lunedì 20 febbraio 2017

Il problema non è Renzi, ma il Pd (di Geppe Inserra)

Da renziano pentito, e nel momento in cui si sta per consumare l’ennesimo strappo nel tessuto connettivo della sinistra italiana, mi sento di poter assolvere l’ex premier, almeno in parte. La cosiddetta minoranza dem – ma lasciatemela chiamare più semplicemente sinistra -  sta per dire addio ad un partito in cui in fondo non ha mai abitato, perché il vulnus, il limite sta nell’atto di nascita stesso del Pd, in quello che il Pd poteva essere, in quello che il Pd non è mai stato .
Renzi ha cercato di riempire il vuoto di valori, di tensione ideale del Pd. Lo ha fatto che peggio di così non si poteva: in modo del tutto personalistico, contrabbandando per riforme epocali orrendi guazzabugli senza capo né coda, strizzando l’occhio a Marchionne per litigare un giorno sì e l’altro pure con la gente che del centrosinistra è sempre stata l’anima: i docenti, i corpi intermedi, il mondo del lavoro. Ma non si possono pretendere da lui una memoria ed una coerenza a valori che non ha mai posseduto e in cui non ha mai creduto. Anche per ragioni semplicemente anagrafiche.
Tutto questa stava scritto già nell’atto di nascita del Pd. Inizialmente Matteo Renzi mi aveva affascinato, e come tanti ho pensato che potesse essere lui l’uomo della provvidenza, in grado di riempire di senso quella idea mai del tutto sviluppata che è stato il Pd. Non è stato così. Anzi, Renzi si è trasformato presto nel peggiore incubo vissuto dalla sinistra italiana in questo secolo. Poteva essere evitato. Se il Pd fosse nato in modo diverso. Ma in fondo, era già tutto scritto.
Voglio condividere con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane quanto dissi nell’intervento (che potete leggere più avanti) che svolsi all’ultimo congresso dei Democratici di Sinistra, concludendo: “non mi appassiona l'idea di stare nella sinistra o nell'opposizione interna di un partito al quale non credo, e che non condivido, e neanche quella di fughe nella sinistra radicale. Mi arrendo. Resterò Democratico di Sinistra fin quando esisteranno i Democratici di Sinistra. Poi, resterò semplicemente di sinistra.”
Buon viaggio, compagni e amici.

* * *
Care compagne, cari compagni,
è la prima volta che prendo parte ad un congresso della sezione di Troia, perché è il primo congresso che si celebra dopo il trasferimento della mia iscrizione da Foggia. È la prima volta, e purtroppo temo che sarà anche l'ultima: perché questo partito, il nostro partito, veleggia ormai verso un'altra cosa, che rispetto, cui auguro ogni fortuna, ma che non mi piace, non mi appartiene e a cui non apparterrò.
Il termine “partito” significa fare parte, essere parte di qualcosa che accomuna, e che si condivide tout court, senza bisogno di fare un congresso o di mettere ai voti. Si è partito quando – e solo quando -  si possiede una identità comune, che nasce dal sentire comune e dal vissuto di poche o tante persone. Un partito non nasce mai a tavolino, ma raccoglie i bisogni, i sentimenti, le emozioni di una comunità vera, viva, che attraverso il partito si riconosce come tale.
Tutto questo invece non c'è nel partito democratico. Pensateci. Hanno costituito un comitato di saggi, per stabilire cosa il partito democratico dovrà essere o non dovrà essere. Con tutto il rispetto per i saggi, un partito non è un affare da professori universitari, non nasce perché e come viene stabilito da uno studio o da una indagine di mercato. Queste cose facciamole fare a Berlusconi ed ai suoi esperti di marketing. I partiti non sono saponette o dentifrici: nascono ed hanno senso perché sono fondati su una identità, che c'è o non c'è. A priori.
La mia impressione è che non soltanto il partito democratico non abbia un'identità, ma che la faticosa ricerca di una identità a tutti i costi stia avvenendo a scapito delle identità dei soggetti che concorreranno alla sua formazione, ovvero noi e la Margherita.
Per costruire qualcosa di nuovo, di incerto e se mi permettete di improbabile, siamo costretti a rinunciare ad un pezzo di noi stessi. Non avrebbe dovuto essere così, se ci fosse stata una identità comune. Che invece non c'è, questo è il dramma.
Nel caso della Margherita è facile rinunciare: le margherite sono fiori effimeri, che durano pochi giorni, diversamente dalle querce, che hanno profonde radici.
Sulla rinuncia ai valori fondanti di questa identità si glissa, si dice o non si dice, oppure si dicono eresie come quella che ho sentito spesso, anche da parte di qualche compagno illustre, in queste settimane congressuali. Si dice: ma che volete che interessi ai giovani la caduta del muro di Berlino, se tra dieci anni nessuno si ricorderà più del muro di Berlino? Applicando lo stesso metro dovremmo dire che è inutile celebrare il 25 aprile, o far studiare nelle scuole l'antifascismo, la costituzione. Tanto la storia non serve a niente. E neanche la memoria, se perfino il compagno Fassino, che sta nel gruppo dirigente del partito da quando frequentava la scuola elementare, dice di non essere mai stato comunista. Ha scritto il compagno Peppino Caldarola: “Mai vista una grande storia buttata via in modo così cinico e sciatto.”
Il problema è che noi abbiamo profonde radici, una storia, una eredità. La questione nevralgica che dovrebbe interpellare le nostre coscienze è proprio questa: che cosa facciamo di queste radici, di questa storia, di questa eredità? Se fossero soltanto un ingiallito album di ricordi, inutile a progettare e a produrre futuro, sarei d'accordo con voi: mettiamolo in un cassetto, regaliamolo ad museo, e non se ne parli più. Ma non credo proprio che sia così: credo anzi che un riformismo che non si richiami ad un bagaglio di cultura, di storia, di memoria sia destinato ad essere un riformismo dal respiro corto. Non può esserci una costruzione del futuro, senza la memoria del passato.
Dobbiamo avere il coraggio di chiederci – anche a costo di turbare la suscettibilità degli amici della Margherita – se valori e prospettive come la sinistra, il socialismo, la tolleranza, la centralità della laicità dello Stato e la sua indipendenza dalla Chiesa cattolica e da ogni fede religiosa, siano ancora attuali o meno. Come vedete non si tratta di cose del passato, ma di nevralgiche questioni di futuro. Sono entrato nel PCI trent'anni fa, provenendo dalle file dei Cristiani per il Socialismo, il movimento di Giulio Girardi, dopo essere stato il presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica. L'assunto fondamentale su cui si fondava quel movimento era la necessità di una separazione netta tra la Chiesa e lo Stato, tra la fede e la politica, come condizione indispensabile per mettere l'una e l'altro nelle migliori condizioni di svolgere la loro missione. Ciò rendeva e rende impraticabile la postulazione di un «partito cristiano» purchessia. Per questo aderimmo al PCI. In questi valori continuo a credere, e  non vi rinuncio, ritenendo che possano e debbano essere cercati altri spazi per far sì che essi diventino maggioritari nel paese.
Mi auguro sinceramente di sbagliarmi, ma almeno a giudicare dalla perenne conflittualità che ci oppone all'area cattolica - sui Dico, sull'adesione all'internazionale socialista, e perfino sui candidati alle elezioni francesi - non credo proprio che potrà essere il partito democratico il laboratorio e la fucina di una nuova coscienza democratica del Paese. Lo scenario più verosimile è che sarà qualcosa da governarsi con il manuale cencelli alla mano, in bilico tra tante correnti e mille liti quotidiane. Uno scenario che non mi appassiona.
Non mi piace neanche il percorso costituente del partito democratico, che mi dà l'impressione di un partito che nasce perché lo ha detto la televisione e perché piace a qualche corsivista di Repubblica e del Corriere della Sera. Quando il compagno Occhetto fece la svolta della Bolognina, dal giorno dopo in seno al partito, cominciò una riflessione sofferta, lacerante, però partecipata e consapevole. Questo congresso si svolge invece a decisioni già largamente assunte. Vorrei potervi invitare a tornare indietro, a fermarvi finché c'è tempo, ma mi accorgo che non c'è più tempo. Non c'è mai stato il tempo e la possibilità di fare una battaglia congressuale vera. Ho voluto lo stesso offrire questo contributo nella speranza di scuotere qualche coscienza, e per il bene che porto a voi e a Troia.
Non voterò per nessuna delle mozioni, perché non mi appassiona l'idea di stare nella sinistra o nell'opposizione interna di un partito al quale non credo, e che non condivido, e neanche quella di fughe nella sinistra radicale. Per dirla col compagno Caldarola, mi arrendo.

Resterò Democratico di Sinistra fin quando esisteranno i Democratici di Sinistra. Poi, resterò semplicemente di sinistra.

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