sabato 3 dicembre 2016

Quando Foggia ebbe l'Università grazie al Senato

Orsara di Puglia è lontana mille miglia dai talk show avvelenati dell’aspra campagna referendaria. Nella sala consiliare si raduna la sinistra che al referendum voterà no, ma non manca la sinistra che voterà sì. Il dibattito è intenso, ma pacato.
La lacerazione è evidente, e dolorosa. Ma qui nel cuore dei Monti Dauni, la passione politica è prima di tutto esercizio civile, e il confronto è serio, approfondito.
Introdotti da Ilaria Acquaviva e Rocco Stranieri, tocca a Orazio Montinaro (Comitato provinciale per il No) e al presidente provinciale dell’Arci, Domenico Rizzi, illustrare le ragioni del no. E subito si capisce che non sarà una serata come le altre che hanno caratterizzato la campagna elettorale.
Montinaro a Palazzo Madama ha rappresentato la Capitanata, quale senatore eletto in provincia di Foggia e difende con passione la necessità che i territori vengano compiutamente rappresentati in quel di Roma, svelando un particolare poco noto della storia politica della provincia di Foggia.
Se non fosse stato per il Senato, probabilmente l’Università di Foggia non sarebbe mai nata. Fu proprio Montinaro a proporre - dopo aver sudato le classiche sette camice per convincere i suoi colleghi senatori del gruppo comunista a sostenerlo - lo storico emendamento che avrebbe consentito l’insediamento di nuovi centri universitari in Puglia, che di fatto aprì la strada all’ateneo foggiano. La Camera aveva già licenziato il provvedimento, senza prevedere l'istituzione di nuove Università. Senza l'emendamento approvato da Palazzo Madama, l'ateneo sarebbe rimasto un sogno...
“Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi, il Senato che pure doveva essere, nelle intenzioni, il Senato delle Autonomie viene a perdere ogni legame con il territorio”. Montinaro contesta anche la presunta accelerazione dell’iter legislativo. “Il cosiddetto ping pong tra Camera e Senato è un’eccezione, e non la regola, riguarda un numero molto limitato di provvedimenti. La verità è che la riforma introduce tanti diversi tipi di iter, per cui non è difficile ipotizzare che i tempi di esame di una legge non si ridurranno, ma al contrario si appesantiranno.”
Domenico Rizzi esprime invece preoccupazione per la riduzione degli spazi di democrazia implicati dalla riforma: “C’è un oggettivo, preoccupante ritorno ad un’idea di Stato centrale e decisionista rispetto al quale le Autonomie, cui la costituzione vigente riconosce piena dignità, sono destinate ad un ruolo subalterno, così come i territori che esse rappresentano. Vi sembra giusto che il piano regolatore di Orsara non debba essere esaminato a Bari, m a Roma?”
Il dibattito è fatalmente acceso, appassionato: le posizioni s’intrecciano e si confrontano. L’impressione è che non sia, come si dice adesso, la “pancia” della sinistra a discutere e ad accalorarsi, ma piuttosto il cuore e l’anima di amici e compagni che fanno politica da decenni E che non avrebbero voluto trovarsi mai gli uni contro gli altri.
Geppe Inserra

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