bisogno di territori da sfruttare per alimentare l'accumulazione e la rendita capitalistica.
Le "due Italie" vanno ancora intese in questo senso, basta guardare agli ultimi trattati commerciali con l’estero dello Stato. E anche il “baricentrismo”, frutto del colonialismo regionale di cui parla Concilio, ha la sua ragione d’essere in queste logiche, che nulla lasciano ai territori, alle comunità, al diritto alla salute e all’ambiente.
Al vecchio blocco politico-sociale, prima liberale poi fascista, sconfitto solo dopo l’ultimo conflitto mondiale, se ne sono sostituiti altri che hanno assunto nella stessa maniera la direzione dell’economia. L’ultimo, sorto 25 anni fa, ha portato il divario nord-sud, grazie alla Lega Nord al potere, a livelli mai raggiunti prima, centralizzando l’economia con un meccanismo capitalistico rigido che ci ha impediti non solo di crescere, ma persino di tutelare il nostro territorio e di difendere la nostra salute. Certo, in tutto questo c’è la responsabilità della classe dirigente meridionale, che risulta però essere solo l’altra faccia du una stessa medaglia.
L’analisi di Concilio è lucida: “ Il manifestarsi del capitalismo nel suo aspetto imperialista colonialista non avviene solo tra paesi diversi, ma anche all’interno di un solo paese. Lo schema internazionale di sviluppo-sottosviluppo è riprodotto a livello nazionale fra regioni e settori economici”.
Questo blocco politico ed economico non solo ha allargato il divario tra le “Due Italie”, ha creato frizioni e contrasti anche all’interno delle stesse regioni svantaggiate. La questione del disimpegno di Trenitalia da Foggia è solo uno dei tanti esempi a sostegno di una tesi da condividere. E non c’è alcun dubbio, proprio come afferma Geppe Inserra, che “dall’istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme…”.
Michele Eugenio Di Carlo

2 commenti :

Vincenzo Concilio ha detto...

IL DISLIVELLO CREATO DALL'ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE ORIGINARIO

E' il meridionalista Nicola Zitara che analizza il Risorgimento rilevando che in quel periodo storico si avvia l’accumulazione originaria capitalista che porterà al decollo industriale del Nord.

Zitara la descrive con queste parole: “l’accumulazione capitalistica preliminare è detta da Marx con un termine che alcuni traduttori rendono con selvaggia, altri con originaria, altri ancora con primitiva. In ogni caso corrisponde al saccheggio brutale o a una dura espropriazione dei deboli resa legittima da leggi dello Stato nazionale. La ricchezza viene estorta, dagli aspiranti capitalisti, a un altro paese, a un’altra regione, a una diversa classe sociale…”...

Secondo Zitara, l’accumulazione originaria si realizzò in Italia sottoforma di estorsione delle giacenze bancarie dell’ex Regno delle Due Sicilie: “Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell’intrallazzo statale e fiscale… La nostrana tipologia di accumulazione primitiva potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare che poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali”.

Così contuìnua la sua analisi Nicola Zitara: “All’attivo dell’Italia sabauda ci sono le costruzioni delle ferrovie (peraltro non ancora completate a sud di Napoli), l’armamento della flotta, lo sviluppo edilizio a Torino, Firenze, Roma e l’avvio delle bonifiche in Romagna e Piemonte; il tutto accompagnato da una speculazione così sfacciata da svergognare l’Italia agli occhi del mondo civile… Per il resto niente industrie, una cantieristica boccheggiante, una disoccupazione crescente, un’emigrazione epocale, al limite dello spopolamento del paese, la miseria e la fame che prima non c’erano. Questo corso politico, a dir poco balordo, comportò l’aumento del debito pubblico da 1.500.000.000 a 15.000.000.000, un aumento della circolazione fiduciaria, che passò da circa 300.000.000 a 1.300.000.000 (Banca Nazionale sabauda), un aumento della pressione fiscale dalla media preunitaria del 3% a una media superiore al 15%. Al Sud, le remunerazioni crollarono, i patti agrari diventarono enormemente pesanti per i contadini, la fiscalità infierì sui nullatenenti. Si pagano imposte statali e dazi comunali sul pane, sul sale, sul vino, sull’olio, sulla carne. Si paga per pascere una capra e per allevare un maialetto. Si paga per un asino e per un mulo, per guidare il carretto. Si paga per vivere in una capannuccia di frasche. Alla data del 1914, la grande emigrazione transoceanica ha alleggerito il Sud della metà dei maschi in età di lavoro. Non va meglio ai proprietari. Sul finire del XIX secolo circa il 70% delle terre e delle case sono pignorate dal fisco. Il Mezzogiorno sconvolto dalla crisi industriale conobbe infine anche quella agraria col sopravvenire della rottura doganale con la Francia, conseguenza della svolta protezionistica del 1887: una colonia interna era nata".

continua...

Vincenzo Concilio ha detto...

Dal colonialismo nazionale a quello regionale...

Per Andre Gunder Frank: "Il manifestarsi del capitalismo nel suo aspetto imperialista colonialista non avviene solo tra paesi diversi, ma anche all’interno di un solo paese. Lo schema internazionale di sviluppo-sottosviluppo è riprodotto a livello nazionale fra regioni e settori economici".
E così continua: "Lo sviluppo e il sottosviluppo regionale e settoriale non possono essere adeguatamente capiti se non in relazione fra loro e, naturalmente, in relazione allo sviluppo capitalista a livello globale".
Per Andre Gunder Frank. "Proprio come il sottosviluppo nazionale, il sottosviluppo regionale si è sviluppato contemporaneamente, ed è il risultato dello sviluppo regionale e metropolitano."

E' questo il legame tra colonialismo nazionale e colonialismo regionale che la Capitanata subisce da decenni, entrambi.
La nostrana tipologia di accumulazione primitiva regionale potremmo definirla anch'essa come nel caso di quella nazionale, accumulazione parassitaria.
Il colonialismo regionale incentrato nell'area metropolitana di Bari, sottrae ricchezza e con esso sviluppo alla Capitanata intera e non è per noi meno draconiano di quello nazionale. Anzi, la sua estrema vicinanza lo scopre e lo rende maggiormente visibile e pur sempre ingiustificato, ingiusto e assolutamente non più sopportabile, fino ad indurci ad una dura sommossa o se preferite, rivolta.

E' questa possibilità che unica ci fa ancora sperare in un futuro migliore.

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