sabato 9 dicembre 2017

Antonio Salandra, il modesto borghese che veniva da Troia (di Antonio Gelormini)

Da troiano trapiantato a Bari, ho avuto modo di ricordare l’illustre concittadino Antonio Salandra in occasione della ripubblicazione di alcune pagine del Corriere delle Puglie di Martino Cassano, tra cui quella significativa del 24 Maggio 1915: il giorno che l’Italia entrò nella Grande Guerra.
Non certo per la sciagurata rievocazione di una scelta rivelatasi più tragica e ben più drammatica di quanto si potesse immaginare, nell’illusione che il conflitto stesse volgendo al termine. Quanto per evidenziare quell’anomalia, tutta italiana, d’essere tra i pochi Paesi - se non l’unico - ad avere, quasi in ogni città, una via dedicata al giorno di entrata in guerra: il XXIV Maggio.
Grato, tra una serie di motivi di carattere storico e identitario, di avallare - con la forza del documento e della cronaca giornalistica - l’ipotesi sostenuta in occasione della pubblicazione dell’E-book “La Recluta e il Primo Ministro - Tommaso Fiore e Antonio Salandra nella Grande Guerra” - LB Edizioni, 2015 di una lettura del discorso in Campidoglio, tenuto dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, il troiano Antonio Salandra, attraverso la lente di quella sana pratica di paese rappresentata dallo “sberleffo”. In questo caso verso le potenze Imperiali europee.
Un sassolino “fastidioso” che sin dal Congresso di Vienna (1814-1815), con l’allocuzione del Principe Klemens von Metternich, diventata dispregiativa nelle cronache del quotidiano napoletano “Il Nazionale”: “L’Italia è un’espressione geografica”, aveva continuato a martoriare i passi di un  Paese “sovrano”, che inconfutabilmente - insieme e talvolta più di altri - aveva comunque segnato la storia dell’intera Europa.
Una contesa con l’Austria-Ungheria che rimarrà nell’evoluzione delle cose e che conoscerà nel tempo diverse forme di declinazione: la maggior parte delle quali risoltesi - alla fine - sempre a favore del fronte italiano. Ivi comprese quelle di gloria  più moderna sui campi in erba del football.
Anche quel 24 Maggio 1915 dall’Impero Austro-Ungarico proveranno ad irridere un’Italia rea - ancora una volta - di “tradimento”, dando vita a una sorta di sit-comedy sulla consegna formale della Dichiarazione di Guerra, in uno dei momenti forse più drammatici per la storia dell’Europa.
Una dichiarazione che rischia di rimanere per strada, dato che l’Austria - ben sapendo che piega stavano ormai prendendo decisioni ed eventi - interrompe le comunicazioni telegrafiche con l’Italia, in un giorno festivo (con Ministeri e Ambasciate chiusi) e con un Ministro degli Esteri dimissionario (il Barone Stephan Buriàn).
Orgoglio nazionale ferito e arte sopraffina dell’eloquio, maturata nei templi popolari della dialettica di piccolo paese, daranno la stura al famoso discorso che segnerà l’Intervento italiano, in un periodo storico tutto teso verso l’Azione, in cui il Neutralismo era diventato sinonimo di “vigliaccheria”.

Rileggere la figura storica del pugliese Antonio Salandra, protagonista del periodo storico in esame, che resta - insieme a Aldo Moro - uno dei due unici Presidenti del Consiglio pugliesi avuti fino ad oggi dal Paese, censurandone limiti e imperizie, ma rivalutandone spessore culturale e azione politica, oltre alla produzione accademica, dovrebbe essere esercizio comunitario - finora in verità piuttosto trascurato -  per quello che rimane, comunque, un autentico “patrimonio” per la sua città natale Troia, quella adottiva Lucera e per l’intera Puglia. (ag)
* * *
Antonio Salandra,
il “modesto borghese”

di Antonio V. Gelormini

Radici meridiane e formazione culturale liberale erano i pilastri su cui poggiava l’impegno intellettuale e la militanza politica di Antonio Salandra (Troia, 1853 - Roma, 1931). L’homo novus (Arturo Labriola) che dalle colline del Subappennino Dauno, come Enea, era approdato da Troia a Roma. E che l’imponderabile, nonché inevitabile, corso della Storia portò - in quel glorioso Campidoglio - ad essere “Episcopus laico”, del dramma collettivo nazionale, che animò il primo quarto del XX secolo con la Grande Guerra.
Cinico e votato a una Realpolitik finalizzata al successo personale, da “modesto borghese” (“Che orgoglio che tu abbia pronunciato queste due parole”, gli scrisse Giustino Fortunato l’11 giugno 1915), assumerà il ruolo di grande leader “meridionale” e alternativo a Giovanni Giolitti, “conservatore illuminato e settentrionale”, in un braccio di ferro tutto interno al pensiero politico liberale.
Il monumento ad Antonio Salandra a Troia
Ad Antonio Salandra, non più giovane professore pugliese - con all’attivo una lunga carriera di deputato - toccherà gestire e guidare “l’epilogo del processo risorgimentale” (così è stato da molti definito l’intervento italiano nel primo conflitto mondiale), in un momento storico che vedeva l’Italia ancora fondata su una società agraria, dove però la partecipazione pubblica - nonostante Giolitti avesse aperto al suffragio universale nel 1912 - restava nelle mani di una ristretta fascia di notabili, trasversale a tutti i partiti.
Un paradosso che fa il pari con l’apparente imbarazzo di un Salandra, da sempre attento a privilegiare i problemi di politica interna rispetto a quella internazionale, che si ritrova a guidare il Governo nel difficile e delicato passaggio dalla neutralità all’intervento nella Prima Guerra Mondiale.
L’acume dell’uomo politico del Sud fa leggere a Salandra lo stallo creatosi in Parlamento, per l’incapacità di azione comune tra liberali giolittiani, socialisti e cattolici, come l’occasione “da non mancare” per la svolta conservatrice.
Tanto più, che: “All’immagine sbiadita e timida dei neutrali, supini nella cauta gestione dell’esistente - perseguita da un Giolitti da troppe parti considerato corruttore della vita pubblica - si opponeva la spinta irrefrenabile interventista. Che si presentava come il partito del futuro, per un’Italia grande e rigenerata: potenza imperiale per alcuni, democrazia moderna per altri” (Fulvio Cammarano).
È qui che prende corpo il discorso del Campidoglio, che necessiterà ancora - però - di alcuni strategici, cruciali e propedeutici passaggi istituzionali. Ai quali bisognerà garantire l’appoggio, magari non evidente, del Re.
In Campidoglio e non in Parlamento, perché come ricordava Giovanni Spadolini, storico e studioso del Risorgimento nonché estimatore degli scritti di Politica economica di Antonio Salandra: “Le decisioni sul se, quando e a fianco di chi entrare in guerra sfuggirono, in buona parte, ai consolidati e tradizionali canali politici e diplomatici”. In definitiva, “La guerra fu strumentalmente usata, per attuare un’alternativa concreta al sistema impersonato da Giovanni Giolitti”.
Antonio Salandra e Sidney Sonnino, legati non soltanto dalla radice romanica delle Cattedrali, alla cui ombra erano cresciuti a Troia e a Pisa, ma stretti dai reciproci sentimenti di stima - maturati in trent’anni di rapporti politici e professionali - erano irretiti dalle pressioni nella Triplice Alleanza, dell’Austria in particolare, per tenere l’Italia fuori dai tavoli europei. Intuirono, ad un certo punto, che lo sforzo bellico presentava diverse letture di lunga gittata, e lo fecero senza aver bisogno di inforcare gli occhialini familiari e liberali di un predecessore di rango come Camillo Benso Conte di Cavour.
Quello sforzo, dimostratosi in seguito fin troppo “generoso e drammatico”, in termini di vite umane sacrificate, avrebbe dato forma allo sviluppo di quel senso comune di appartenenza alla “Nazione”, che in Italia stentava ad assumere tratti analoghi a quelli di altri Paesi in Europa. Una visione, peraltro, che continuerà a soffrire di un’acclarata miopia a sinistra, anche nelle declinazioni euroscettiche dei decenni successivi.
Salandra si dimostrò abile: concluse prima - con relativa discrezione - il Patto di Londra con la Triplice Intesa, per l’entrata in guerra contro l’Austria. Quindi si dimise da Capo del Governo, per dimostrare la debolezza - senza appello - di Giolitti, che non aveva forza nel Paese: né per subentrargli né per ribaltare la sua politica.
A favorirlo furono da un lato le offerte territoriali “offensive” dell’Austria, per tenere gli italiani decisamente fuori dal conflitto - ma che Vienna pretendeva di rendere esecutive solo a guerra finita - e dall’altro i moti del fronte interventista, che trovarono slancio carismatico negli aneliti infiammati ed infiammanti di Gabriele D’Annunzio.
Le consultazioni del re si svolsero al Quirinale secondo il rito istituzionale: ricevuto in primis il rifiuto dello stesso Giolitti, e successivamente quello di Marcora, Carcano e Boselli, il 16 maggio il sovrano respinse le dimissioni di Salandra, che il 20 e 21 maggio ottenne dal Parlamento il conferimento dei poteri straordinari in caso di guerra. In realtà, Vittorio Emanuele III fece di più: con i messaggi inviati al Re d’Inghilterra e allo Zar, aveva di fatto avallato il Patto di Londra. Tre giorni dopo, l’Italia entrava in guerra contro l’Austria.
Il discorso del 2 Giugno in Campidoglio sancirà il carattere di “guerra santa” a una scelta che, per certi versi faceva affiorare, ancora una volta, le radici troiane del presidente Salandra, memore dei Sinodi conciliari tenutisi in passato tra le mura della sua Cattedrale e delle “scomuniche” inferte sotto i colpi inclementi del pastorale papale di turno.
Ecco, in altri tempi quel discorso sarebbe suonato come una sorta di scomunica agli Imperi Centrali d’Europa, che avevano cominciato ad attaccare e additare l’Italia per voce dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, dell’Arciduca Federico d’Asburgo-Teschen, del Presidente dei Ministri ungheresi Tisza e del Cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg, quest’ultimo - in particolare - dall’alto del consesso istituzionale del Reichstag.
La sede capitolina del Campidoglio enfatizzerà adeguatamente il discorso di Antonio Salandra, sancendone apprezzamenti internazionali e molteplici traduzioni in Europa e in America, e nel contempo consacrandone la vena oratoria, che affidava all’arte dello sberleffo l’affondo deciso, leggero, ma più pungente, per affermare la verità. Che spesso era scomoda e difficile da accettare.
Memorabile il passaggio (già citato): “Potrò non curare le ingiurie scritte nei proclami imperiali, reali e arciducali. Poiché parlo dal Campidoglio e rappresento, in quest’ora solenne, il Popolo e il Governo d’Italia, io, modesto borghese, mi sento di gran lunga più nobile del capo degli Asburgo –Lorena”.
Un’arte che i colleghi parlamentari avevano avuto modo di assaggiare, nella dolcezza inclemente dell’affondo, allorquando qualche mese prima, alla Camera durante un dotto intervento di Politica agraria, più lungo del solito, un gruppo di insofferenti aveva provato a sbeffeggiarlo: “E dai, s’è capito! Tanto, sempre figlio di Troia rimani”.
Antonio Salandra si fermò, raccolse lentamente i fogli con gli appunti del suo intervento e guardandoli fisso negli occhi replicò con sarcasmo: “Sì, certo colleghi. Ma a me fu patria! Mentre a tanti, in quest’aula, fu madre!”. E tra lo scrosciare degli applausi si risedette.
p.s.
Anche la Storia deve aver preso gusto al vezzo dello sberleffo, tanto caro a Antonio Salandra, e col tratto fiero e amaramente sorridente di un carattere dominante e autoreferenziale. Il busto che oggi lo ricorda a Troia, città natale, è collocato vicino all’omonima Scuola Elementare, in una piazzetta intitolata a Giuseppe Maitilasso: sindaco socialista, nonché fratello dell’on. Michele Maitilasso: entrambi suoi incrollabili antagonisti politici locali. Una cohabitation “nei secoli dei secoli”, che - nell’ironia della Storia - rimanda in qualche modo alla lezione morale del principe Antonio De Curtis, in arte e per tutti: il nobile Totò.
(gelormini@gmail.com)

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