giovedì 4 giugno 2015

Poche donne in consiglio regionale: la vergogna pugliese

Soltanto cinque donne elette su cinquanta consiglieri regionali, e nessuna in seno alla maggioranza di centrosinistra.  L’affossamento della proposta di legge regionale sulla doppia preferenza e sull’equilibrio nella rappresentanza di genere, che avrebbe dovuto realizzare il sogno di un’assise regionale composta per metà di donne e per l’altra metà di maschi, ha prodotto danni ancora più gravi di quanto non fosse lecito prevedere.
Nonostante la buona volontà del neogovernatore Michele Emiliano, che nel Pd aveva candidato donne quali capoliste nei sei collegi provinciali, il centrosinistra non è stato in grado né di riequilibrare la situazione né di portare almeno una rappresentante del gentil sesso tra gli scranni del consiglio regionale. Ha prevalso l’egoismo di genere, e non è un buon viatico alla vigilia dell’insediamento di un consiglio regionale che sarà chiamato a pilotare la Puglia verso la definitiva ripresa.
A produrre il disastro sono state due coincidenze non casuali, ma frutto proprio dell’affossamento della coraggiosa proposta di legge: da un lato lo scarso numero di donne che si sono candidate (la legge elettorale pugliese non prevede neanche norme che salvaguardino almeno la parità di genere nelle liste), dall’altro l’oggettiva preponderanza politica del ceto politico maschile.
Il paradosso è che nell’elettorato attivo (cioè nella platea degli aventi diritto al voto) il genere femminile prevale sull’altro:  281.011 elettrici a fronte di 267.471 elettori in provincia di Foggia. Il rapporto si ribalta largamente quando si considera invece l’elettorato passivo (gli elettori). C’è da aggiungere che però il fenomeno dell’astensionismo ha colpito in misura maggiore l’elettorale femminile (e data la situazione si capisce anche perché): si sono recate alle urne 129.326 elettrici, a fronte di 138.661 elettori.
In Capitanata su sette consiglieri soltanto una è donna, Rosa Barone, capolista del M5S.
Proprio e soltanto dal movimento grillino giunge un esempio di buona prassi per quanto riguarda la parità di genere. Non soltanto il M5S è riuscito ad eleggere una candidata donna ma, nel totale dei voti espressi a favore della lista, le donne (che erano presenti in numero eguale ai maschi, 4 e 4) hanno conquistato più preferenze dei loro colleghi maschi: 7.937 contro 6.812, che in termini percentuali da 53,81 contro 49,16.

La sola altra lista che ha fatto registrare una performance femminile apprezzabile è quella di Forza Italia, ma siamo largamente al di sotto del 50%: 7.754 i voti alle donne (ma solo 2 in lista su 8), pari al 33,57%. 15.354 le preferenze toccate ai maschi (66,43%).
Per il resto c’è poco di che gioire per quanti tengono alla causa della parità di genere, e molto su cui riflettere. Le donne candidate raggiungono percentuali in doppia cifra nelle liste Noi a sinistra per la Puglia (3 candidate, per il 16,67% delle preferenze), Partito Democratico (3 candidate, 14,10%), La Puglia con Emiliano (2 candidate, 13,46%), Popolari (una candidata, 11,93%).
Le altre liste totalizzano un’incidenza del voto al sesso debole ancora più insignificante, al di sotto del dieci per cento. Si tratta delle liste Emiliano sindaco di Puglia (2 candidate, 2,11%) e Oltre con Fitto (una candiata 1,06%).
Il caso limite è quello del Movimento Politico Schittulli dove i maschi fanno cappotto raggiungendo il 100% dei consensi,  non avendo questa lista alcun candidato di sesso femminile.
Nel complesso, sui 163.722 voti di preferenza espressi dagli elettori dauni che hanno votato per liste che hanno prodotto eletti in consiglio regionale, 138.415 sono finiti ai candidati maschi (84,54%) e 25.307 alle donne (15,46%). Davvero troppo poco. Che tristezza.


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