sabato 14 aprile 2018

Una settimana in Brasile (di Sergio Ricciuto Conte)

Sergio Ricciuto Conte è un talentuoso artista foggiano che vive e lavora in Brasile. Dopo aver vissuto dal di dentro la travagliata vicenda che ha portato all'arresto e all'incarcerazione dell'ex presidente Lula, ha scritto un reportage molto utile a capire il contesto in cui i fatti si sono verificati, e il clima che si respira nel paese sudamericano.
Ci tenevamo a pubblicare questo scritto perché pieno di sensibilità, di amarezza ma anche di speranza, e ringraziamo Sergio per averne consentito la pubblicazione, suggerendo ad amici e lettori di Lettere Meridiane di visitare il suo sito, veramente interessante e sorprendente [lo trovate a questo indirizzo web: https://www.sergioricciutoconte.com.br/ oppure su  facebook a questa pagina (e mettete mi piace...) https://www.facebook.com/SergioRicciutoConte/ ]. Buona lettura.
* * *




DUE APRILE: 
“Non arresteranno i miei pensieri, non arresteranno i miei sogni. Se non mi lasceranno camminare, camminerò attraverso le vostre gambe, se non mi lasceranno parlare, parlerò attraverso le vostre bocche. Se il mio cuore smetterà di battere, batterà nel vostro cuore”.
Un barbuto sulla settantina lancia questo grido e lo fa RIMBOMBARE nel centro di Rio, su un palco circondato da artisti e intellettuali tra i maggiori della storia di questo paese, davanti a centinaia di persone.
TRE APRILE:
TG nazionale, comunicato speciale, un messaggio del Generale dell’esercito che, in tono di ‘uomo avvisato, mezzo salvato’ dice:
“Rassicuro la nazione che l’Esercito Brasiliano intende condividere il desiderio di tutti i cittadini a modo, quello di ripudiare l’impunitá..”
Si riferisce a un processo in atto ma non concluso, il militare fa una specie di avvertimento come signore delle armi, una specie di ‘badate che se non lo arrestate, toccherá a noi militari entrare in campo.
QUATTRO APRILE
Il magnata brasiliano del sesso, Oscar Maroni promette:
“Se Lula viene arrestato entro mezzanotte, offro birra a tutti”.
Il proprietario del Bahamas Hotel Club, prostibolo gourmet, é andato oltre:
“E se in carcere lo fanno fuori, birra gratis per un mese”.
Ed ecco che, nonostante la legge brasiliana proclami “nessuno sarà considerato colpevole fino ad una sentenza definitiva penale di condanna” il Supremo Tribunale Federale, quasi allo scadere della mezzanotte, decide di negare la libertà a Lula, malgrado il suo processo non sia ancora concluso.
Fulminando una garanzia individuale della Costituzione, il famoso habeas corpus.
Fette della destra in tutto il paese, fanno festa. Oscar Maroni ‘offre’ oltre a birra, anche donne.
CINQUE APRILE
Scatta il decreto di prigione di Lula: presentarsi entro 24 ore in questura a Curitiba.
Lula, peró, si reca alla sede del Sindacato dei Metallurgici di San Bernardo e lí inizia qualcosa di straordinario.
Dorme in sindacato, proprio come faceva in quegli anni ’70 e ’80 quando tentò smantellare la dittatura attraverso marce e proteste.
Attorno all’edificio si aggregano migliaia di persone, viene montato un palco, carovane dal Brasile intero, religiosi, laici, uomini, donne, bambini, bandiere e bandiere con una grande stella. Canti e lacrime, tutto pacifico, estese dichiarazioni, preghiere. Il Brasile intero accompagna sulle reti sociali, sui siti e sui canali alternativi perché la TV nazionale non riesce, non vuole, non sa se chi comanda vuole.
SEI APRILE
Mentre l’evento attorno al sindacato va avanti ininterrottamente, diventando qualcosa di epico dal punto di vista simbolico, Lula fa preparare un churrasco (carne alla brace), alle 17, con tanto di conto alla rovescia a squarciagola, scade il termine dell’autoconsegna, ma Lula è capace ancora una volta di fare storia.
Sa che lo vorrebbero a testa bassa, magari con una dozzina di poliziotti super palestrati attorno, mentre é sbattuto in cella, sa che sognano di scattare una foto che lo umilii.
E sa come fare affinché non l’abbiano mai questa maledetta foto.
Non obbedisce, e allo stesso tempo non fugge. Fa come se nessun decreto di arresto fosse stato emesso. Il giudice responsabile si trova obbligato a spiegare umilmente alla stampa ufficiale che, visto che non é fuggito, ma é risaputo il luogo dove si trova, non puó essere considerato un fuggitivo.
Il Brasile intero si transforma in un grande, único ‘e ora!?’. 
La polizia si trova a negoziare con Lula, le sue condizioni, le sue determinazioni, la sua regia delle cose.

SETTE APRILE
Ormai per le strade di tutte le capitali si grida “Lula vale a luta”, “Lula, guerreiro do povo brasileiro”, senza interruzione da ore ed ore.
Alle 9 di mattina sul palco del sindacato, un atto religioso, senza troppe ‘cerimonie’, ma con tanto di letture (l’inno alla caritá di Paolo, le Beatitudini e la preghiera semplice di Francesco). Emozionato, fa il suo breve discorso, il vescovo cattolico Angelico Sandalo Bernardino (un ottantacinquenne che ne ha viste e passate di tutti i colori affianco e per i poveri del Brasile contro la dittatura).
Sette di Aprile, compleanno di Letizia Marisa, sposa di Lula, morta lo scorso anno, il vedovo fa una richiesta musicale, il samba “Lascia che la vita mi accompagni” e decide di consegnarsi.
Ma non riesce.
La gente grida, si inalberano gli animi, lo forzano a restare.
E cosí rimane sul palco e fa il suo discorso.
55 minuti, regalando alla storia queste parole:
“Io sono un costruttore di sogni”; “io non sono più un essere umano, sono un’idea”; “la morte di un combattente non ferma la rivoluzione”; “quanti più giorni mi lasceranno in carcere tanti più Lula nasceranno in questo paese”.
Pausa.
Immagino che a questo punto molti si stiano facendo delle domande...
E in cosa consiste questo processo? Perché lo vogliono arrestare? Ma chi è questo Lula?
A chi è stanco di leggere, consiglio di continuare domani, io continuo a raccontare.
Iniziamo da un fenomeno.
Uscire la sera, andare in palestra, prendere un aereo, comprare un veicolo ecc... devono rimanere attività di chi può, e guai a sovvertire le cose.
C’è un fenomeno tra noi umani: tendenzialmente, coloro che hanno molti soldi non sopportano che chi non ce li ha, abbia delle chance.
Brasile. La schiavitù qui è durata più che in qualunque altro paese e, incoscientemente, si perpetua in chi si crede ‘superiore’, come mentalità latente.
Un dato chiave: si stima che in mezzo a 208 milioni di brasiliani, vi siano 75.000 ultramilionari.
Qui i ricchi sono molto ricchi (chiave per capire tante cose).
La fame.
Sin dall’epoca della colonizzazione la fame in Brasile ha sempre fatto stragi.
Finché un giorno...
Un metalmeccanico divenne presidente nel 2002 e pensò di far qualcosa in più. Più uguaglianza, più diritti per i lavoratori, più spazio per le donne, più accoglienza per le minoranze, di qualsiasi genere, lotta serrata contro la fame, università.
Cambiamento radicale della politica, dell’economia e dei rapporti sociali.
Un paese complicato e enorme, all’inizio del secondo millennio, svoltava, sceglieva Lula.
Piccolo schizzo: barbuto, Lula ha la stessa ‘s’ di Jovanotti, gli manca il mignolo alla mano sinistra, ha lo sguardo bonario, segue lo stereotipo del semplice, senza diplomi, ma è capace di fare analisi gramsciane, discorrere e spuntarla, provocare e tenere botta meglio di qualsiasi retore accademico.
Torniamo nel 2002. Chi scelse Lula, scelse l’antichissima, ma sempre nuova, narrativa della distribuzione.
E fu la scelta giusta! PT: Partido dos Trabalhadores, dei lavoratori.
Nel giro di alcuni anni il Brasile divenne l’esempio di come uscire dalla mappa della fame: 36 milioni di persone fuori dalla miséria. Programmi sociali autentici e realmente rivoluzionari.
Per un decennio, il famoso mondo migliore, qui fu quasi realtá.
Ma Lula non poteva andare avanti senza fare i conti con gli ultramilionari (prendete la chiave).
La maggioranza era del PMDB, un gruppo politico gigantesco, senza pietè, assetato di potere, costi quel che costi, e inoltre Lula come presidente doveva equalizzarsi con i governi locali, il Brasile è una Repubblica Federale.
Vabbè, non stiamo su Netflix, sintetizzo: Lula é riuscito nei suoi grandi programmi sociali, molti durano ancora (chissà per quanto), ma non ha cambiato la genetica profonda della politica brasiliana. È stato rieletto due volte e ha fatto rieleggere due volte Dilma, (l’unica presidentessa nella storia del paese, sempre del PT), ma ...il PT con gli anni divenne un po’ un partito come gli altri e la corruzione non tardò a soffocarlo.
Attenzione: sia che la corruzione non ci fosse prima del PT, e sia che il PT non ebbe storie di corruzione, sono due pensieri che vengono in testa se si è ingenui o faziosi (a destra o a sinistra).
Mai il punto è che i giudici e la stampa hanno sempre e quasi esclusivamente agito contro il PT.
La Lavajato, una specie di mani pulite brasiliana, scoprì un giro di appalti nella Petrobras, colosso del petrolio.
Le imprese pagavano per assicurarsi i lavori, e iniziarono a farlo ben prima che Lula fosse presidente. Pagavano gente di tutti i partiti, pagavano i candidati, i parlamentari, i governatori degli Stati, tutti.
Ma guai ad accendere fuochi che non consumino la bandiera del PT, e ovviamente qui entra la benzina: la Globo, emittente televisiva brasiliana, la più grande dell’America Latina.
Nessun fuoco resiste se non vi si soffia sopra: la Globo fece e fa da vento piromane.
Come appiccó quell’incendio che fu la dittatura militare negli anni ‘70, cosìlancia fiamme oggi, ma a senso unico: tanti in galera, impeachment immotivato a Dilma, scandali vari attorno al PT...mentre la corruzione degli altri partiti sistematicamente viene taciuta, ignorata, come se niente fosse.
E ovviamente l’obiettivo finale: il leader, Lula.
Hanno inventato un processo mediatico.
Obiettivo di chi? Non dimentichiamo la chiave.
A un certo punto nel 2014 un giornale dice che Lula ha ricevuto un appartamento.
Un giudice di Curitiba, geograficamente fuori dalla regione dell’appartamento, dice che il caso di Lula lo deve seguire lui, perché vi sono altri fatti in questione.
Sergio Moro, malgrado non arrivi mai a spiegare quali siano questi fatti, diventa il giudice del caso Lula, costruisce la propria immagine di eroe agli occhi di quella casta di ultramilionari assetati di vedere rifiorire la ‘buona vecchia politica’. Sergio Moro, un magistrato che vive tra Brasile e Stati Uniti.
Processo basato su una tesi che usa questa definizione come oggetto: ‘Conjunto da obra’=insieme di cose (!).
Tanti testimoni dicendo che l’appartamento fosse frequentato da Lula e dalla moglie (deceduta a causa di un cancro devastante nel giro di pochi mesi), giornali e tv fomentando, il senso comune, la confusione nella gente, il sensazionalismo... ma non un solo documento che provi il vincolo di proprietá di Lula con quell’immobile, non una sola prova concreta.
La condanna di corruzione passiva e lavaggio di denaro arriva con una velocitá supersonica, senza ritrovamenti di conti all’estero, intercettazioni telefoniche, documenti, e soprattutto offrendo lacune giuridiche feroci tra cui la mancanza totale dell’ ‘Ato de Oficio’.
Spiego.
I proprietari dell’impresa OAS che accusano Lula di aver ricevuto l’appartamento non riescono a fornire nessuna informazione di come o in cosa l’ex presidente li abbia favoriti, e resta il fatto che ottengono per tale delazione la riduzione della loro pena da 22 a 3 anni (!).
C’è che tutti abbiamo dubbi e c’è che avere certezze è spesso uno sport stupido, ma io sono certo che Lula non abbia mai ricevuto nessun appartamento.
E che abbia sofferto un processo politico.
Uno scenario surreale quello in cui un ex presidente si trova contro dei giudici (assolutamente parziali e schierati politicamente) che, partendo da una dichiarazione hanno cercato di dedurne la validità accettando come vere tutte le testimonianze che la confermassero e false tutte le altre.
Alcune domande.
Tutto questo con quale scopo?
Perché andava ostacolata la sua corsa alle elezioni di ottobre 2018!
Perché il sogno avrebbe vinto ancora una volta: Lula gode del favore di più dell’80 per cento della popolazione, secondo le proiezioni ufficiali!
Ma é possibile che tutta questa gente non riesca a farsi valere?
E qui tocca aumentare lo schermo.
Quando nel 2016 Dilma è stata deposta senza causa legittima, è stata sostituita da Temer, uno che non ha mai tentennato quando si è trattato di privatizzare e consegnare petrolio e ricchezze.
Un fantoccio nelle mani degli Stati Uniti, pronto a concedergli su un vassoio d’argento anche la Foresta Amazzonica e i bacini idrici (quelli brasiliani sono tra i maggiori del pianeta).
Temer ha, in meno di due anni, privatizzato quasi tutto.
Il Brasile era il paese esemplare, la forza del Brics, dava fastidio ai centri del capitale occidentale.
E a questi, serve che resti in ginocchio.
Ed é per questo che la sfida elettorale non era sufficiente per tale obiettivo, perché altrimenti Lula ce l’avrebbe fatta di nuovo. Serviva un escamotage.
Serviva qualcosa per far capire al mondo che lo scacchiere é comunque uno, e che Lula stava giocando contro.
Aecio, Juca, Temer, Alckmin, Serra e molti altri sono liberi, nonostante vi siano prove inconfutabili contro di loro.
Il Tribunale che ha negato il diritto di libertà fino a sentenza definitiva, giovedì scorso, é presieduto da Carmen Lúcia, che preventivamente aveva illustrato quale maggioranza doveva venir fuori dai voti dei giudici votanti, attraverso dei trucchi niente affatto ingenui.
Se c’è qualcosa che Lula forse ha sbagliato è stato supporre che lo avrebbero lasciato disputare un’altra elezione.
Lula avrebbe dovuto riconfigurare le fondamenta durante il suo decennio.
Lula, tutto questo marcio avrebbe dovuto ridurlo. Ha fatto grandi cose, ma la morale nella politica non l’ha migliorata, e ha pagato.
Come è andato a finire l’arresto?
Ritorniamo al Sette Aprile, sabato, autunno, Lula scende dal palco, lo trasportano a spalla, piange, un fiume umano su cui galleggia un simbolo.
Non lo lasciano andare, lui rientra nell’edificio, bloccano i portoni affinché nessun auto lasci il locale.
Dopo un paio d’ore, tra la pressione, Lula esce a piedi e a piedi se ne va.
Spontaneamente il popolo, senza coordinazione o ordine politica, continua a far pressione.
La gente sembra diventare un Lula collettivo che riverbera quello ‘vero’.
Va in aeroporto con lui, migliaia di persone.
Quando Lula decolla, tutti in fremito.
Un audio ufficiale della polizia documenta una voce alla radio interna dell'aereo che dice: “Buttate quell’immondizia dal finestrino!”.
Alle 22, dopo un volo infelice, Lula atterra a Curitiba e c’è tanta gente ad accoglierlo anche lì. Tanta gente persino attorno alla questura, dove è stata preparata la cella provvisoria di Lula. Una resistenza forte, come se, a tutta quella gente stessero imprigionando il proprio genitore.
Molta gente comune, che semplicemente non accetta Lula in prigione.
La scena trascende il fattore politico, diventa coscienza sociale, mobilizzazione volontaria.
Lula da allora è in cella.
Ma le manifestazioni crescono, e sembra cresceranno, fa parte della genetica di questo paese.
Sembrano esserci due tipi persone adesso: quelli che vogliono dimostrare la loro indignazione e quelli che si sono rassegnati ad essere vittime.
L’equipe giuridica di Lula ha comunicato di avere ancora qualche carta, ma non si spera granché, visto chi detiene il potere decisionale.
Sembra chiaro che questi giorni di restitenza costituiscono, malgrado le sbarre, una vittoria politica.
Come dire, hanno arrestato Luiz Inácio Lula da Silva, ma Lula continua libero: non c’é stato un arresto luttuoso, a testa bassa, definitivo... sabato Lula ha declamato il canto (finale?) della propria epopea, protagonizzando un evento con migliaia di persone, e, componendo il suo assolo, ne ha imposto il ritmo a chi sognava di vederlo nel ruolo del criminale cattivo finalmente acciuffato. Lula ha raggiunto il grido del ‘sono innocente’ consegnandosi a chi lo ha designato colpevole, e lo ha fatto a modo suo.
Per molti, a partire da ora ci sará una battaglia al giorno, soprattutto per coloro che sognano ancora aria nuova in questo che in um paio d’anni si é tramutato in uno dei paesi piú classisti del pianeta.
Oscar Maroni ha mantenuto la sua promessa. Davanti al suo locale ha distribuito 9.000 latte di birra, ha srotolato solennemente due banner con la foto di Sergio Moro e Carmen Lúcia, i suoi giudici eroi.
Trasformando allegoricamente (e anche non allegoricamente) una porzione sociale, quella ricca, dell’elite, delle banche e degli impresari, in un puttanaio.
Hanno arrestato il presidente piú amato, uno dei piú grandi politici dell’America Latina, sicuramente il piú amato dai poveri.
Il paese che rappresentava il futuro si ritrova con il suo simbolo piú popolare in prigione.
E i piú impopolari farabutti, nei palazzi.
Sono dell’idea che non dobbiamo mai farci mettere le fette di salame sugli occhi, e ci riusciamo attraverso l’informazione, la lettura e attraverso la difesa della democrazia.
Un po’ vi ho scritto per questo e un po’, per raccontarvi questa storia, mi sono motivato cosí: mio figlio fra vent’anni vorrà che io gli racconti ciò che ho vissuto in quella settimana d’Aprile, e chi me lo garantisce che io possa raccontarglielo!? perciò glielo lascio scritto.
Sergio Ricciuto Conte

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